Si è celebrata ieri, domenica 1° novembre 2026, la Giornata mondiale dei vegani, il World Vegan Day. Una ricorrenza che quest'anno arriva con numeri che raccontano non soltanto un cambiamento culturale, ma anche una trasformazione economica: il veganismo in Italia non è più una scelta di nicchia, bensì un segmento di mercato che coinvolge industria alimentare, grande distribuzione e ristorazione. Resta però aperta una domanda che chiunque abbia osservato con attenzione gli scaffali dei supermercati si è posto almeno una volta: mangiare vegano è davvero alla portata di tutti?

1. Una ricorrenza nata trent'anni fa

La Giornata mondiale dei vegani è stata istituita nel 1994 da Louise Wallis, all'epoca presidente della Vegan Society, per celebrare il 50° anniversario dell'organizzazione britannica e, con essa, la nascita del movimento vegano organizzato. Il 1° novembre segna anche l'avvio del World Vegan Month, un mese intero dedicato a iniziative, eventi e campagne di sensibilizzazione sulla scelta vegana.

Nel corso degli anni la ricorrenza ha cambiato pelle: da appuntamento per attivisti è diventata anche un'occasione commerciale, con aziende e catene della ristorazione che lanciano in questi giorni nuove linee di prodotto e menu dedicati.

2. Quanti sono i vegani in Italia

A fotografare la diffusione del fenomeno è il Rapporto Italia 2026 di Eurispes: oggi il 3,2% degli italiani si dichiara vegano, una quota quintuplicata rispetto al 2014, quando si fermava allo 0,6%. Se si aggiungono i vegetariani (5,3%), la percentuale complessiva sale all'8,5% della popolazione. Un ulteriore 4,9% dichiara di aver seguito in passato uno di questi regimi alimentari.

Il dato più interessante, tuttavia, riguarda una fascia che sfugge alle etichette: mentre i vegetariani diminuiscono, i vegani continuano a crescere, ma la categoria in maggiore espansione è quella dei flessitariani, gli italiani che scelgono di ridurre il consumo di carne senza eliminarlo. Sono proprio loro, più dei vegani in senso stretto, il vero motore economico del settore.

3. Aumenta la colazione green

La tendenza trova conferma anche nei consumi fuori casa, a partire dalla colazione al bar. Secondo un'analisi di TradeLab diffusa dall'azienda alimentare Vandemoortele in occasione del World Vegan Day, brioche e cornetti vegani hanno segnato un +7%, raggiungendo circa 20 milioni di consumazioni nel primo trimestre 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025.

Un risultato che assume ancora più peso se letto in controtendenza con il mercato di riferimento: il food dolce nel suo complesso è in calo del 4,2%, mentre la categoria di brioche, cornetti, altri lievitati e sfoglie registra una flessione del 3,2%. Secondo gli analisti, i risultati raccontano «come la proposta vegana stia trovando uno spazio sempre più riconoscibile nel food service». Una dinamica, aggiungono, «che suggerisce nuove opportunità per la colazione fuori casa, dove la proposta vegana può distinguersi non soltanto per la formulazione vegetale, ma anche attraverso ricette, ingredienti e lavorazioni capaci di costruire un'identità propria».

4. Il giro d'affari del plant-based in Italia

Per misurare il peso economico del veganismo bisogna guardare al mercato dei prodotti plant-based, gli alimenti a base vegetale pensati come alternativa a quelli di origine animale. Secondo l'ultima analisi del Good Food Institute Europe, basata su dati Circana, nel 2025 il valore delle vendite al dettaglio nelle cinque principali categorie (alternative a carne, latte, formaggi, yogurt e panna) ha raggiunto 669 milioni di euro (+4,5%). L'Italia si colloca così al terzo posto in Europa per valore del mercato.

La crescita non è solo frutto dell'aumento dei prezzi: i volumi di vendita sono saliti del 5,8% nel 2025 e del 12,7% tra il 2023 e il 2025, segno di una domanda reale in espansione.

