Sanità pubblica sotto pressione, Cartabellotta: “il SSN non è un costo, ma un investimento strategico”

Nino Cartabellotta
Nino Cartabellotta, presidente di GIMBE, analizza il futuro del SSN: sottofinanziamento, disuguaglianze e carenza di personale. Quali soluzioni per salvare la sanità italiana? L'intervista esclusiva a Capitalist.it

Un’analisi attenta, lucida e oggettiva del Servizio Sanitario Nazionale del nostro Paese, dove la popolazione è sempre più anziana e non si può ignorare il gap tra Nord e Sud in termini di accesso e qualità delle cure. A fornirla è Nino Cartabellotta, siciliano e presidente della Fondazione Gimbe, un uomo ma soprattutto un medico abituato per vocazione e per scelta, a guardare lontano.

Nel 1996 fonda il Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze (la cellula originaria di Gimbe), che diventa fondazione nel 2010. Tra gli esperti più autorevoli di ricerca e sanità in Italia, Cartabellotta, autore di oltre 200 pubblicazioni, collaboratore di numerose riviste scientifiche e sanitarie, ha dedicato la sua carriera a comprendere i meccanismi che possono migliorare la salute delle persone e ottimizzare l’uso del denaro pubblico, grazie alla necessaria sinergia e integrazione tra decisioni professionali, manageriali e politiche. 

Nella sua intervista esclusiva a Capitalist.it, Cartabellotta analizza il presente della sanità per capire come migliorare il futuro della stessa, a partire da punti di forza e punti di debolezza. 

Ne emerge un ritratto tra luci e ombre e una riflessione sul ruolo fondamentale che telemedicina, tecnologie digitali e intelligenza artificiale potranno avere per garantire i principi di equità e universalità sui quali si fonda il SSN.

La situazione attuale della sanità  – inutile girarci intorno – non è delle migliori e molto deve necessariamente cambiare. Cartabellotta indica la strada: servono una visione chiara, coraggio e una rinnovata consapevolezza. Solo così non si tradiranno milioni di cittadini. 

Quali sono, secondo lei, le principali criticità che affliggono il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) oggi?


Le principali criticità del SSN si riassumono in tre parole: sottofinanziamento, disuguaglianze e carenza di personale. Dal 2010 al 2019, il SSN ha perso oltre € 37 miliardi: circa € 25 miliardi “tagliati con varie manovre tra 2010 e 2015 per risanare i conti pubblici e oltre € 12 miliardi “evaporati” nel periodo 2015-2019 quando al SSN sono state assegnate meno risorse rispetto ai livelli programmati, scaricando sulla sanità il contributo delle Regioni alla finanza pubblica. Negli anni della pandemia (2020-2022) il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) è cresciuto di € 11,6 miliardi, ma le risorse sono state interamente assorbite dall’emergenza COVID-19. Nel periodo post-pandemico (2023-2024) l’incremento di € 8,6 miliardi è stato in larga parte eroso dall’inflazione e dell’aumento dei costi energetici. La Manovra 2025 incrementa il FSN di € 2,5 miliardi per il 2025, di cui però € 1,2 miliardi “in dote” dalla Manovra 2024, per un totale di € 136,5 miliardi. Per gli anni successivi, eccezion fatta per il 2026 (+3%), gli incrementi percentuali del FSN sono risibili: +0,4% nel 2027, +0,6% nel 2028, +0,7% nel 2029 e +0,8% nel 2030. Le disuguaglianze territoriali aggravano ulteriormente il quadro, penalizzando soprattutto il Mezzogiorno, dove molte Regioni non garantiscono nemmeno i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). A tutto ciò si aggiunge la cronica carenza di personale, acuita dai tetti di spesa che impediscono alle Regioni di assumere, facendo esplodere i contratti a termine e soprattutto il fenomeno dei “gettonisti”.

In che modo il definanziamento del SSN ha influito sulla qualità dei servizi sanitari negli ultimi anni?


