La Commissione europea ha adottato due set di misure specifiche vincolanti nei confronti di Google ai sensi del Digital Markets Act. Non si tratta di una sanzione per un’infrazione già accertata, ma di una decisione che entra nel merito tecnico di come il colosso di Mountain View dovrà adeguarsi agli obblighi di interoperabilità e apertura previsti dal regolamento europeo sulla concorrenza digitale. Bruxelles interviene contemporaneamente sui due pilastri su cui Google ha costruito la propria posizione dominante: il sistema operativo Android e la mole di dati generata dal motore di ricerca Google Search.

Android si apre agli assistenti IA concorrenti

Il primo blocco di misure riguarda l’intelligenza artificiale su smartphone. L’obiettivo è garantire che i servizi di IA dei concorrenti possano competere ad armi pari con i servizi Google, come Gemini, ottenendo lo stesso accesso alle funzionalità dei dispositivi Android. Attualmente, infatti, sugli smartphone Android gli assistenti IA di terze parti hanno un accesso solo limitato alle funzionalità chiave del sistema operativo, una restrizione che secondo la Commissione penalizza in particolare il 60% degli utenti europei che possiede un dispositivo Android, riducendo l’attrattiva delle alternative a Gemini.

In pratica, dal 2027 gli utenti europei potranno scegliere un assistente vocale diverso come predefinito al posto di Gemini, attivarlo tramite comando vocale — sullo stile dell’attuale “Hey Google” — e utilizzarlo per svolgere operazioni all’interno delle altre applicazioni, sempre nel rispetto dei requisiti di sicurezza, privacy e integrità dei dispositivi previsti dalla decisione. Tra i beneficiari più diretti di questa apertura figurano i grandi player dell’IA generativa che non controllano un proprio sistema operativo mobile, come ChatGPT di OpenAI e Copilot di Microsoft.

Dati di ricerca condivisi con i concorrenti, ma con paletti su privacy e sicurezza

Il secondo pacchetto di misure riguarda invece Google Search. Lo scopo è riequilibrare il terreno di gioco dando ai motori di ricerca concorrenti accesso ai dati di ricerca che solo Google Search riesce oggi a raccogliere su scala così ampia. L’accesso non sarà riservato ai soli motori tradizionali: potranno farne richiesta anche i chatbot che integrano funzioni di ricerca online, purché soddisfino i criteri stabiliti dalla decisione.

Sul fronte delle garanzie, la Commissione ha voluto blindare il provvedimento con una serie di tutele tecniche. La decisione prevede un metodo di anonimizzazione dei dati condivisi articolato su più livelli, sviluppato in collaborazione con esperti di privacy interni ed esterni e in linea con le linee guida congiunte, ancora in bozza, sull’interazione tra il Dma e il Gdpr elaborate dalla Commissione insieme al Comitato europeo per la protezione dei dati. 

Inoltre, Google potrà valutare, prima di condividere i dati, se la cessione a un determinato soggetto terzo comporti rischi seri sul piano della cybersicurezza o della protezione dei dati. La Commissione si è anche riservata la possibilità di rivedere la decisione in futuro, anche sulla base di valutazioni indipendenti condotte da terze parti, in particolare per quanto riguarda le misure di anonimizzazione.

Quanto al prezzo, le misure stabiliscono una formula equa per calcolare il costo dei dati condivisi e un processo trasparente per l’accesso agli stessi, mentre — secondo quanto riportato da alcune ricostruzioni giornalistiche della decisione — Google mantiene la facoltà di opporsi alla condivisione se riesce a dimostrare l’esistenza di rischi concreti per la sicurezza informatica o la protezione dei dati.

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La tempistica in due fasi: gennaio e luglio 2027

Le nuove regole non scatteranno tutte insieme. La condivisione dei dati di Google Search con i concorrenti dovrà partire da gennaio 2027, mentre le modifiche relative all’interoperabilità di Android avranno effetto da luglio dello stesso anno. Una scansione temporale pensata per dare a Google margine di adeguamento tecnico, ma che fissa comunque una scadenza precisa entro cui il gruppo dovrà dimostrare compliance piena con gli obblighi del Dma.

La replica di Google: “Compromesse tutele vitali per privacy e sicurezza”

Google non ha accolto positivamente la decisione. Kent Walker, presidente degli affari globali dell’azienda, ha dichiarato che Google aveva proposto soluzioni alternative in grado di soddisfare gli obiettivi del Dma pur salvaguardando gli utenti, ma che tali proposte non sono state accolte dalla Commissione. Nella sostanza, il gruppo di Mountain View sostiene che le misure imposte da Bruxelles rischino di compromettere salvaguardie ritenute vitali per la privacy e la sicurezza degli utenti europei, contestando così nel merito l’impianto della decisione pur senza annunciare, almeno per ora, un ricorso formale davanti alla giustizia dell’Unione.