Il mercato è trainato da due grandi categorie: le bevande vegetali valgono 342 milioni di euro (51% del totale), mentre la carne vegetale si ferma a 234 milioni (35% del settore). Nelle bevande vegetali spiccano le performance di avena (+18%) e mandorla (+12%) in volume, mentre la soia ha registrato un lieve calo. In forte espansione anche tofu, tempeh e seitan (+24% in volume) grazie a prezzi più competitivi, e i formaggi vegetali (+15,6%), pur restando una quota marginale del mercato caseario complessivo.

A ben vedere, però, il plant-based resta ancora piccolo rispetto all'intero comparto alimentare: le vendite in Gdo valgono circa lo 0,6% di tutto l'alimentare venduto. Le prospettive di sviluppo sono comunque considerevoli: secondo uno studio citato dal GFI, una filiera italiana delle proteine alternative potrebbe generare 10 miliardi di euro di valore aggiunto annuo e circa 31mila posti di lavoro.

5. Quanto spende un vegano ogni mese

Stabilire con precisione quanto spende un vegano al mese non è semplice, perché il conto finale dipende soprattutto da cosa si mette nel carrello. Il riferimento più solido resta un'indagine di Altroconsumo, che ha confrontato il costo di tre modelli alimentari: la dieta vegana costa circa 54 euro a settimana, contro i circa 63 euro di quella mediterranea. Su base mensile, si tratta di circa 230-235 euro a persona per un regime vegano, contro i circa 270 euro di una dieta mediterranea onnivora.

Il risparmio, però, ha una condizione precisa: è legato a un'alimentazione costruita su legumi, cereali, frutta e verdura di stagione, cioè su alimenti di base cucinati in casa. Il quadro cambia radicalmente per chi si affida ai prodotti trasformati che replicano carne, latte e formaggi: in questo caso la spesa può facilmente superare quella di un onnivoro, poiché la maggior parte dei prodotti plant-based costa ancora più del corrispondente di origine animale.

L'esempio più eloquente è quello del latte: il prezzo medio delle bevande vegetali resta superiore del 45% al litro rispetto al latte vaccino. Una differenza che, moltiplicata per i consumi quotidiani di una famiglia, pesa in modo significativo sul bilancio mensile.

6. Chi vuole diventare vegano può davvero permetterselo?

I numeri restituiscono un paradosso. Da un lato, un'alimentazione vegana di base, fondata sugli ingredienti della tradizione mediterranea (pasta, legumi, verdure, frutta, cereali e olio d'oliva), è potenzialmente più economica di una dieta onnivora perché elimina le voci più costose dello scontrino: carne, pesce e formaggi stagionati. Dall'altro, il veganismo «da scaffale» (burger vegetali, formaggi alternativi, yogurt e bevande a base di avena o mandorla) ha prezzi decisamente meno accessibili, che lo rendono di fatto un consumo da fascia medio-alta.

Il problema non è tanto il costo della scelta vegana in sé, quanto il modello di consumo: l'industria ha puntato sui prodotti sostitutivi, che garantiscono margini più elevati e intercettano soprattutto i flessitariani. Su questi prodotti pesano costi di produzione legati a economie di scala ridotte, R&D, marketing e un'Iva più alta: il latte vaccino gode dell'aliquota agevolata del 4%, mentre le bevande vegetali scontano il 10%. Lo stesso GFI riconosce che la diffusione incontra ancora barriere legate a prezzo e gusto.

A questo si aggiunge una questione di tempo e competenze: risparmiare richiede di cucinare, pianificare i pasti e conoscere le combinazioni nutrizionali corrette (compresa l'integrazione di vitamina B12). Chi ha meno risorse e meno tempo rischia di trovarsi davanti a un'alternativa secca: rinunciare o spendere di più.

Qualche segnale positivo esiste: la crescita dei prodotti a marchio del distributore (MDD) e il lieve calo dei prezzi al chilo indicano che il mercato sta lentamente maturando. Fino ad allora, però, la scelta vegana in Italia resta a due velocità: accessibile per chi la costruisce in cucina, costosa per chi la cerca già pronta sugli scaffali.