Dopo trenta ore di confronto ininterrotto al ministero delle Imprese e del Made in Italy, iniziato martedì e proseguito per tutta la notte, è arrivata l'intesa sul nuovo piano industriale di Electrolux in Italia. L'accordo prevede oltre 100 milioni di euro di investimenti e una produzione di circa 3,2 milioni di pezzi l'anno a fine piano, confermando il ruolo strategico degli stabilimenti italiani.

Il dato più atteso riguarda l'occupazione. Rispetto ai 1.719 esuberi annunciati inizialmente dall'azienda, il nuovo piano prevede al massimo 902 uscite, da gestire esclusivamente su base volontaria e incentivata, con il sostegno degli ammortizzatori sociali. L'intesa riguarda il piano industriale 2026-2029 del gruppo svedese nel nostro Paese.

«Abbiamo raggiunto l'obiettivo: un accordo che tutela i lavoratori e salvaguarda tutti gli stabilimenti di Electrolux in Italia, con oltre 100 milioni di euro di investimenti per garantire prospettive produttive di lungo periodo», ha commentato il ministro Adolfo Urso.

Cosa prevede il piano stabilimento per stabilimento

Sul piano produttivo, a Porcia si amplia il portafoglio prodotti, consolidando la produzione di lavatrici e lavasciuga su entrambe le piattaforme. Confermati investimenti e prospettive produttive anche per Susegana, Solaro e Forlì.

Intanto iniziano a circolare le cifre per i singoli siti:

  • a Susegana, nel Trevigiano, le uscite volontarie riguarderanno 313 lavoratori (di cui 144 operai), contro i 420 esuberi indicati inizialmente, con investimenti per 18,5 milioni;
  • a Forlì sono previsti 15 milioni di investimenti in tre anni e 194 possibili uscite, anche in questo caso solo su base volontaria.

Il caso più delicato era quello di Cerreto d'Esi, nelle Marche, di cui il piano originario prevedeva la chiusura. L'accordo mantiene la produzione, con volumi in linea con quelli attuali e con la media degli ultimi anni, fino a quando sarà individuata una soluzione di reindustrializzazione a tutela dei 149 lavoratori.

Il ministero del Lavoro sarà coinvolto per individuare gli ammortizzatori sociali più adatti, insieme a percorsi di formazione e riqualificazione professionale.

Il nodo degli incentivi

L'ultimo ostacolo della trattativa è stato l'ammontare degli incentivi per chi lascia volontariamente l'azienda. Fiom, Fim, Uilm e Usb chiedevano le stesse cifre ottenute dai dipendenti Beko, coinvolti in una crisi gemella dello stesso settore, cioè fino a 80.000 euro. La Fiom ha inoltre ottenuto dal governo l'impegno a rifinanziare i contratti di espansione, che permettono nuove assunzioni e favoriscono il ricambio generazionale.

Le reazioni di governo e sindacati

Per il governo, l'intesa è anche il frutto della battaglia condotta in Europa. Con un documento informale sostenuto da Francia, Germania, Polonia, Spagna e Slovacchia, l'Italia ha chiesto un piano europeo per gli elettrodomestici contro la concorrenza sleale e a sostegno degli investimenti. «Ora agli impegni della Commissione devono seguire misure concrete», ha sottolineato Urso.

Il ministro Luca Ciriani ha parlato di una mediazione «molto buona», che ha permesso di evitare «un vero e proprio disastro sociale». La sottosegretaria alle crisi d'impresa Fausta Bergamotto ha definito la firma «un passaggio significativo» e ha ribadito che la priorità resta la salvaguardia dei posti di lavoro.

I sindacati rivendicano il peso della mobilitazione. Per i vertici della Uilm, Davide Sperti e Gianluca Ficco, il risultato è stato reso possibile dalla grande mobilitazione dei lavoratori in quasi sei mesi di dura vertenza. Anche la Fim Cisl, con Ferdinando Uliano e Massimiliano Nobis, ha apprezzato l'iniziativa europea di Urso, ma ha ricordato che la mobilitazione ininterrotta è stata decisiva per arrivare all'ipotesi di accordo.