Il definanziamento ha avuto un impatto devastante sulla qualità dei servizi. Le Regioni, con risorse sempre più ridotte, faticano a garantire cure adeguate. Questo si traduce in liste di attesa interminabili e in un aumento della spesa privata, che grava direttamente sui cittadini. Inoltre nel 2023 circa 4,5 milioni di persone hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici di cui avevano bisogno. Le ragioni sono molteplici: problemi economici (impossibilità di pagare, costo eccessivo), difficoltà di accesso, legate a distanze, mancanza di trasporti o orari scomodi, e tempi di attesa insostenibili. Il risultato è un sistema sempre meno equo, che penalizza le fasce più vulnerabili della popolazione.

Il gap tra Nord e Sud in termini di accesso e qualità delle cure è ancora evidente. Quali interventi potrebbero ridurre queste disparità?


Le disuguaglianze territoriali nel nostro Paese sono notevoli. Nel 2022, solo 13 Regioni hanno rispettato gli standard minimi, con un divario Nord-Sud sempre più evidente: nel Meridione, soltanto Puglia e Basilicata risultano adempienti e quasi metà delle Regioni ha registrato performance peggiori rispetto al 2021. I dati sulla mobilità sanitaria confermano questo gap ormai incolmabile, documentando flussi economici che scorrono prevalentemente da Sud a Nord. In particolare nel 2021, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto hanno generato complessivamente quasi la metà dei crediti e il 93,3% del saldo di mobilità attiva, mentre tutte le Regioni con saldo negativo superiore a € 100 milioni appartengono al Centro-Sud. Per ridurre queste disuguaglianze serve un piano straordinario di investimenti, che punti al rafforzamento della sanità territoriale e al miglioramento della governance delle Regioni più fragili, affiancato da una supervisione centrale più efficace che non guardi solo al riequilibrio dei bilanci regionali, ma alla riorganizzazione e riqualificazione dei servizi sanitari. Purtroppo la legge sull’autonomia differenziata non solo affosserà definitivamente la sanità del Mezzogiorno, ma darà il colpo di grazia al SSN.

La carenza di personale è una delle emergenze del SSN. Quali sono le misure più urgenti per affrontare questa problematica?


La carenza di personale richiede interventi immediati: serve anzitutto un piano straordinario di assunzioni per medici, infermieri e altri professionisti. Inoltre, è necessario abolire il tetto di spesa per il personale sanitario, imposto nel 2004 e ormai anacronistico, e investire per migliorare le condizioni lavorative, riducendo i carichi e migliorando gli ambienti di lavoro. Ma soprattutto è fondamentale rimotivare la colonna portante del SSN che, sempre più demotivata, abbandona la sanità pubblica.

Come potrebbe essere migliorata la formazione e il reclutamento dei professionisti sanitari?


Occorre introdurre incentivi economici per le specializzazioni meno ambite, come la medicina d’urgenza. È fondamentale integrare la formazione universitaria con tirocini pratici qualificati e ridurre la burocrazia nel reclutamento, per rendere il SSN più attrattivo per le nuove generazioni.

Che ruolo giocano i contratti e le retribuzioni nel garantire un sistema sanitario attrattivo per i giovani medici?


È fondamentale restituire dignità e motivazione ai professionisti. Per farlo servono contratti chiari, percorsi di carriera ben definiti e retribuzioni adeguate, che tengano conto del carico di lavoro di lavoro e della responsabilità che i medici assumono quotidianamente.

Crede che la telemedicina possa rappresentare una soluzione efficace per migliorare l’assistenza sanitaria, soprattutto nelle aree più remote?


Assolutamente sì. La telemedicina ha un enorme potenziale per migliorare l’assistenza sanitaria, soprattutto nelle aree remote: può facilitare l’accesso alle cure e contribuire a ridurre le disuguaglianze territoriali. Tuttavia, il suo sviluppo richiede investimenti significativi in infrastrutture digitali, formazione adeguata per professionisti e cittadini e una regolamentazione chiara per garantire la qualità dei servizi erogati.

