L’inflazione nell’area euro ha raggiunto il 3% ad aprile, segnando un aumento di oltre un punto percentuale rispetto a febbraio. Il dato evidenzia un’accelerazione significativa dei prezzi, con effetti già visibili su diversi settori economici e sulla vita quotidiana di imprese e consumatori.

L’effetto domino della crisi energetica

Dalla benzina ai tessili, passando per l’industria petrolchimica e persino prodotti come i preservativi, l’aumento dei prezzi si sta diffondendo in modo trasversale. L’economia europea mostra segnali simili a quelli registrati da grandi gruppi industriali.

Il caso della Marcegaglia è emblematico. Due mesi dopo l’inizio della guerra in Medio Oriente, il 28 febbraio, l’azienda ha registrato un incremento dei costi pari a 4 milioni di euro al mese. A incidere sono stati diversi fattori: il raddoppio del prezzo del gas utilizzato come fonte energetica in due stabilimenti, l’aumento del 25% dei costi del trasporto marittimo per le importazioni dall’Asia e il rincaro del gasolio per la flotta aziendale.

Energia e trasporti trainano l’inflazione

L’economia dell’Eurozona riflette dinamiche simili. L’inflazione ha iniziato a diffondersi dopo che i prezzi del gas e del petrolio sono quasi raddoppiati.

I dati mostrano una crescita progressiva:

  • 1,9% a febbraio
  • 2,6% a marzo
  • 3% ad aprile

Un incremento che rappresenta un colpo significativo per il potere d’acquisto delle famiglie e per i margini delle imprese, pur restando lontano dal picco del 10% registrato alla fine del 2022.

Francia e dinamiche nazionali

In Francia, secondo i dati armonizzati di Eurostat, l’inflazione è passata dall’1,1% di febbraio al 2,5% di aprile. Un segnale che conferma la diffusione del fenomeno anche nelle principali economie europee.

Le previsioni degli economisti

«Si prevede un picco dell’inflazione a settembre intorno al 3,1% nell’area euro», stima Michel Martinez, capo economista per l’Europa presso Société Générale.

Lo stesso economista sottolinea però l’elevata incertezza del contesto: «ogni quindici giorni» le previsioni devono essere riviste, a causa della durata imprevedibile del conflitto.

«Se lo stretto di Ormuz rimanesse chiuso per sei mesi, la situazione cambierebbe», aggiunge, indicando uno scenario potenzialmente critico per i flussi energetici globali legati al Stretto di Ormuz.

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Il primo segnale: la benzina

Lo shock si è manifestato inizialmente già nella settimana del 2 marzo, con il rapido aumento dei prezzi alla pompa. Gli automobilisti hanno registrato un rincaro immediato:

  • benzina senza piombo 95: +19% rispetto al periodo prebellico
  • diesel: +31%

Questi aumenti rappresentano uno dei primi segnali tangibili dell’impatto della crisi energetica sulla vita quotidiana.