Matteo Bassetti, tra i più noti infettivologi italiani, è professore ordinario di Malattie infettive all’Università di Genova e direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale Policlinico San Martino.

Da anni è impegnato nella ricerca sulle infezioni e sull’uso appropriato degli antibiotici e ha pubblicato numerosi lavori su riviste scientifiche internazionali. Parallelamente è diventato una delle voci più riconoscibili del dibattito pubblico sulla sanità grazie ai suoi frequenti interventi sui media.

In questa intervista esclusiva a Capitalist affronta il tema dell’intelligenza artificiale applicata alla medicina e analizza le criticità strutturali del Servizio sanitario nazionale, tra ritardi tecnologici, mancanza di integrazione dei sistemi sanitari regionali e nuove sfide legate all’antibiotico-resistenza.

L’intelligenza artificiale sta entrando sempre di più in ambiti come radiologia, patologia e diagnostica genomica. Guardando ai prossimi 10–15 anni, quali competenze cliniche che oggi consideriamo centrali rischiano di diventare marginali? E cosa succede al medico che non si aggiorna?

Oggi la vera sfida del medico è essere in grado di adattarsi al momento storico. Non utilizzare la tecnologia e, in particolare, gli strumenti di intelligenza artificiale che abbiamo a disposizione è un po’ come voler continuare a usare il vecchio telefono con la cornetta invece dello smartphone. Non è più possibile. Anche le persone più anziane si sono dovute abituare a usare cellulari e smartphone, e lo stesso deve fare il medico.

L’intelligenza artificiale è una risorsa straordinaria: consente di lavorare meglio, a patto di saperla utilizzare. Non è qualcosa che serve solo nella vita quotidiana delle persone, ma uno strumento che ha un ruolo molto importante anche nel lavoro medico.

Credo che nei prossimi 10, 15 o 20 anni arriveremo ad avere insegnamenti universitari specifici in cui si insegnerà ai giovani medici come utilizzare questa tecnologia e come sfruttarla per migliorare la pratica clinica.

Faccio qualche esempio. Se oggi vado a fare una TAC e la macchina, prima di consegnare le immagini al medico, le analizza attraverso sistemi di intelligenza artificiale basati su milioni di immagini raccolte in tutto il mondo e produce già un primo referto, il medico non è penalizzato. Al contrario, è aiutato, perché sa già su quali punti concentrare la propria attenzione. Poi analizzerà le immagini personalmente, le confronterà con la sua esperienza e comunicherà la diagnosi al paziente.

Oppure pensiamo alla dermatologia, dove la vista di una lesione è fondamentale. Se si scatta una fotografia della lesione e la si inserisce in un sistema di intelligenza artificiale addestrato da dermatologi e medici, questo può suggerire una possibile diagnosi sulla base di un enorme database. Poi il medico confronterà quel risultato con il proprio bagaglio culturale e clinico.

In realtà l’intelligenza artificiale è presente in medicina da 40 o 50 anni. Quando facciamo esami del sangue come emocromo, glicemia o colesterolo, vediamo spesso un asterisco accanto ai valori fuori norma: quello è un sistema automatico che segnala anomalie sulla base di parametri preimpostati. Anche quello, in fondo, è una forma di intelligenza artificiale.

La paura che molti miei colleghi hanno dell’intelligenza artificiale è in realtà paura del cambiamento. Ma se il cambiamento porta a migliorare la cura delle persone, ben venga.

Certo, se un medico si è laureato trent’anni fa e da allora non ha mai letto una rivista scientifica, non ha mai aperto un libro, non è mai andato a un congresso e non ha mai consultato nuove fonti di informazione, oggi quel medico è di fatto superato dalla velocità del progresso.

L’intelligenza artificiale rappresenta anche una sfida continua: ci spinge a fare meglio, a migliorarci costantemente e a confrontarci con strumenti sempre più avanzati.

Nel suo campo specifico esiste già un sistema di sorveglianza basato sull’intelligenza artificiale che funziona davvero o siamo ancora nella fase delle promesse?

