C'è un momento, nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 2026, in cui qualcuno, da qualche parte nel mondo, preme un tasto. Bastano venti minuti. Quando le luci si riaccendono sui sistemi di sicurezza di Binance, il più grande exchange di criptovalute del pianeta, sui conti manca una cifra che fa girare la testa: 6,3 miliardi di dollari. È, con ogni probabilità, il più grande furto di criptovalute della storia. E la pista, per chi indaga, porta dritta a un unico sospettato: la Corea del Nord.
Un'operazione chirurgica su dieci blockchain
Non è il classico attacco hacker da film, con tecnici in felpa che smanettano per ore davanti a schermi verdi. È qualcosa di più freddo e più rapido: i fondi vengono spostati simultaneamente su dieci blockchain diverse, in un'unica raffica di transazioni. Le società di intelligence blockchain TRM Labs e Chainalysis, le stesse che tracciano da anni i movimenti sporchi del crypto-mondo, parlano senza mezzi termini del "più grande furto di criptovalute della storia". Un record che nessuno, a Binance, avrebbe voluto conquistare.
La firma del sospetto numero uno: TraderTraitor
Il nome che circola negli ambienti della cybersicurezza è sempre lo stesso: TraderTraitor, l'unità hacker legata al regime di Pyongyang e considerata una costola del famigerato Lazarus Group. TRM Labs attribuisce l'attacco ai nordcoreani "con alta affidabilità". Non è un esordio: la stessa sigla era già stata individuata come responsabile del colpo da 1,5 miliardi di dollari sottratto all'exchange Bybit nel 2025. Un copione che si ripete, con il sospetto - tutt'altro che fantasioso - che dietro ci sia un apparato di Stato che da anni userebbe il crimine informatico come fonte di valuta estera, bypassando le sanzioni internazionali.
Il giallo del "lucchetto" lasciato aperto
Come abbiano fatto resta, almeno ufficialmente, un mistero. Binance in un primo momento ha sospettato che un laptop compromesso di un dipendente potesse essere la falla d'ingresso, ma le indagini interne avrebbero poi individuato altri punti di violazione. Una pista alternativa, avanzata dall'analista Kok Tin Gan della società NyxLab (ipotesi non confermata dall'exchange), è ancora più inquietante: una singola firma digitale compromessa avrebbe potuto generare un token di accesso permanente e senza scadenza a uno dei "portafogli caldi" della piattaforma, quelli collegati a internet e quindi più vulnerabili. Binance, da parte sua, assicura di non aver trovato prove di una fuga delle chiavi private dei propri sistemi.
La corsa contro il tempo
Una volta scoperto il buco, la macchina dei soccorsi si è mossa in fretta. Binance, insieme ai suoi partner blockchain, è riuscita a congelare circa 3 miliardi di dollari degli importi sottratti, una parte consistente del bottino. I depositi degli utenti non sono mai stati toccati, mentre i prelievi sono stati sospesi temporaneamente per permettere le verifiche di sicurezza, con la promessa di ripristinarli nel giro di uno o due giorni. L'exchange ha garantito che rimborserà integralmente ogni utente coinvolto e che sta collaborando con le forze dell'ordine internazionali per identificare i responsabili.
Un film già visto ma con un finale ancora da scrivere
Resta lo scenario inquietante di un Paese, isolato e sotto embargo, che avrebbe trovato nel furto digitale una delle poche vie rimaste per procurarsi valuta pregiata. Un film di spionaggio che si consuma non in un bunker, ma dentro righe di codice e wallet digitali, e che - numeri alla mano - rischia di essere solo l'ultimo episodio di una serie già lunga.






Commenti