Le aziende italiane continuano a sostenere un carico fiscale nettamente superiore rispetto ai grandi colossi della tecnologia. È quanto emerge dall’ultima analisi della Cgia, secondo cui le principali multinazionali del web beneficiano di un’aliquota fiscale media che risulta inferiore di oltre 17 punti percentuali rispetto a quella applicata alle imprese del nostro Paese.

Secondo lo studio, il fenomeno è favorito dalla possibilità, per molti gruppi internazionali, di trasferire gli utili verso Stati europei con una fiscalità più favorevole, riducendo così l’imposizione complessiva.

Il confronto tra imprese italiane e colossi del web

I dati elaborati dalla Cgia, sulla base delle rilevazioni dell’Area Studi Mediobanca, evidenziano un divario significativo.

Le imprese italiane registrano infatti un tax rate medio del 31,9%, mentre le prime 25 multinazionali mondiali del settore tecnologico si fermano al 14,8%.

Il confronto emerge anche dai risultati economici più recenti.

Nel 2024 le prime 25 Big Tech hanno realizzato utili ante imposte pari a 503 miliardi di euro, versando complessivamente 74,3 miliardi di euro di imposte.

Le imprese italiane, invece, nel 2023 hanno prodotto 322 miliardi di euro di utili, contribuendo al gettito fiscale con 102,6 miliardi di euro, pari a un’incidenza vicina al 32%.

Come funziona lo spostamento degli utili

La Cgia spiega che molte multinazionali presenti in diversi Paesi riescono a ridurre il carico fiscale attraverso la distribuzione interna dei costi.

Le controllate operative nei Paesi con una tassazione elevata, come Italia o Francia, vedono aumentare artificialmente i costi, riducendo così gli utili dichiarati. Una parte consistente dei profitti viene invece trasferita verso società localizzate in Stati caratterizzati da una fiscalità più vantaggiosa.

Tra le destinazioni più utilizzate figurano:

  • Paesi Bassi;
  • Irlanda;
  • Lussemburgo.

In questo modo una quota rilevante degli utili viene tassata dove le aliquote risultano decisamente più basse.

Il nodo della Global Minimum Tax

La Cgia richiama anche quanto avvenuto durante il G7 del 2025 in Canada.

Secondo l’associazione, gli Stati Uniti hanno ottenuto un’esenzione fiscale per le proprie grandi imprese, mettendo in discussione il percorso internazionale volto a introdurre una tassazione minima uniforme sulle multinazionali.

Poiché la maggior parte delle Big Tech ha sede negli Stati Uniti o in Cina, e considerando che Pechino non aderisce all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il rischio evidenziato dalla Cgia è che la Global Minimum Tax finisca per gravare soprattutto sui grandi gruppi europei.

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L’Unione Europea punta sulla Digital Service Tax

Per questo motivo Bruxelles sta lavorando all’introduzione di una Digital Service Tax valida per tutti gli Stati membri.

Secondo la Cgia, il progetto incontra però la forte opposizione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha minacciato un raddoppio dei dazi sui prodotti europei qualora l’imposta venisse approvata.

Attualmente sono già otto i Paesi dell’Unione Europea che applicano una tassa sui servizi digitali, tra cui anche l’Italia.

Nel nostro Paese questa imposta garantisce un gettito stimato in 455 milioni di euro all’anno.

Non solo Big Tech: anche aziende italiane trasferiscono la sede all’estero

L’analisi evidenzia come il ricorso a sistemi fiscali più favorevoli non riguardi esclusivamente i grandi gruppi stranieri.

Negli ultimi anni anche numerose aziende italiane hanno trasferito la propria sede legale o fiscale all’estero, in alcuni casi attraverso società controllate.

La destinazione più frequente è rappresentata dai Paesi Bassi, dove la normativa societaria consente agli azionisti storici di mantenere un maggiore controllo grazie al meccanismo del doppio voto in assemblea.

A questo si aggiunge una fiscalità particolarmente favorevole per le grandi imprese che scelgono di stabilire lì la propria residenza fiscale.

La Cgia sottolinea che si tratta di operazioni pienamente legittime dal punto di vista normativo, ma che determinano una riduzione della base imponibile italiana, con effetti che ricadono soprattutto sulle piccole e medie imprese, impossibilitate a trasferire la propria sede all’estero.

Le differenze tra le regioni italiane

Secondo la Cgia, tutte le regioni italiane presentano un livello di imposizione fiscale superiore rispetto alla media delle principali Big Tech mondiali.

Il differenziale medio nazionale è pari a 17,1 punti percentuali.

Le differenze più elevate si registrano nel:

  • Lazio: +18,6 punti rispetto al tax rate medio delle Big Tech;
  • Friuli Venezia Giulia: +18,1 punti;
  • Liguria: +18,1 punti;
  • Marche: +17,8 punti;
  • Campania: +17,5 punti.

L’analisi evidenzia quindi un quadro nel quale il carico fiscale continua a gravare in misura significativamente maggiore sulle imprese italiane rispetto ai grandi operatori globali del settore digitale.