Veniva da una famiglia di imprenditori. Ha mosso una quantità enorme di persone e di risorse senza una struttura aziendale tradizionale. Per anni fratel Biagio Conte ha guidato a Palermo la Missione Speranza e Carità contando su una cosa che nessun bilancio registra: la fiducia di chi portava un sacco di pasta, un’offerta o qualche ora di lavoro.

Giacomo Palermo, reporter, lo ha incontrato circa quindici anni fa. All’inizio voleva soltanto documentare quello che il missionario laico faceva. Col tempo quelle fotografie sono diventate un lavoro di anni, fatto di tempo, scatti e pagine dedicati alla sua storia.

In questa intervista Palermo racconta lo scatto che non riesce a dimenticare, realizzato la vigilia di Natale nel reparto di oncologia dell’Ospedale Civico. Spiega poi come ha provato a smontare i pregiudizi sulla scelta di Biagio. Prova anche a rispondere a una domanda da economista: come si misura il ritorno sociale di una realtà che non insegue il profitto?

Hai incontrato fratel Biagio Conte circa 15 anni fa. Qual è stato il preciso istante che ti ha spinto a passare dall’essere un osservatore a dedicare tempo, scatti e pagine alla sua storia?

Non credo sia stato un singolo istante, almeno non nel senso di un episodio preciso. È stato piuttosto il momento in cui ho capito che fratel Biagio non era semplicemente una persona da osservare e fotografare. Era una storia che chiedeva di essere ascoltata e custodita.

All’inizio pensavo di documentare ciò che faceva. Poi ho iniziato a comprendere che dietro ogni suo gesto c’era una scelta radicale di vita, una testimonianza capace di interrogare anche chi gli stava accanto. Ho capito che non bastava scattare qualche fotografia: bisognava esserci, dedicare tempo, tornare, ascoltare, raccontare.

Da quel momento non ho più guardato fratel Biagio soltanto attraverso l’obiettivo. Ho sentito la responsabilità di raccontare l’uomo, prima ancora del personaggio, e di lasciare che la sua storia diventasse anche una parte della mia.

Cosa cercavi per la tua crescita personale attraverso i suoi occhi e la sua radicalità?

Attraverso gli occhi di fratel Biagio cercavo, forse senza saperlo pienamente, qualcosa che nella vita quotidiana rischiamo di perdere: l’essenziale.

La sua radicalità mi metteva davanti a domande che non potevo più evitare. Quanto siamo disposti a rinunciare per ciò in cui crediamo? Quanto spazio lasciamo agli altri nella nostra vita? E soprattutto, quanta coerenza c’è tra ciò che diciamo di essere e il modo in cui scegliamo di vivere?

Guardandolo, cercavo di capire se fosse davvero possibile vivere con meno, liberarsi dal superfluo e riconoscere nell’altro, soprattutto nel più fragile e dimenticato, una persona da amare e non semplicemente da aiutare.

La sua radicalità non mi interessava come gesto estremo, ma come possibilità di cambiamento interiore. Mi costringeva a guardare le mie contraddizioni, le mie comodità, le mie paure.

Credo che, attraverso il suo sguardo, stessi cercando anche me stesso. Non volevo diventare fratel Biagio, ma capire quanto della sua testimonianza potesse trasformare il mio modo di stare al mondo.

E forse è proprio questo il dono più grande che mi ha lasciato: avermi insegnato che la fotografia può fermare un’immagine, ma soltanto l’incontro autentico con una persona può cambiare il modo in cui guardiamo la vita.

Qual è lo scatto che custodisci con più gelosia, quello che racconta una verità che con le parole è difficile esprimere?

Lo scatto che più mi ha colpito è stato realizzato il 24 dicembre dentro l’Ospedale Civico di Palermo nel reparto di oncologia a un immigrato in fin di vita e mentre mi trovavo lì a scattare le fotografie insieme con Biagio sentivo un odore che ancora non dimentico.

Qual è il pregiudizio che la gente comune ha nei confronti di chi sceglie una vita da eremita e missionario come Biagio, e come hai cercato di smontarlo con il tuo lavoro?

Credo che il pregiudizio più diffuso sia quello di considerare chi sceglie una vita eremitica o missionaria come una persona che fugge dal mondo, che rifiuta la società o che, in qualche modo, vive fuori dalla realtà. Nel caso di fratel Biagio, ho incontrato spesso questa difficoltà di comprensione: la sua scelta radicale poteva apparire incomprensibile, persino folle, agli occhi di chi misura la vita attraverso il successo, il possesso, il benessere e le sicurezze materiali. Con il mio lavoro ho cercato di scardinare proprio questo sguardo superficiale. Non volevo raccontare un uomo fuori dal mondo, ma un uomo che aveva scelto di immergersi profondamente nelle sue ferite. Non un eremita isolato, ma un missionario che aveva fatto dell’incontro con gli ultimi la ragione della propria esistenza. Attraverso le fotografie, le testimonianze ho cercato di mostrare la dimensione umana di Biagio: i suoi gesti quotidiani, la sua fatica, la sua fragilità, la sua capacità di ascoltare e di accogliere senza chiedere nulla in cambio. Volevo che l’osservatore non si fermasse a chiedersi se fosse giusto o sbagliato vivere come lui, ma si domandasse piuttosto perché una persona avesse sentito il bisogno di spogliarsi di tutto per restituire dignità agli altri. In fondo, il mio intento era ribaltare la prospettiva: forse non era Biagio a essere lontano dal nostro mondo. Forse era proprio lui, con la sua radicalità, a mostrarci quanto noi rischiamo di essere lontani dagli altri. E se anche una sola fotografia è riuscita a generare questa domanda in chi la guarda, avrei sentito che il mio lavoro aveva raggiunto il suo scopo.

