L’intelligenza artificiale sta creando una nuova classe di super ricchi ancora prima della quotazione in Borsa delle aziende del settore. A ottobre 2025, oltre 600 attuali ed ex dipendenti di OpenAI hanno venduto azioni della società per un valore complessivo di 6,6 miliardi di dollari, pari a circa 5,8 miliardi di euro al cambio attuale. La cifra media incassata da ciascun partecipante supera i 9,7 milioni di euro. Per circa 75 persone, il guadagno ha raggiunto il tetto massimo consentito: 30 milioni di dollari, equivalenti a oltre 26 milioni di euro.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, si tratta di una delle più grandi operazioni di liquidazione di azioni da parte dei dipendenti mai registrate nella storia dell’industria tecnologica.

Come ha funzionato la maxi vendita di azioni

OpenAI ha organizzato l’operazione attraverso una “tender offer”, una formula sempre più diffusa tra le grandi società tecnologiche private che scelgono di rinviare la quotazione pubblica. In pratica, dipendenti ed ex dipendenti hanno potuto vendere una parte delle proprie quote societarie direttamente a investitori esterni.

La società aveva inizialmente fissato un limite massimo di 10 milioni di dollari per persona. Successivamente, davanti all’enorme domanda degli investitori interessati a entrare nel capitale di una delle aziende più osservate al mondo, il tetto è stato triplicato fino a 30 milioni di dollari.

Per partecipare era necessario aver maturato almeno due anni di permanenza in azienda. Per molti dipendenti assunti dopo il lancio di ChatGPT, quella di ottobre è stata la prima occasione concreta per trasformare le stock option in denaro reale.

Una parte dei dipendenti, inoltre, non avrebbe trattenuto integralmente il ricavato. Alcuni hanno trasferito quote residue in fondi filantropici “donor-advised”, strumenti finanziari che consentono di destinare risorse a cause benefiche beneficiando anche di vantaggi fiscali.

Intesa Apple-Intel, il ritorno di fiamma sui chip che vale miliardi e ridisegna il mercato 

Un fenomeno senza precedenti nella storia tech

La portata economica dell’operazione non trova paragoni diretti neppure durante la bolla dot-com degli anni Novanta.

All’epoca, centinaia di società internet arrivarono in Borsa promettendo enormi guadagni ai dipendenti. Molti, però, non riuscirono mai a monetizzare davvero le proprie azioni: i periodi di lock-up successivi alle IPO impedirono vendite immediate e, in numerosi casi, il crollo del mercato azzerò gran parte del valore prima che i lavoratori potessero incassare.

Nel caso OpenAI, invece, la ricchezza è stata creata e distribuita prima ancora di una quotazione ufficiale.

Secondo il Wall Street Journal, chi aveva ricevuto azioni OpenAI circa sette anni fa avrebbe visto il valore delle proprie quote aumentare di oltre 100 volte. Nello stesso arco temporale, il Nasdaq ha registrato una crescita di circa tre volte.

La guerra dei talenti nell’intelligenza artificiale

La competizione globale per assicurarsi gli esperti di AI ha già trasformato gli stipendi del settore in qualcosa di mai visto prima.

Meta avrebbe offerto pacchetti retributivi da 300 milioni di dollari ad alcuni ricercatori di punta nel tentativo di rafforzare i propri team dedicati all’intelligenza artificiale.

Anche OpenAI propone compensi elevatissimi. Alcuni ruoli tecnici pubblicati sul sito aziendale prevedono stipendi annuali superiori ai 500 mila dollari, cioè circa 440 mila euro l’anno, ai quali si aggiungono consistenti compensi azionari.

Nel 2024, inoltre, l’azienda ha assegnato bonus straordinari a diversi dipendenti. Alcuni premi individuali, secondo il Wall Street Journal, avrebbero raggiunto cifre milionarie.

L’impatto su San Francisco

La concentrazione improvvisa di enorme liquidità nelle mani di poche centinaia di persone sta già producendo effetti concreti sull’economia reale di San Francisco.

Secondo le ricostruzioni citate dal Wall Street Journal, l’afflusso di nuovi milionari starebbe contribuendo all’aumento degli affitti e del costo della vita nella città californiana, alimentando il timore di un divario sociale sempre più marcato tra chi lavora nel settore AI e il resto della popolazione urbana.

L’intelligenza artificiale, quindi, non sta solo cambiando il mercato tecnologico. Sta ridefinendo gli equilibri economici delle città dove queste aziende concentrano il proprio potere finanziario.

Quanto valgono i vertici di OpenAI

Le cifre relative ai dirigenti principali risultano ancora più impressionanti.

Greg Brockman avrebbe dichiarato durante una testimonianza in tribunale di detenere quote attualmente valutate circa 30 miliardi di dollari, pari a oltre 26 miliardi di euro.

Diversa la posizione di Sam Altman. L’amministratore delegato sostiene di non possedere azioni della società, ricordando che OpenAI nacque inizialmente come organizzazione non profit.

Tuttavia, alcuni investitori ritengono possibile che Altman possa ottenere una partecipazione azionaria qualora dovesse prevalere nella disputa legale in corso con Elon Musk relativa alla trasformazione di OpenAI da struttura non profit a società orientata al profitto.