Noi abbiamo già qualcosa di concreto. Sono presidente della Società italiana di terapia antinfettiva e abbiamo creato un sistema chiamato Multisita, che collega molti centri ospedalieri italiani, circa sessanta.

Attraverso questo sistema analizziamo i dati relativi alle infezioni causate da batteri resistenti e alle modalità con cui vengono trattate. In questo processo l’intelligenza artificiale ci aiuta soprattutto nell’estrazione e nell’analisi dei dati.

Una volta questo lavoro veniva svolto manualmente dagli statistici, che passavano ore su fogli Excel a inserire e confrontare numeri. Oggi gran parte di questo lavoro ripetitivo e complesso può essere svolto in modo automatico.

Detto questo, credo che in Italia sia necessario implementare molto di più l’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi di sorveglianza sanitaria.

Il nostro Paese è uno di quelli europei che ha meno capacità di monitorare e raccogliere dati sanitari in modo sistematico. Questo vale non solo per le infezioni ma per moltissime altre condizioni.

Se, per esempio, proviamo a capire quanti siano in Italia i pazienti con diabete o quanti siano gli obesi, spesso ci accorgiamo che non abbiamo dati precisi e aggiornati. Questo succede perché mancano sistemi centralizzati di raccolta e analisi delle informazioni.

Si sarebbe potuto intervenire su questo tema anche con le risorse del PNRR?

Sì, si sarebbe potuto fare molto di più. A un certo punto si era parlato della possibilità di migliorare i sistemi di sorveglianza sanitaria proprio grazie ai fondi del PNRR, ma alla fine non sono stati fatti investimenti sufficienti in questa direzione.

Il risultato è che oggi il nostro sistema tecnologico sanitario è sostanzialmente lo stesso di cinque anni fa. Ma il resto del mondo nel frattempo è andato avanti molto più velocemente. Questo significa che, in termini relativi, oggi siamo più indietro di prima.

Pensiamo al fascicolo sanitario elettronico. In alcune regioni è stato implementato, ma nella pratica molti pazienti arrivano ancora negli studi medici con borsate piene di esami cartacei.

In teoria esiste il fascicolo elettronico, ma nella realtà non sempre è consultabile facilmente. E capita spesso che un esame fatto in un ospedale non sia visibile in un altro ospedale, magari anche nella stessa regione.

Questo dimostra quanto siamo ancora lontani da un sistema realmente integrato.

Se dovesse indicare una sola grande disfunzione strutturale del Servizio sanitario nazionale, quale sceglierebbe?

La prima è sicuramente la carenza tecnologica.

In Italia non abbiamo un vero sistema sanitario nazionale unitario: abbiamo venti sistemi sanitari regionali che spesso non comunicano tra loro.

Pensiamo, per esempio, all’anagrafe vaccinale. Non esiste un’anagrafe vaccinale nazionale unica: ogni regione ha il proprio sistema e in alcuni casi è ancora basato su documenti cartacei. Molte persone hanno ancora il libretto vaccinale con i timbri, come una volta.

È paradossale se pensiamo che oggi abbiamo una patente elettronica ma continuiamo a usare libretti vaccinali cartacei.

L’altro grande problema riguarda le strutture ospedaliere. Molti ospedali italiani hanno 70, 80 o addirittura 100 anni. Sono stati progettati quando il modo di fare medicina era completamente diverso.

Spesso sono organizzati in padiglioni separati, dove ogni reparto è isolato dagli altri e i pazienti devono essere trasportati continuamente da una parte all’altra.

Oggi invece gli ospedali moderni sono progettati in modo diverso: strutture integrate con blocchi dedicati alla chirurgia, alla medicina, ai servizi e all’emergenza. Un esempio di questo tipo di organizzazione è l’ospedale moderno di Bergamo, dove tutto è concentrato in un’unica grande struttura.

