Negli ultimi due anni il ricorso all’intelligenza artificiale nella scrittura dei curriculum vitae è esploso. Secondo l’Osservatorio “Evolution Forum Business School sulle PMI“, ideato dal formatore Gianluca Spadoni su un panel di oltre duemila micro e piccoli imprenditori, la quota di CV generati con l’aiuto di algoritmi è cresciuta di oltre il 30%.

Il risultato, però, è tutt’altro che positivo: invece di migliorare la qualità complessiva delle candidature, l’IA ha introdotto una serie di distorsioni che stanno rendendo il lavoro dei selezionatori sempre più difficile, e la vita dei candidati, paradossalmente, più complicata. Della situazione attuale e dello scenario futuro parla in un dettagliato articolo Adnkronos Economia. 

Esperienze inventate e impaginazioni disastrose

Il problema più grave riguarda la veridicità dei contenuti. Gli algoritmi generativi tendono per natura a presentare il candidato nella luce più favorevole possibile, e questo porta spesso a risultati discutibili: secondo un quarto degli imprenditori interpellati, le esperienze lavorative vengono facilmente ritoccate, mentre nel 22% dei casi vengono addirittura aggiunte posizioni mai ricoperte. A questo si sommano errori di grafica e impaginazione (17%), l’uso indiscriminato di maiuscolo e grassetto su elementi marginali (15%) e la mancanza di revisione umana (14%), che porta persino a dimenticare informazioni fondamentali come il numero di telefono (12%) o l’indirizzo e-mail (10%).

Il problema delle parole chiave ossessive

C’è un segnale che gli imprenditori che devono assumere riconoscono ormai a colpo d’occhio. Come spiega Gianluca Spadoni, direttore dell’Osservatorio, “capiscono che i CV siano stati scritti con l’AI per l’eccessivo utilizzo di parole chiave che compaiono tantissime volte”. Le ripetizioni sono un difetto strutturale dei testi generati automaticamente (8% dei casi segnalati), così come le competenze descritte in modo troppo generico, che non vanno dritte al punto (7%). 

In un mercato in cui un selezionatore decide se approfondire un profilo in meno di dieci secondi — dato che emerge da una ricerca dell’Osservatorio HR del Politecnico di Milano — un CV vago e ridondante equivale quasi sempre a un’esclusione immediata.

Il curriculum che le macchine non riescono a leggere

Esiste anche un paradosso tecnico: alcune aziende che usano sistemi automatici di scansione dei CV segnalano di non riuscire a elaborare proprio quelli prodotti con l’IA (3%). Il formato e la struttura generati dall’algoritmo risultano talvolta incompatibili con i software di selezione automatica, vanificando ogni sforzo del candidato prima ancora che un essere umano abbia aperto il file.

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I social come controprova e come specchio

Di fronte a tanti segnali d’allarme, le aziende corrono ai ripari. Due PMI su tre, in presenza di informazioni dubbie, incrociano i dati del CV con i profili social del candidato — Facebook, Instagram, LinkedIn, ma anche TikTok — per farsi un’idea più autentica della persona. I social, insomma, non sostituiscono il curriculum, ma diventano uno strumento di verifica informale e potentissimo. Come osserva Spadoni, “i social non bastano per essere scelti, ma bastano eccome per essere scartati”.

L’autenticità è un vantaggio competitivo

In questo scenario dominato dall’omologazione algoritmica, l’originalità emerge come il valore più ricercato: il 61% delle PMI interpellate la indica come una delle qualità più apprezzate in un candidato, ovviamente abbinata a competenze reali. Un esempio concreto: un video di presentazione di un minuto e mezzo in cui il candidato racconta il proprio percorso e i propri obiettivi lavorativi è apprezzato dal 33% delle aziende perché dimostra coraggio, capacità di esporsi e — dettaglio non secondario — fa risparmiare tempo ai selezionatori. E, soprattutto, non può essere delegato a nessun algoritmo.

La conclusione di Spadoni suona come un avvertimento: “In un mondo che tende a standardizzarsi vince e vincerà sempre di più l’autenticità. Anche perché lo scopo di un curriculum non è solo trovare un lavoro, ma trovare un posto in cui rimanere, crescere, e magari anche essere felici lavorando. E partire ‘simulando’ è decisamente sconveniente”.