Per oltre la metà degli italiani il primo criterio nella scelta di un alimento resta l’origine italiana del prodotto. Il 51% considera il Made in Italy l’elemento decisivo al momento dell’acquisto, davanti al prezzo, indicato dal 41% degli intervistati, e davanti anche a stagionalità e chilometro zero, entrambe ferme attorno al 34%.
Dietro questo primato, però, emerge una frattura sempre più evidente: gli italiani continuano a preferire il cibo italiano, ma fanno sempre più fatica a permetterselo.
Secondo la ricerca CIA Trend “Coltivare Sicurezza, Attrarre Futuro”, elaborata dall’Ufficio studi di CIA Agricoltori Italiani e presentata a Roma durante la IX Assemblea elettiva nazionale, l’89% degli italiani ha percepito gli aumenti dei prezzi alimentari degli ultimi mesi e il 48% ha già modificato le proprie abitudini di acquisto per far fronte ai rincari.
Il quadro che emerge è quello di un consumatore consapevole, che riconosce il valore della produzione italiana ma deve continuamente fare i conti con il proprio budget.
Il Made in Italy piace, ma “entro certi limiti”
La disponibilità a spendere di più per acquistare un prodotto certificato italiano è molto alta in tutte le fasce della popolazione. Esiste però una condizione condivisa praticamente da tutti gli intervistati: pagare di più sì, ma “entro certi limiti”.
La ricerca mostra come questa risposta accomuni uomini e donne, giovani e anziani, residenti del Nord e del Sud.
Non emerge quindi una crisi di fiducia nel brand Italia, ma una crescente pressione economica sulle famiglie. I consumatori vogliono scegliere prodotti italiani, ma non sempre riescono a sostenerne il costo.
Il divario tra giovani e over 55
L’indagine evidenzia anche una forte differenza generazionale.
Per il 62% degli over 55 l’origine italiana del prodotto rappresenta un criterio decisivo di scelta. Tra i giovani tra 18 e 24 anni, invece, questa percentuale scende al 35%.
Le nuove generazioni attribuiscono maggiore importanza all’etica del prodotto. Il 30% dei giovani considera centrale questo aspetto, contro appena il 13% degli over 55.
Non si tratta di un rifiuto del Made in Italy, ma di un approccio differente al consumo. I giovani sembrano associare maggiormente qualità, sostenibilità ed equità sociale.
Le proposte della CIA
Per il presidente nazionale di CIA Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, questi dati devono essere letti in una prospettiva strategica.
“I consumatori riconoscono la qualità del prodotto italiano, ma il sistema non riesce ancora a garantire che questo valore si traduca in un prezzo giusto lungo tutta la filiera, a partire dagli agricoltori”, ha dichiarato.
Fini ha poi illustrato alcune proposte concrete:
- un portale istituzionale contro le pratiche sleali;
- sistemi di certificazione per garantire una quota minima del prezzo finale al produttore agricolo;
- incentivi fiscali per chi acquista prodotti agricoli Made in Italy.
“Il consumatore vuole fare la scelta giusta: dobbiamo renderla accessibile”, ha aggiunto.
Il peso dei costi energetici e dell’Italian Sounding
Tra le principali minacce percepite per il settore agroalimentare italiano, gli italiani indicano soprattutto i costi energetici.
Subito dopo compare il fenomeno dell’Italian Sounding, percepito come un problema persino più grave della concorrenza estera a basso costo.
Il 52% degli italiani ritiene infatti che i prodotti che imitano nomi, colori e simboli italiani provochino danni sia alle vendite sia all’immagine del vero Made in Italy.
Il 27% parla esplicitamente di sottrazione di quote di mercato, mentre solo il 21% considera nullo o addirittura positivo l’effetto dell’Italian Sounding.
Secondo la ricerca, il danno percepito verso chi produce è superiore rispetto al danno percepito verso i consumatori stessi. Un elemento che suggerisce come molti italiani si sentano comunque vicini ai produttori agricoli, anche quando non riescono sempre a scegliere prodotti italiani nel carrello della spesa.
Inflazione, effetto guerra: imprese sotto pressione e consumi a rischio
Una questione anche identitaria
Anche in questo caso emerge una netta differenza generazionale.
I giovani tendono a vedere l’Italian Sounding soprattutto come una minaccia economica. Gli adulti e gli anziani, invece, lo vivono principalmente come un problema identitario.
Tra gli over 55, il 64% considera il falso Made in Italy un danno per l’immagine autentica dei prodotti italiani. Nella fascia 18-24 anni questa percezione scende al 33%.
Il Made in Italy continua a essere forte all’estero
Nonostante le difficoltà, il posizionamento internazionale del cibo italiano resta molto forte.
Il 58% degli italiani ritiene che chi acquista prodotti alimentari italiani all’estero lo faccia soprattutto per cercare qualità e autenticità.
Per un italiano su cinque il Made in Italy agroalimentare non ha rivali in nessun settore.
Solo il 13% considera il comparto alimentare un ambito in cui i prodotti stranieri siano superiori a quelli italiani. Una percentuale molto inferiore rispetto a tecnologia ed elettronica, indicati dal 38% degli intervistati, e all’automotive, fermo al 34%.
Esiste però anche una percezione di eccellenza limitata ad alcune categorie simboliche.
Il 43% ritiene infatti che il prestigio internazionale dell’agroalimentare italiano sia concentrato soprattutto su vino, pasta e olio.
Secondo CIA, questa visione rischia di penalizzare altre produzioni italiane di qualità ancora poco valorizzate sui mercati internazionali.
Il “nuovo patto” proposto dalla CIA
Cristiano Fini ha indicato la necessità di costruire “un nuovo patto” con i consumatori, fondato su una visione One Health.
“Dobbiamo costruire un nuovo patto con i consumatori fondato su una visione One Health: la salute economica delle aziende agricole, la salute ambientale dei territori, la salute delle persone che mangiano. Ogni acquisto consapevole è un atto politico. E la filiera corta, i mercati contadini, la vendita diretta sono gli strumenti più efficaci per rendere quel patto concreto e quotidiano”.
Fini ha inoltre sottolineato che il valore dell’agricoltura italiana va ben oltre le categorie più iconiche conosciute all’estero.
“Il prodotto agricolo italiano vale ben oltre le tre categorie iconiche”, ha evidenziato.
Un consumatore consapevole ma sotto pressione
La ricerca descrive, quindi, un consumatore tutt’altro che ingenuo.
Gli italiani continuano a riconoscere il valore simbolico, culturale ed economico del cibo Made in Italy. Il problema si sposta sempre più sul piano dell’accessibilità economica.
Secondo CIA, la risposta non può limitarsi alla comunicazione o al marketing. Serve invece redistribuire meglio il valore lungo la filiera, proteggere gli agricoltori dalla concorrenza sleale e rendere il prodotto italiano realmente competitivo anche sul prezzo.






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