Biagio Conte proveniva da una famiglia di imprenditori e ha gestito una mole immensa di risorse umane e materiali senza avere una vera e propria struttura aziendale tradizionale. Come faceva la Missione Speranza e Carità a reggersi in piedi, con un budget basato solo su fiducia e Provvidenza?

Biagio aveva compreso che non tutte le grandi organizzazioni si reggono sul denaro, sulle gerarchie e sui bilanci tradizionali. Alcune riescono a vivere perché generano un’enorme rete di fiducia. La sua impresa più grande non era amministrare risorse, ma mettere in movimento le coscienze. La Provvidenza, per lui, aveva spesso il volto di una persona che arrivava con un sacco di pasta, un’offerta, qualche ora di lavoro o semplicemente con la disponibilità a esserci.

Non era magia e non era improvvisazione: era una comunità che si assumeva collettivamente la responsabilità di non lasciare indietro nessuno.

In un mondo capitalista, guidato dalle performance e dai profitti, quale metrica di successo utilizzeresti per il ritorno dell’investimento sociale generato da una struttura come quella di fratel Biagio a Palermo?

Se dovessi applicare alla Missione Speranza e Carità i parametri tradizionali del mondo capitalista, probabilmente partirei da una domanda: quanto costa alla società una persona che vive ai margini e quanto, invece, restituisce alla collettività quando viene accolta, curata e accompagnata verso una nuova possibilità di vita?

Ma credo che, nel caso di fratel Biagio, dovremmo avere il coraggio di cambiare radicalmente l’unità di misura.

Non utilizzerei il profitto economico come indicatore principale, ma il valore sociale generato per ogni euro investito.

In un’economia che misura il valore delle persone in base a ciò che producono, Biagio ci ha lasciato una domanda diversa: quanto vale una società se non è capace di prendersi cura di chi non può restituirle nulla?

Purtroppo fratel Biagio non c’è più. Ci sarà per sempre un legame tra voi? Agli ultimi chi pensa?

Credo che ci siano incontri che non finiscono con la morte di una persona. E quello con fratel Biagio, per me, appartiene a questa categoria.

Il legame che si è creato attraverso gli anni, gli sguardi, le fotografie e le tante storie condivise non si interrompe. Biagio continua a essere presente nelle domande che mi pongo, nel modo in cui guardo gli ultimi, nella responsabilità che sento quando racconto una storia di sofferenza o di emarginazione.

La sua assenza fisica, semmai, rende ancora più forte una domanda: che cosa abbiamo fatto del suo messaggio? Perché sarebbe troppo facile commuoversi ricordando Biagio, celebrarne la figura e poi tornare alle nostre abitudini, lasciando che tutto rimanga immutato.

Perché Biagio non ci ha lasciato soltanto una storia da ricordare. Ci ha lasciato una domanda scomoda, che non dovremmo mai smettere di farci: quando incontriamo un ultimo, siamo capaci di riconoscere in lui nostro fratello?

E forse il modo più autentico per non perdere Biagio è non lasciare soli quelli per i quali lui ha vissuto.

La fiction su Biagio Conte ti è piaciuta? Raccontami la tua impressione.

La fiction su fratel Biagio mi ha colpito soprattutto per aver riportato all’attenzione del grande pubblico una figura che merita di essere conosciuta ben oltre Palermo e la Sicilia. Raccontare Biagio Conte attraverso il linguaggio televisivo non era semplice. Il rischio era quello di trasformare una vita così radicale in una storia edificante, quasi agiografica, perdendo le contraddizioni, le difficoltà e soprattutto la dimensione profondamente umana del personaggio. Quello che mi interessa maggiormente è capire se la fiction sia riuscita a restituire non soltanto il missionario, ma anche l’uomo: le sue inquietudini, le sue scelte difficili, la sua determinazione e il rapporto con le persone che ha incontrato. Da chi ha dedicato tempo, fotografie e pagine alla sua storia, credo che ci sia anche un altro punto di vista: quello della memoria. Una fiction può emozionare, avvicinare nuovi spettatori e far conoscere una testimonianza, ma non può contenere tutta la complessità di una vita. Personalmente, non la giudicherei soltanto per quanto sia stata fedele agli avvenimenti, ma per una domanda: dopo averla vista, lo spettatore sente il desiderio di conoscere meglio Biagio e, soprattutto, di guardare con occhi diversi gli ultimi? Se la risposta è sì, allora ha raggiunto un risultato importante. Perché il vero successo di un racconto su fratel Biagio non è farci piangere davanti alla televisione, ma farci sentire meno indifferenti quando, il giorno dopo, incontriamo una persona che ha bisogno di noi.