Il momento era atteso da settimane con crescente apprensione. Nella sede di Confindustria Veneto-Est a Marghera, si è riunito il Coordinamento nazionale delle Rsu e degli organismi sindacali di Electrolux, convocato per fare finalmente chiarezza su un piano di ristrutturazione che aleggiava come una spada di Damocle su migliaia di lavoratori italiani. Quello che è emerso dal tavolo ha superato le previsioni più pessimistiche: il colosso svedese degli elettrodomestici ha annunciato 1.700 esuberi su un totale nazionale di circa 4.000 addetti, con la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, dove lavorano 170 persone. Non si tratta più di aggiustamenti ai margini: è una ristrutturazione che taglia nel vivo della presenza produttiva di Electrolux in Italia.
Le preoccupazioni emerse ad aprile
La riunione di Marghera non è arrivata dal nulla. Tutto nasce dagli annunci del Gruppo del 23 aprile scorso. Il documento di Porcia chiariva che la riduzione di personale non è un evento isolato, ma fa parte di un più ampio piano di ottimizzazione e revisione organizzativa a livello nazionale. Era già successo qualcosa di preoccupante a fine aprile: lo stabilimento Electrolux di Susegana (Treviso) aveva ricevuto la comunicazione dell’avvio di una procedura di licenziamento collettivo per 20 dipendenti occupati nei reparti produttivi, giustificata dall’azienda con “circostanze oggettive di natura tecnica, organizzativa e produttiva”. I sindacati, rifiutando una gestione frammentata della crisi, avevano congelato ogni trattativa locale in attesa del quadro nazionale, adesso emerso, e ben più pesante di quanto si potesse immaginare.
Cerreto d’Esi: la storia di uno stabilimento sotto assedio
Lo stabilimento di Cerreto d’Esi, nell’entroterra fabrianese, produce cappe aspiranti ed è uno dei siti produttivi italiani di Electrolux con la storia più travagliata degli ultimi anni. Il sito produttivo conta circa 170 dipendenti e nel 2025 ha prodotto 77.000 cappe, numeri modesti che lo rendono vulnerabile in qualsiasi piano di razionalizzazione. Negli ultimi anni il sito aveva già attraversato diverse ondate di tagli: nel 2024, durante la precedente tornata di ristrutturazione, erano stati dichiarati in esubero 18 lavoratori, tra 5 impiegati e 13 operai, su 196 dipendenti totali. Quelle uscite erano state gestite in forma volontaria, ma la situazione non si era mai stabilizzata. Da tempo ci sono accordi che puntano alla diminuzione del personale che ad oggi non hanno portato a sostanziali risultati positivi sul sito di Cerreto, come denuncia Emanuele Chiarotti della Fim Cisl Marche. Oggi arriva il colpo definitivo: la chiusura completa.
Gli ultimi due anni e la crisi progressiva
Per capire come si è arrivati a questo punto occorre ripercorrere i passaggi dell’ultimo biennio.
Nel gennaio 2024, al termine di un lungo coordinamento nazionale, Electrolux aveva chiarito le ricadute occupazionali in Italia del piano industriale di riorganizzazione: 199 esuberi tra gli operai e 174 tra gli impiegati, per un totale di 373 addetti. Era già una cifra significativa — circa l’8% della forza lavoro nazionale — ma gestita con uscite volontarie e incentivi fino a 72.000 euro per i lavoratori senza requisiti pensionistici. A fine 2025 il gruppo impiegava 4.542 addetti, con una suddivisione tra operai (2.820) e impiegati (1.722) distribuiti nei poli di Porcia, Susegana, Forlì, Cerreto d’Esi e Solaro. Nel giro di pochi mesi, con i 1.700 esuberi annunciati adesso, quella forza lavoro si ridurrebbe di quasi il 40%.
La presenza di Electrolux in Italia
Electrolux è arrivata in Italia attraverso una serie di acquisizioni che hanno trasformato il tessuto industriale del Nordest e non solo. Il nome più importante è quello di Zanussi, il grande produttore di elettrodomestici di Pordenone, rilevato dal gruppo svedese nel 1984 e diventato il cuore produttivo italiano dell’azienda. Gli stabilimenti di Porcia e Susegana, eredi della tradizione Zanussi, producono ancora oggi rispettivamente lavatrici e frigoriferi. Lo stabilimento di Cerreto d’Esi ha invece origine dall’acquisizione dell’ex Best, storico marchio di cappe aspiranti. A questi si aggiungono le fabbriche di Forlì (forni e piani cottura) e Solaro (lavastoviglie). Nel 2020 il Gruppo aveva realizzato un fatturato di 115,9 miliardi di corone svedesi, circa 11,3 miliardi di euro, con un utile netto di 5,7 miliardi di corone e un totale di 47.543 dipendenti nel mondo. All’epoca l’Italia era il quinto paese per numero di addetti, con oltre 4.600 lavoratori: una presenza industriale consolidata e strategica.
