L’Islanda ha respinto la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione Europea. Nei risultati definitivi del referendum, il No ha ottenuto il 52,8%, mentre il Sì si è fermato al 47,2%. Hanno votato 225.031 persone, pari a un’affluenza dell’82,5%. Secondo l’Associated Press, la consultazione riporta così al punto di partenza un dossier che il Paese aveva già accantonato nel 2015, quando un governo euroscettico aveva interrotto i colloqui con Bruxelles.

Il risultato mostra però anche una divisione territoriale: il No ha prevalso in quattro delle sei circoscrizioni, mentre i due collegi di Reykjavík hanno scelto il Sì.

Il 52,8% chiude la porta alla ripresa dei negoziati

La domanda sottoposta agli elettori non riguardava l’ingresso immediato dell’Islanda nell’Unione Europea.

Ai cittadini veniva chiesto se il Paese dovesse riaprire i negoziati di adesione.

La maggioranza ha scelto di non farlo.

Il risultato definitivo è netto, anche se il distacco resta contenuto: 5,6 punti percentuali separano i due schieramenti.

Il referendum chiude così, almeno per questa fase politica, un tema che accompagna l’Islanda da più di un decennio.

Nel 2015 il precedente processo di avvicinamento all’UE era stato interrotto. La nuova consultazione avrebbe potuto riaprire quel percorso, ma il voto ha confermato la scelta di restare fuori dall’Unione.

Reykjavík vota Sì, quattro circoscrizioni scelgono il No

Il dato nazionale nasconde una differenza geografica significativa.

Il No ha vinto in quattro delle sei circoscrizioni per le quali sono disponibili i risultati definitivi.

Il Sì ha prevalso invece nei due collegi della capitale Reykjavík.

La frattura tra capitale e resto del Paese restituisce due visioni differenti del rapporto con l’Europa.

Nelle aree favorevoli all’adesione hanno pesato maggiormente gli argomenti legati alla stabilità economica e a un rapporto politico più stretto con i Paesi europei.

Fuori dalla capitale ha avuto maggiore forza la difesa dell’autonomia nazionale, soprattutto su pesca e commercio.

L’affluenza all’82,5% mostra quanto il tema abbia mobilitato il Paese

Alla consultazione hanno partecipato 225.031 elettori, pari all’82,5%.

Il dato conferma un interesse molto elevato per una scelta che avrebbe potuto modificare in modo importante la collocazione economica e politica del Paese.

Il referendum ha infatti toccato questioni che incidono direttamente sul modello islandese: gestione della pesca, valuta, rapporti commerciali, sovranità e accesso al mercato europeo.

La pesca resta uno dei motivi principali del No

Tra gli argomenti più forti del fronte contrario c’è la pesca.

Il settore rappresenta una delle attività più sensibili dell’economia islandese e la prospettiva di una piena adesione all’UE ha alimentato timori sulla possibilità di mantenere un controllo nazionale sulle risorse ittiche.

I contrari hanno sostenuto che l’attuale posizione garantisca al Paese una maggiore autonomia nella gestione delle proprie politiche economiche.

A questo si aggiunge il fatto che l’Islanda beneficia già di una forte integrazione con l’Europa senza essere membro dell’Unione.

Mercato unico e Schengen senza piena adesione

L’Islanda partecipa già al mercato unico europeo e all’area Schengen.

Per il fronte del No questo rappresenta uno dei motivi per non procedere verso la piena adesione.

Il Paese può, infatti, accedere a una parte rilevante dei vantaggi economici e della libera circolazione europea pur mantenendo maggiore autonomia politica.

I contrari hanno sostenuto che entrare nell’UE comporterebbe compromessi sulla sovranità senza offrire benefici sufficientemente superiori a quelli già disponibili.

Tra gli argomenti utilizzati figura anche il timore che la voce dell’Islanda abbia un peso limitato all’interno del Parlamento europeo.

Gli accordi commerciali restano un altro punto sensibile

L’autonomia nella politica commerciale ha rappresentato un altro elemento della campagna.

Gli oppositori alla ripresa dei negoziati hanno difeso la possibilità per Reykjavik di negoziare direttamente accordi con Paesi terzi.

Nel materiale viene citato, come esempio, il rapporto commerciale con la Cina.

Per questa parte dell’elettorato, restare fuori dall’UE significa preservare una maggiore libertà nel definire strategie economiche internazionali.

Il Sì puntava sulla stabilità della moneta e sui tassi

I favorevoli alla ripresa dei negoziati hanno costruito invece una parte importante della loro campagna sulla stabilità economica.

Secondo i sostenitori dell’adesione, un percorso verso l’UE e, successivamente, verso l’euro avrebbe potuto ridurre la volatilità della corona islandese.

Tra i vantaggi indicati figuravano anche una possibile riduzione dell’inflazione e tassi di interesse più bassi.

La posizione del Sì partiva quindi dall’idea che una maggiore integrazione economica con l’Europa avrebbe reso più stabile una piccola economia esposta alle oscillazioni della propria valuta.

Il risultato definitivo mostra però che questi argomenti non sono riusciti a convincere la maggioranza.

Le tensioni sulla Groenlandia hanno pesato sul dibattito

Il voto è arrivato anche durante una fase di tensione geopolitica nell’area nord-atlantica.

Le ripetute dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla possibilità di controllare la vicina Groenlandia avevano spinto parte dell’elettorato islandese a considerare con maggiore attenzione il tema della solidarietà europea.

L’Islanda è già membro della NATO, ma alcuni sostenitori del Sì ritenevano che l’adesione all’UE avrebbe aggiunto un ulteriore livello di vicinanza politica ai Paesi europei.

Il governo di coalizione di orientamento progressista, eletto nel 2024, aveva anticipato il referendum inizialmente programmato per l’anno successivo.

Il clima era un altro argomento dei favorevoli

Tra le ragioni del Sì figurava anche la necessità di affrontare in modo più coordinato questioni che superano i confini nazionali.

Il cambiamento climatico era uno degli esempi portati dai sostenitori della maggiore integrazione europea.

Secondo questa impostazione, l’adesione avrebbe consentito all’Islanda di partecipare più direttamente alle politiche comuni dell’UE.

Anche questo argomento non è stato sufficiente a ribaltare l’orientamento della maggioranza.

Cosa cambia ora per l’economia islandese

Il risultato non modifica nell’immediato l’accesso dell’Islanda al mercato unico europeo né la partecipazione a Schengen.

Il Paese continuerà quindi a mantenere l’attuale sistema di relazioni economiche con l’Europa.

La differenza è politica e prospettica: non verranno riaperti i negoziati per l’adesione.

Resteranno quindi in vigore la corona islandese, l’autonomia commerciale e l’attuale modello di integrazione con l’UE.

Il voto del 52,8% conferma che, almeno per ora, la maggioranza preferisce conservare questo equilibrio piuttosto che avviare un nuovo percorso verso Bruxelles.