Sei mesi di vertenza

La crisi era esplosa l'11 maggio, quando Electrolux aveva presentato un piano con 1.719 licenziamenti, la chiusura di Cerreto d'Esi e un taglio del 30% della produzione. I tagli riguardavano quasi il 40% dei 4.500 dipendenti italiani. Urso aveva definito il piano «irricevibile» e chiesto un'alternativa entro il 15 giugno. Sono seguiti scioperi e trattative complicate, finché l'azienda ha sospeso il piano e accettato di cercare un compromesso con governo e sindacati.

Electrolux, dalla Zanussi alla crisi: cosa rappresenta per l'Italia

La storia di Electrolux in Italia comincia con un nome che fa parte dell'identità industriale del Paese: Zanussi. Nata nel 1916 a Pordenone come officina artigiana di Antonio Zanussi, l'azienda passò nel 1984 sotto il controllo del gruppo svedese. Nel 1983 la Zanussi aveva 22.000 dipendenti ma era in perdita e indebitata con le banche: per Pordenone, più che una fabbrica, era un pezzo di identità. Ancora oggi la sede di Electrolux Italia è a Porcia, in corso Lino Zanussi. Nel 2024 la società ha fatturato oltre 1 miliardo di euro, in calo del 12,8% rispetto al 2022.

Per decenni l'Italia è stata la fabbrica europea degli elettrodomestici: frigoriferi, lavatrici, forni e lavastoviglie partivano dagli stabilimenti italiani verso tutto il continente. Electrolux, che ha impianti in 25 Paesi europei, ha concentrato da noi gran parte della sua produzione continentale. Ma l'occupazione si è ridotta progressivamente, dai 7.515 dipendenti di fine 2008 ai 5.715 del 2012, fino ai circa 4.500 di oggi.

Le difficoltà hanno diverse cause:

  • domanda debole: nel 2026 i volumi del settore in Europa sono rimasti ai minimi da oltre dieci anni;
  • costi in crescita: la guerra in Medio Oriente ha fatto salire materie prime e logistica, e i dazi americani pesano sui conti;
  • concorrenza asiatica: i sindacati e parte del dibattito pubblico denunciano la concorrenza sleale delle importazioni dall'Asia e il peso delle regole europee;
  • energia: i costi di energia, materie prime e approvvigionamenti penalizzano i produttori europei.

I numeri del gruppo riflettono questo quadro. Nel terzo trimestre 2026 il fatturato è salito del 5% a 33,9 miliardi di corone svedesi, ma il risultato operativo è sceso da 890 a 607 milioni, con un margine dell'1,8%, e il periodo si è chiuso in perdita per 340 milioni. Pesano i costi di ristrutturazione, compresi quelli legati alla partnership con il gruppo cinese Midea in Nord America. Il riassetto è globale: dopo l'Italia, Electrolux ha avviato la chiusura della fabbrica ungherese di Jászberény entro fine 2026. Il rovescio della medaglia è che, nonostante la crisi, i marchi Electrolux e AEG continuano a guadagnare quote di mercato in Europa.

Per l'economia italiana la posta in gioco va oltre i posti di lavoro diretti. Intorno agli stabilimenti sono cresciuti per decenni distretti con competenze diffuse e un ampio indotto di fornitori. Secondo la Fim Cisl, l'Italia rischia di passare dal ruolo di fabbrica d'Europa a quello di produttore specializzato nella fascia alta o di semplice snodo logistico. Non manca chi teme scenari più radicali. Maurizio Castro, ex responsabile delle risorse umane del gruppo, ha avvertito che stabilimenti come quelli italiani hanno bisogno di grandi volumi per funzionare: dimezzare la produzione, a suo avviso, li renderebbe insostenibili.

Le prossime sfide

L'accordo chiude la fase più acuta della vertenza, ma non spazza via tutte le incognite. Restano da verificare gli impegni produttivi, la reindustrializzazione di Cerreto d'Esi e le misure promesse da Bruxelles per il settore. La Regione Veneto sottolinea che il nuovo piano punta su prodotti a maggior valore aggiunto e mantiene in Italia funzioni strategiche come ricerca e sviluppo. Ora la parola passa ai lavoratori.