Washington prende altro tempo. Gli Stati Uniti si preparano a rinviare di due mesi il ritorno delle tariffe portuali sulle navi legate alla Cina, uno dei fronti più delicati della competizione commerciale tra le due potenze. La proposta dell’Ufficio del Rappresentante per il Commercio (Ustr) arriva a una settimana dalle elezioni di metà mandato e allunga una tregua che, senza un nuovo atto formale, sarebbe scaduta il 9 novembre.
Sommario
- Cosa prevede la proroga
- Le tariffe nate per colpire il dominio cinese sui mari
- Dalla tregua di Busan al vertice di Washington
- Il peso del voto di novembre
- Perché riguarda anche l’Europa
Cosa prevede la proroga
La proposta, annunciata con una notifica del 23 ottobre e pubblicata nel Federal Register il 26, mantiene sospese fino al 9 gennaio 2027 le tariffe sulle navi di proprietà cinese, operate da società cinesi o costruite in Cina, oltre che su alcune car carrier costruite all’estero; resta congelata anche la stretta sulle gru da banchina e sulle attrezzature di movimentazione merci. In concreto, le misure resterebbero sospese dal 10 novembre 2026 al 9 gennaio 2027.
La motivazione ufficiale è diplomatica: la proroga servirebbe a “consentire ulteriori negoziati con la Cina” sulle pratiche oggetto dell’indagine, secondo il documento federale. La decisione non è però ancora definitiva: l’Ustr ha fissato al 30 ottobre la scadenza per i commenti pubblici prima di decidere se procedere.
Le tariffe nate per colpire il dominio cinese sui mari
Le misure risalgono a un anno fa. Gli Stati Uniti le avevano introdotte nell’ottobre 2025 nell’ambito dell’indagine Section 301 sul dominio cinese nel trasporto marittimo, nella logistica e nella cantieristica. Gli importi erano significativi: 50 dollari per tonnellata netta a viaggio per le navi di proprietà o gestione cinese, 18 dollari a tonnellata o 120 dollari per container scaricato per quelle costruite in Cina. E sarebbe potuta andare peggio: la proposta iniziale prevedeva fino a 1,5 milioni di dollari per ogni ingresso in porto di una nave costruita in Cina.
Pechino aveva definito la misura protezionista e risposto con tariffe reciproche sulle navi americane. Il conto per gli operatori era già visibile: il vettore statunitense Matson ha dichiarato di aver sostenuto 6,4 milioni di dollari di tariffe cinesi, mentre per la cinese Cosco l’onere stimato negli Stati Uniti era di 1,5 miliardi di dollari l’anno.
Dalla tregua di Busan al vertice di Washington
Lo stop era arrivato con l’accordo tra Donald Trump e Xi Jinping. Le due parti avevano concordato di sospendere per un anno le rispettive tariffe marittime nell’ambito di un’intesa commerciale più ampia, con la sospensione americana in vigore dal 10 novembre 2025. A settembre, dopo la visita di Xi a Washington, il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva annunciato l’estensione della tregua. Ma, come hanno fatto notare gli operatori, Bessent aveva parlato di una tregua fino al 10 gennaio 2027, mentre solo una nuova notifica nel Federal Register poteva prorogare legalmente la sospensione delle tariffe. La notifica di questi giorni colma proprio quel vuoto.
Il peso del voto di novembre
Il calendario politico non è secondario. La sospensione in vigore scade il 9 novembre, gli americani votano il 3 e la consultazione pubblica sulla proroga si chiude il 30 ottobre. L’obiettivo, secondo diverse letture, è evitare nuove pressioni sull’economia americana mentre l’amministrazione cerca di contenere il malcontento per il caro vita.
Anche il mondo produttivo spingeva per il rinvio. Lo slittamento ritarda l’aumento dei costi di trasporto per gli esportatori americani di metalli e carbone, e diverse associazioni di categoria avevano scritto al rappresentante Jamieson Greer avvertendo che il ritorno delle tariffe avrebbe avuto “conseguenze immediate e di vasta portata” per le imprese che dipendono dal trasporto via mare. Il timore era quello di aggiungere incertezza a un mercato dei noli già alle prese con costi elevati e capacità in movimento.
Perché riguarda anche l’Europa
La questione non è solo bilaterale. Le tariffe colpivano anche le navi costruite in Cina ma gestite da compagnie non cinesi, una platea che comprende molti grandi armatori europei, dato il peso dei cantieri cinesi nella flotta mondiale. Il rinvio, però, sposta solo il problema: il rischio di costo si trasferisce nella finestra dei contratti di gennaio. Nelle prossime settimane resteranno da osservare due elementi: se Pechino replicherà la proroga e se le pressioni del Congresso e dei sindacati riporteranno in vigore le tariffe il 9 gennaio.






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