Ha mai avuto l’impressione che riforme giuste e tecnicamente corrette siano state bloccate non dalla mancanza di risorse ma da resistenze politiche?

Il problema è che per molti anni la sanità è stata gestita da persone che non avevano competenze specifiche nel settore.

È come se qualcuno decidesse cosa coltivare in un campo senza ascoltare i contadini o senza conoscere il terreno.

Negli ultimi trent’anni è mancata una vera pianificazione a lungo termine. La politica avrebbe dovuto sedersi, creare un gruppo di lavoro e chiedersi dove stiamo andando nei prossimi vent’anni.

Avremmo dovuto chiederci quante persone anziane avremo in futuro, quanti pazienti fragili ci saranno, quanto costeranno le nuove tecnologie e i nuovi farmaci e se il sistema sanitario attuale sarà sostenibile.

Invece spesso si è lavorato senza una visione chiara.

L’antibiotico-resistenza provoca già oggi moltissime morti, ma riceve molta meno attenzione rispetto ad altre patologie. Perché?

Prima di tutto è un problema di comunicazione.

Le persone non vogliono sentirsi dire che non possono più usare gli antibiotici liberamente come hanno fatto negli ultimi cinquant’anni. Eppure proprio questo uso eccessivo ha contribuito a creare il problema.

In Italia stimiamo che tra le 30.000 e le 40.000 persone muoiano ogni anno per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici.

Se non interveniamo, tra vent’anni queste infezioni potrebbero diventare la prima causa di morte nel mondo.

Si stima che potrebbero causare fino a 40 milioni di morti a livello globale, mentre i decessi per tumore sarebbero circa 8 milioni.

C’è un grande paradosso: oggi investiamo enormi risorse per sviluppare nuove terapie oncologiche che permettono ai pazienti di sopravvivere al cancro, ma poi alcuni di questi pazienti muoiono per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici.

Come si potrebbe migliorare la situazione?

Bisognerebbe intervenire con decisione.

Per esempio, si potrebbe creare un programma di cinque anni in cui tutti i medici italiani siano obbligati a ottenere ogni anno crediti formativi specifici sull’uso corretto degli antibiotici.

Se dopo cinque anni un medico non ha completato la formazione necessaria, non dovrebbe più poter prescrivere antibiotici.

Inoltre bisognerebbe applicare regole molto severe anche per i farmacisti che vendono antibiotici senza ricetta.

Con misure di questo tipo si potrebbe migliorare molto la situazione in pochi anni.

Lei è molto attivo anche nella divulgazione sui social. Rifarebbe lo stesso percorso?

Sì, rifarei tutto.

Oggi un medico che non sa comunicare con le persone e non utilizza strumenti come i social media non svolge completamente il proprio lavoro.

Il medico non deve occuparsi solo del singolo paziente nello studio, ma deve anche contribuire alla salute della comunità.

Per farlo è necessario fare divulgazione. I social oggi sono uno strumento straordinario per arrivare nelle case delle persone.

Un tempo c’era soprattutto la televisione. Oggi invece i giovani tra i venti e i quarant’anni spesso non guardano la TV: utilizzano piattaforme di streaming e si informano online.

Per raggiungere quella fascia di popolazione non c’è alternativa ai social.

Prendersi cura del paziente significa assisterlo a 360 gradi: accoglierlo, sostenerlo e accompagnarlo lungo tutto il percorso di guarigione. Un medico deve saper creare empatia, perché la fiducia del paziente è fondamentale. Costruire questo rapporto contribuisce in modo significativo al processo di guarigione.

Nel suo libro: “Essere medico” asserisce che l’empatia aiuta a guarire: ma cosa vuol dire?

Prendersi cura del paziente significa assisterlo a 360 gradi: accoglierlo, sostenerlo e accompagnarlo lungo tutto il suo percorso di guarigione. Un medico deve saper creareempatia, perché la fiducia del paziente è fondamentale. Costruire questo rapporto è essenziale e contribuisce in modo significativo al processo di completa guarigione.