Gli Emirati sono il primo Paese a superare il 70% di adozione dell’intelligenza artificiale tra la popolazione in età da lavoro. E chi ha competenze AI guadagna molto più dei colleghi che non le hanno. Sono due classifiche diverse, ma raccontano la stessa storia: quando un Paese compra tecnologia su scala nazionale, il mercato del lavoro finisce per pagarla.
Ci sono due numeri da tenere insieme: 70,1 e 92. Il primo dice quanta AI si usa negli Emirati. Il secondo dice quanto vale, in busta paga, saperla usare.
Cosa misura la classifica Microsoft sull’adozione dell’AI
Secondo il Microsoft AI Diffusion Report del primo trimestre 2026, gli Emirati sono primi al mondo con il 70,1% di adozione tra la popolazione in età lavorativa, la prima economia a superare quella soglia. La media globale è al 17,8%, e ampie aree del pianeta restano sotto il 10%.
Vale la pena capire cosa misura questa classifica. Microsoft calcola la quota di persone tra i 15 e i 64 anni che hanno usato almeno un prodotto di AI generativa nel periodo considerato. Non misura chi è esperto di AI, ma chi la usa davvero. È un indicatore di diffusione, e per questo racconta bene la vita reale di un Paese.
La traiettoria è la parte più impressionante: gli Emirati sono passati dal 59,4% della prima metà del 2025 al 64% della seconda metà, fino al 70,1% di inizio 2026. A fine 2025 il vantaggio su Singapore, seconda, era già di oltre tre punti percentuali.
Il ruolo dello Stato negli Emirati
Questo risultato non è nato per caso. Gli Emirati hanno nominato il primo ministro per l’intelligenza artificiale al mondo nel 2017, cinque anni prima che ChatGPT conquistasse l’attenzione globale. Oggi la spinta è sistemica:
- L’obiettivo è erogare metà dei servizi del governo federale tramite agenti AI entro due anni, con 80.000 dipendenti federali da formare.
- Ad Abu Dhabi 35.000 dipendenti pubblici hanno già accesso a Microsoft Copilot.
- L’AI si insegna nelle scuole pubbliche dall’asilo alla dodicesima classe, con 22.000 insegnanti da formare.
Lo Stato qui non si è limitato a regolare l’AI. È stato il primo cliente, il primo formatore e il primo evangelista.
Quanto vale l’AI in busta paga
Sul fronte salari non esiste una graduatoria ufficiale unica dei lavori AI meglio pagati al mondo. Esistono però più fonti che convergono nella stessa direzione.
La più solida è PwC: nel Global AI Jobs Barometer 2026, i professionisti emiratini con competenze AI possono ottenere stipendi fino al 92% più alti di chi svolge ruoli simili senza quelle competenze. E la domanda cresce: la quota di annunci che richiedono competenze AI è quasi triplicata in quattro anni.
Il punto, quindi, non è il primato assoluto, che resta americano. Il punto è lo stipendio netto. A Dubai la combinazione di compenso elevato e zero imposta sul reddito rende il confronto con Silicon Valley molto meno impari di quanto sembri sulla carta.
Perché le due classifiche si parlano
Secondo me non sono due fenomeni separati, ma due facce di un circolo virtuoso. Quando governo, banche, ospedali e scuole adottano l’AI su vasta scala, nasce una domanda enorme di persone capaci di governarla. La domanda spinge i salari, i salari attirano talenti dall’estero, e i talenti accelerano ulteriormente l’adozione.
Altri Paesi hanno università migliori o laboratori più antichi. Gli Emirati hanno qualcosa di più raro: un committente unico, il sistema pubblico, che compra, forma e dà l’esempio. Il resto dell’economia segue perché il segnale è chiaro.
Il dato che riguarda tutti, non solo gli ingegneri
C’è un dettaglio del dato PwC che si perde facilmente. Quel 92% è il confronto con colleghi in ruoli simili, quindi non riguarda solo chi costruisce modelli. Riguarda chiunque, nel proprio mestiere, sappia usare l’AI meglio degli altri.
Questa è un’estrapolazione mia, ma la ritengo ragionevole. Il revenue manager che prevede la domanda con strumenti avanzati, il responsabile F&B che ottimizza acquisti e turni, il direttore commerciale che personalizza l’offerta su scala: tutti possono costruirsi lo stesso vantaggio competitivo. L’AI non toglie valore al mestiere, ma sposta il premio salariale verso chi la padroneggia.
Le quattro cautele
Un articolo che celebra soltanto sarebbe pubblicità. Ci sono almeno quattro cautele da tenere a mente.
- Usare non significa inventare. Un’analisi pubblicata a maggio lo diceva chiaramente: usare l’AI su scala è diverso dal costruire prodotti e piattaforme competitivi a livello globale, e il vero test sarà se l’adozione si tradurrà in produttività, startup e tecnologie esportabili.
- La base è ancora piccola. A fine agosto 2026 risultavano 602 posizioni AI aperte presso 316 aziende negli Emirati. I salari alti riguardano un segmento ristretto. E le fasce salariali di quell’indice sono stime elaborate da annunci pubblici, non indagini dirette presso i datori di lavoro.
- I talenti non bastano. Già l’anno scorso la stampa locale segnalava che la carenza di competenze e una ricerca ancora poco profonda restavano ostacoli concreti per l’ambizione di diventare hub globale.
- Il divario globale si allarga. Lo stesso rapporto Microsoft nota che nelle regioni più ricche l’adozione cresce a un ritmo più che doppio rispetto al resto del mondo. Tra le barriere ci sono connettività, infrastrutture e la scarsa disponibilità di AI nelle lingue locali. Il primato emiratino è anche il prodotto di una ricchezza e di un’infrastruttura che pochi altri possono replicare.
Cosa significa per aziende e professionisti
Per le aziende, il messaggio è che la formazione non è più un benefit ma una leva di competitività. Per i professionisti, il premio non va al titolo sul biglietto da visita ma alla capacità dimostrata di usare l’AI per produrre risultati migliori.
E per chi osserva gli Emirati da fuori, vale la lezione di sempre. Qui le cose non succedono per caso: si decide dove si vuole essere tra dieci anni, si mette lo Stato al lavoro e poi si lascia che il mercato faccia il resto.
Primi nell’uso, e tra i primi nei compensi. Resta da dimostrare che sappiano diventare primi anche nell’invenzione. Ma intanto la direzione è chiara, e il mercato del lavoro l’ha già capita.






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