In che modo le tecnologie digitali stanno trasformando il modo di erogare cure nel SSN?


Stanno cambiando il volto del SSN, ma la trasformazione è ancora incompleta e a macchia di leopardo. Strumenti come il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) stanno semplificando la gestione dei dati clinici, mentre l’intelligenza artificiale offre nuove opportunità per diagnosi più precise. Tuttavia, la digitalizzazione non è uniforme: molte Regioni non utilizzano appieno queste tecnologie, accentuando le disuguaglianze territoriali.

Quali sono i rischi di una sanità troppo dipendente dalle tecnologie emergenti, come l’intelligenza artificiale?

Il rischio principale è quello di disumanizzare il rapporto medico-paziente. Inoltre, l’accesso ineguale alle tecnologie potrebbe aggravare le disparità regionali. Serve una governance attenta, che sappia integrare l’innovazione senza perdere di vista i princìpi di equità e universalità su cui si fonda SSN. E soprattutto considerare che più tecnologia deve corrispondere più empatia da parte del medico e di tutti i professionisti della salute.

Come immagina il ruolo della sanità pubblica nell’integrare l’innovazione mantenendo accessibilità e sostenibilità?

La sanità pubblica deve essere il baluardo dell’equità anche nell’era dell’innovazione. Il suo ruolo è quello di garantire che le tecnologie siano integrate in modo sostenibile e accessibile, affinché tutti i cittadini possano beneficiarne, indipendentemente dal reddito o dal CAP di residenza. Se una innovazione tecnologica o farmacologica non è accessibile in maniera equa da tutti i pazienti la sconfitta non è solo della sanità, ma anche della scienza.

Quali riforme reputa indispensabili per garantire la sostenibilità del SSN nei prossimi decenni?


Serve un rilancio consistente e progressivo del finanziamento pubblico parallelo a coraggiose riforme di sistema. Ma occorre ripensare fin da subito le politiche allocative del Paese per contrastare la progressiva demotivazione e fuga del personale sanitario dal SSN, le difficoltà di accesso alle innovazioni farmacologiche e tecnologiche, le diseguaglianze nell’accesso a servizi e prestazioni sanitarie, l’aumento della spesa privata e la rinuncia alle cure.

Ritiene che l’Italia debba adottare modelli sanitari di altri Paesi? Se sì, quali aspetti potrebbero essere replicati con successo?


No! Il nostro modello è unico al mondo. Il SSN è stato istituito per tutelare un diritto costituzionale, è basato su princìpi di universalità, uguaglianza, equità ed è finanziato dalla fiscalità generale. Per rilanciarlo servono una visione chiara sul modello di sanità da consegnare alle future generazioni, un consistente rilancio progressivo del finanziamento pubblico e riforme coraggiose che sfruttino appieno le opportunità offerte dalla trasformazione digitale.

Come vede l’evoluzione del rapporto pubblico-privato nel sistema sanitario?


Può rappresentare una risorsa, ma serve trasparenza e collaborazione, non competizione. Una governance chiara è indispensabile per evitare derive privatistiche. Il privato deve integrare il pubblico, non sostituirlo, garantendo che l’accesso alle cure resti universale.

Qual è la sua visione per il SSN tra 10 anni? Quali traguardi dovrebbe raggiungere per restare competitivo ed efficiente?


Tra 10 anni, il SSN dovrà essere più equo, sostenibile e tecnologicamente avanzato. Dovrà garantire accesso tempestivo alle cure, una sanità territoriale forte e una rete ospedaliera moderna ed efficiente. Solo così potrà affrontare le sfide di un Paese sempre più anziano.

Qual è il messaggio principale che vorrebbe trasmettere ai decisori politici per il rilancio del sistema sanitario?


Il SSN non è un costo, ma un investimento strategico. Per salvarlo, servono risorse adeguate, riforme coraggiose e una visione condivisa tra tutte le forze politiche. È il pilastro della nostra democrazia e della coesione sociale: abbandonarlo significherebbe tradire milioni di cittadini.

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