Il caldo non rende roventi solo le giornate. Brucia produttività, raccolti, consumi ed energia, e ha ormai un costo che si misura nei pronto soccorso più affollati, nelle ore di lavoro perse, nei condizionatori accesi più a lungo e nelle imprese costrette a rivedere i piani produttivi. Un’attenta analisi, pubblicata dalle pagine economiche di Repubblica, certifica quello che gli osservatori temevano da tempo: l’ondata di calore non è più un semplice fatto meteorologico, ma una voce di bilancio, e per giunta in negativo.

La soglia critica dei 30 gradi

Le criticità aumentano sensibilmente quando si superano i 30 gradi. Secondo un’indagine di Allianz Trade, ogni grado in più tra i 30 e i 35 riduce la produzione oraria media di circa il 3%, mentre il consumo energetico aumenta dell’1,2% per grado a causa della maggiore domanda di aria condizionata. 

Il report di Deloitte conferma la gravità del fenomeno: il rischio climatico rappresenta ormai una variabile strutturale per la competitività e i danni diretti alle infrastrutture italiane potrebbero raggiungere i 5 miliardi annui entro il 2050. Nello stesso periodo, a seconda dell’intensità degli eventi, il Pil nazionale potrebbe ridursi tra l’1,6% e il 6%. Gli effetti si propagano dall’economia reale alla finanza, toccando costi di rifinanziamento, aumento del debito pubblico e compressione dello spazio fiscale. Eppure, tra le piccole e medie imprese italiane, solo il 14% ha adottato misure per restare operative in caso di eventi estremi, e appena il 10% è intervenuto su impianti ed edifici.

Il conto salato per Italia, Francia, Germania e Spagna

Gli economisti di Allianz calcolano che in Italia, Francia e Spagna la riduzione cumulativa del Pil oscilli tra il 5% e il 7% rispetto allo scenario climatico storico. In termini assoluti, le perdite potrebbero raggiungere quota 206 miliardi di euro in Francia, 126 miliardi in Italia, 112 in Germania e 103 in Spagna. Dal 1980 a oggi gli eventi di stress termico sono aumentati di sette volte e la mortalità media a essi collegata è quintuplicata, con una curva che continua a puntare verso l’alto. L’Italia, in particolare, è tra i Paesi più esposti al mondo: da sola rappresenta circa il 18% dei decessi globali censiti legati alle ondate di calore, seconda soltanto alla Russia.

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Consumi, investimenti e conti pubblici sotto pressione

Nel nostro Paese i consumi rischiano di diminuire del 4,2%, ma è sugli investimenti che si registra il colpo più duro: un possibile crollo del 12,8%, segnale di un deterioramento della capacità produttiva futura che pesa più di una semplice flessione congiunturale. Anche i conti pubblici finiscono sotto pressione: le entrate fiscali annuali potrebbero diminuire dell’1,3% in Italia, mentre il deficit potrebbe aumentare di circa 1,9 punti di Pil aggiuntivi, rendendo più difficile rispettare i parametri di bilancio fissati dall’Unione Europea. Per correre ai ripari servirebbero interventi pubblici e privati mirati: più investimenti in raffrescamento passivo, reti elettriche resilienti, tutela dei lavoratori esposti al caldo e strumenti concreti per adattarsi al cambiamento climatico.

Cosa può (e dovrà) fare l’Italia nei prossimi mesi

Sul fronte degli interventi immediati, qualcosa si muove: il decreto PNRR pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 26 giugno ha reintrodotto la cassa integrazione per le aziende costrette a fermare i lavoratori in caso di caldo estremo, mentre la quasi totalità delle Regioni italiane ha emanato ordinanze che vietano il lavoro all’aperto nelle ore più calde, dalle 12.30 alle 16, sulla base dei bollettini di rischio del sistema Worklimate di Inail e Cnr.

Anche il sistema sanitario si è attrezzato, con il “codice calore” attivo nei pronto soccorso di 34 città monitorate dal Ministero della Salute e i Piani caldo comunali, come quello romano, che garantiscono agli over 70 l’accesso gratuito alle piscine pubbliche. Restano però scoperti i nodi strutturali più urgenti: il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), che prevede 361 azioni su sistemi naturali, sociali ed economici, fatica a tradursi in risorse concrete sul territorio, mentre secondo Legambiente servirebbero almeno 17mila rifugi climatici nelle città italiane contro i poco più di 280 attualmente censiti.

Anche il Piano sociale per il clima, che avrebbe dovuto essere operativo da inizio 2026, resta fermo in attesa della trasmissione ufficiale a Bruxelles. Nei prossimi mesi, sostengono economisti e amministratori locali, la vera sfida per l’Italia sarà trasformare le misure emergenziali in una strategia strutturale: più verde urbano e rifugi climatici diffusi, reti elettriche capaci di reggere i picchi di domanda, edifici scolastici e ospedalieri riqualificati dal punto di vista termico, e uno stanziamento certo di risorse per l’adattamento, finora rimaste largamente sottoutilizzate rispetto a quanto previsto dalle norme europee.