Il petrolio apre la settimana in rialzo. Il Brent quota 90,6 dollari al barile, in aumento del 2,84%. Il Wti americano si attesta attorno agli 85,7 dollari, con una crescita di poco inferiore.
A muovere le quotazioni è un fatto militare. L’esercito statunitense ha neutralizzato due lanciarazzi iraniani che si preparavano a dispiegare mine nello Stretto di Hormuz. È il primo attacco di questo tipo in oltre un mese.
Le mine che non sono state posate
L’obiettivo dell’operazione riguarda il passaggio marittimo più sorvegliato del mondo.
Secondo la ricostruzione, i due mezzi iraniani erano pronti a disseminare ordigni nel corridoio. Le forze statunitensi li hanno neutralizzati prima che l’operazione avesse luogo.
Washington ha poi dichiarato di monitorare attentamente la via navigabile e di restare pronta a salvaguardare il libero flusso commerciale.
Il minamento di uno stretto è la minaccia che i mercati temono più di un attacco a un impianto. Colpire una raffineria toglie capacità produttiva in un punto. Minare un corridoio blocca tutto ciò che deve passare da lì, e nel caso di Hormuz significa una quota rilevante del greggio movimentato via mare a livello mondiale.
Perché il rialzo si è fermato sotto il tre per cento
A questo punto la domanda che conta è un’altra: se la minaccia è quella, perché il petrolio è salito di meno di tre punti e non di dieci?
La risposta sta in un dato che va letto accanto alla notizia militare. Secondo alcune fonti, attraverso lo Stretto di Hormuz continuano a transitare fra i sei e gli otto milioni di barili di greggio al giorno. Il flusso prosegue nonostante l’assenza di un accordo di pace fra Washington e Teheran.
Il corridoio non è chiuso e non è bloccato. Le mine non sono state posate.
Il mercato, quindi, non sta prezzando un’interruzione in atto. Sta prezzando la probabilità che si verifichi. È la differenza fra un premio di rischio e una crisi di fornitura, e si vede tutta nell’entità del movimento.
Un mese di sanzioni, poi il ritorno alle armi
L’operazione di oggi interrompe una sequenza che durava da settimane.
Il precedente lancio di missili americani contro obiettivi iraniani risale alla fine di luglio. Da allora Washington aveva spostato la pressione su un altro terreno: la compressione dell’economia iraniana attraverso le sanzioni, con l’obiettivo dichiarato di riportare Teheran al tavolo dei negoziati.
Per un mese la partita si è giocata sui conti, non sulle armi. Il ritorno all’azione militare nello Stretto riporta indietro l’orologio, e il mercato lo ha registrato immediatamente.
L’apertura di Teheran e il canale del Qatar
C’è un elemento che rende la giornata più complicata da leggere.
Venerdì un funzionario iraniano aveva dichiarato che la ripresa della diplomazia con gli Stati Uniti “non è impossibile”, a seguito di colloqui definiti costruttivi con il Qatar.
Doha svolge il ruolo di mediatore nel conflitto, ed è il canale attraverso cui i due Paesi comunicano in assenza di rapporti diretti.
Un’apertura verbale venerdì, un’operazione militare lunedì mattina. Per chi opera sulle materie prime è la combinazione che alimenta il premio di rischio più di quanto farebbe ciascuno dei due elementi preso da solo, perché rende impossibile stabilire in quale direzione stia andando la crisi.
Dove si colloca questo prezzo nell’anno
Il livello raggiunto va letto dentro l’escursione del 2026.
Nel corso dell’anno il Brent si è mosso fra un minimo di 59,75 dollari e un massimo di 126,41, quest’ultimo toccato il 30 aprile.
I 90,6 dollari di oggi si collocano quindi circa il 52% sopra il minimo e circa il 40% sotto il record. È un livello alto rispetto all’inizio dell’anno, ma lontano dai valori di crisi acuta registrati in primavera.
Cosa guardare nelle prossime ore
Per chi acquista energia il punto pratico è la distinzione fra costo e disponibilità.
Fino a quando i volumi in transito restano nell’intervallo attuale, il rialzo si scarica sul prezzo della materia prima e non sulla possibilità di ricevere il carico. Sono due problemi diversi e richiedono strumenti di copertura diversi.
Il segnale da monitorare, quindi, non è la prossima variazione percentuale. È l’eventuale notizia di una riduzione dei transiti giornalieri: sarebbe quello il momento in cui il premio di rischio si trasforma in un problema di approvvigionamento.
Al momento nessuna delle ricostruzioni disponibili riferisce di rallentamenti nel traffico marittimo.






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