A un anno dalla morte di Papa Francesco – avvenuta il 21 aprile 2025 – l’intera Chiesa, dai vescovi messicani che lo hanno ricordato come «il Papa della Misericordia, dell’impegno ecologico, della promozione della fraternità, dell’ascolto e di una maggiore partecipazione delle donne alla vita della Chiesa», fino ai fedeli sparsi in ogni angolo del mondo, si interroga su cosa significhi raccogliere oggi la sua eredità.
Il cardinale Angelo Acerbi, nell’omelia letta a Casa Santa Marta nel primo anniversario della scomparsa, ha voluto ricordare «il coraggio apostolico col quale ha affrontato gli anni del suo Pontificato anche quando, nonostante le sue limitazioni fisiche, ha voluto compiere la sua missione apostolica fino agli estremi confini della terra». Francesco non ci ha lasciato solo una memoria affettuosa: ci ha lasciato un metodo, uno stile, una visione. E forse, tra i suoi atti più profetici, c’è stato quello di aver indicato alla teologia una strada nuova: uscire dall’astratto, sporcarsi le mani con la vita reale, farsi sapienza che sa di carne e di popolo. È questa la rivoluzione che, come suo discepolo e presidente della Pontificia Accademia di Teologia da lui stesso rinnovata, mi sento chiamato a testimoniare.
Quando nell’agosto del 2022 Papa Francesco mi ha chiamato a presiedere la Pontificia Accademia di Teologia, non si trattava di un semplice incarico accademico. Era un affidamento: quello di un pastore che sapeva bene come la teologia, per troppo tempo rinchiusa nelle sacrestie o nei manuali, rischiasse di diventare sorda ai drammi del mondo. Ma il vero momento di svolta è arrivato il 1° novembre 2023, con la lettera apostolica in forma di motu proprio Ad theologiam promovendam.
Il re ubriaco e il pastore sobrio
Con quel documento, Francesco ha approvato i nuovi statuti della nostra Accademia, chiedendole di interpretare profeticamente il presente. La teologia non doveva più essere «a tavolino», né limitarsi a «riproporre astrattamente formule e schemi del passato». Doveva invece fondarsi «nelle condizioni in cui gli uomini e le donne vivono quotidianamente». Non si tratta, come qualcuno ha paventato, di una rottura: come ho avuto modo di dire subito dopo il Motu Proprio, «quella di Papa Francesco che riguarda la Pontificia Accademia di Teologia è una riforma nella continuità. Non temano quelli che invece parlano di rottura, quelli che definiscono la teologia di Papa Francesco una “socio-teologia”: qui c’è teologia, forma critica del sapere della fede».
Qual è allora il cuore di questa riforma? Francesco la chiamava «teologia sapienziale». «Abbiamo bisogno di una teologia sapienziale», ho spiegato a Vatican News subito dopo l’approvazione degli statuti: «Il linguaggio formalizzato della scienza teologica non può andare bene per tutto il popolo: occorrono i registri linguistici dell’immaginazione, della creatività e dell’arte». Perché la teologia deve saper parlare a tutti, non solo agli specialisti. Deve essere in grado di entrare nel cuore della gente, di fare breccia laddove la vita geme, spera, soffre e si interroga. Questa è la teologia che il Papa voleva: non una dottrina lontana, ma un pensiero critico che illumina l’esistenza. Come ho avuto modo di ribadire, «la teologia è forma critica: ragionamento critico, logos, riflessione. Cioè, usiamo la testa entrando nelle profondità delle cose che con la fede accogliamo». Ma una testa che non rinnega il cuore, e un cuore che non rinuncia alla ragione.
Ecco perché Francesco amava la narrativa, la letteratura, l’arte. Le considerava il luogo privilegiato in cui il dramma della gente comune emerge vivo, pulsante, senza filtri. Per un teologo che deve «odorare di pecora», come ripeteva il Papa, non c’è laboratorio migliore della grande letteratura, del cinema, della musica popolare. È lì che si formano le coscienze, è lì che si annidano le domande ultime. Per questo la Pontificia Accademia di Teologia, per suo volere, ha trovato la sua «casa operativa» nella basilica romana di Santa Maria in Montesanto, la celebre «chiesa degli artisti». Non è un caso: Francesco voleva che il pensiero teologico prendesse carne proprio nel luogo dove l’arte, in tutte le sue forme, interroga il mistero.
In questa direzione si muove la proposta della «pop-theology». Una teologia che non ha paura di confrontarsi con i linguaggi della cultura contemporanea, con la musica pop, con il cinema, con le canzoni che i giovani ascoltano. Non si tratta di banalizzare il Vangelo, ma di farlo risuonare nelle corde profonde dell’umano. La pop-theology è «riflettere criticamente sulla fede cristiana, lasciandosi interrogare dal dramma umano descritto con un linguaggio popolare (= pop) della musica leggera o dei film o anche di altre espressioni artistiche popolari, perché sono diffuse tra la gente». È una teologia che, come Francesco insegnava con la sua stessa vita, deve uscire dalle proprie sicurezze per andare incontro alle periferie esistenziali.
A un anno dalla sua morte, il compito che ci lascia è immenso. Le celebrazioni di suffragio in tutto il mondo sono state un atto di riconoscenza. Ma l’atto più grande di riconoscenza sarà continuare a fare teologia nel suo stile: sapienziale, incarnata, dialogante. E continua in noi, se sapremo raccogliere il testimone di una teologia che non ha paura di sporcarsi le mani con la storia, di usare l’immaginazione e l’arte per annunciare la bellezza del Vangelo, di farsi vicina alla carne sofferente del mondo. Questa è la profezia di Francesco. Questa è la strada che abbiamo davanti.






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