I conti in rosso e il crollo dei volumi
La crisi attuale affonda le radici nel biennio 2022-2023, quando l’impennata dell’inflazione e il calo dei consumi hanno colpito duramente il mercato europeo degli elettrodomestici. Il mercato europeo dell’elettrodomestico è calato del 12,8% nel 2022 e del 7,1% nei primi nove mesi del 2023. Nel 2023 i ricavi del Gruppo sono rimasti sostanzialmente stabili a 134,4 miliardi di corone, circa 11,9 miliardi di euro, ma le vendite organiche sono diminuite del 4%; l’esercizio si è chiuso in perdita per 5,2 miliardi di corone, circa 463 milioni di euro. Il bilancio 2025 di AB Electrolux ha evidenziato un fatturato di 131.282 milioni di corone svedesi, in calo del 3,6% rispetto all’anno precedente, con un risultato netto di 878 milioni di corone contro una perdita di 1.394 milioni nel 2024: un miglioramento rispetto al disastroso 2024, ma insufficiente a fermare la ristrutturazione.Il primo trimestre 2026 si è chiuso ancora in rosso, e le prospettive per il Nord America sono state riviste da “neutral to negative” a “negative” a causa dei dazi su acciaio e alluminio entrati in vigore ad aprile.
La concorrenza asiatica e le normative UE: una tenaglia
Oltre alla debolezza della domanda, Electrolux deve fronteggiare due pressioni strutturali che rischiano di mettere in discussione l’intera produzione europea. L’industria europea degli elettrodomestici si trova immersa in un contesto di grande incertezza, fra pressioni provenienti dall’Estremo Oriente e nuove sfide regolatorie che mettono in discussione la stabilità produttiva in molti Paesi membri dell’Unione Europea. Il management svedese ha denunciato pubblicamente l’insostenibilità di una struttura normativa frammentata: ogni prodotto pensato per il mercato europeo deve adeguarsi a requisiti nazionali differenti, con etichettature e standard non omogenei che moltiplicano i costi. Nel frattempo i concorrenti asiatici — cinesi in testa — possono contare su economie di scala enormi e costi del lavoro incomparabili. Secondo la Fiom, il gruppo deve affrontare una riorganizzazione globale con una partnership industriale con il colosso cinese Midea, con focus sul Nord America, che mette a rischio migliaia di posti di lavoro. Per il 2026 è stata annunciata ufficialmente la necessità di procedere a una ricapitalizzazione di oltre 300 milioni di euro, dopo i 250 milioni del 2025: un segnale che la cura non ha ancora prodotto gli effetti sperati.
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Le richieste dei sindacati
Le organizzazioni sindacali — Fim, Fiom e Uilm — sono arrivate al tavolo dell’11 maggio con una posizione netta: nessuna trattativa sui singoli stabilimenti finché non fosse chiaro il perimetro complessivo del piano. I sindacati rifiutano una gestione parcellizzata della crisi: vogliono prima capire il perimetro totale del piano di ottimizzazione nazionale per poi negoziare le condizioni specifiche dei singoli stabilimenti. Ora quel quadro è tristemente chiaro. La Fiom è netta nel giudizio politico: la scelta di disimpegnarsi dall’Italia, chiudere stabilimenti e funzioni, è solo una riduzione costi che rischia di non essere sufficiente per creare una vera prospettiva occupazionale. Anche il mondo politico si è mosso: il consigliere regionale del Pd Antonio Mastrovincenzo ha annunciato un’interrogazione a risposta immediata sulla crisi industriale nell’area di Fabriano, che comprende sia la situazione Beko che quella di Electrolux a Cerreto d’Esi.
Cosa succede ora
Con 1.700 esuberi su 4.000 addetti e la chiusura di uno stabilimento, la partita si sposta ora su due fronti. Il primo è quello sindacale: si dovrà negoziare se e quante uscite potranno essere gestite su base volontaria — come avvenuto in passato — o se si andrà verso procedure di licenziamento collettivo. Il secondo è quello istituzionale: il ministero delle Imprese e del Made in Italy sarà chiamato a fare da mediatore, come già accaduto nelle precedenti crisi del settore. I sindacati hanno chiesto un tavolo nazionale di settore al ministero, auspicando che si generino le condizioni per una futura stabilizzazione dei lavoratori. Per i 170 lavoratori di Cerreto d’Esi, tuttavia, la strada appare in salita: la chiusura di uno stabilimento raramente si trasforma in una riapertura. Il distretto fabrianese, già duramente provato dalla crisi Beko, rischia di perdere un altro pezzo della sua identità industriale.






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