Il numero che circola è 7,5 per cento, e non è stato scelto a caso. È la nuova tariffa che Donald Trump starebbe valutando di imporre alla Cina per la sovracapacità industriale, secondo tre persone a conoscenza del dossier citate dall’Associated Press. Due di loro indicano proprio quel livello. Ed è un livello che, secondo i funzionari dell’amministrazione, non metterebbe a rischio né la tregua commerciale di un anno con Pechino né l’incontro tra Trump e Xi Jinping atteso alla Casa Bianca a fine settembre.

Una tariffa calibrata sul vertice

È qui che sta la lettura politica dell’operazione.

Le fonti citate da Ap sottolineano che il presidente potrebbe ancora cambiare idea. La misura non è finalizzata.

Ma la scelta di una percentuale contenuta indica una direzione precisa. Serve a dare un segnale sulla sovracapacità senza compromettere l’appuntamento diplomatico di settembre.

Come si aggira una sentenza

La mossa nasce da un vincolo giudiziario.

A febbraio la Corte Suprema ha bocciato il piano tariffario di Trump, quello delle cosiddette tariffe reciproche applicate a quasi tutti i partner commerciali statunitensi. Era uno schema che gli Stati Uniti non adottavano dagli anni Trenta.

Dopo quella decisione l’amministrazione ha cambiato strumento. A marzo ha avviato indagini formali su due fronti: la capacità industriale in eccesso e le regole sul lavoro forzato, in Cina e in altri Paesi.

L’indagine sulla sovracapacità cinese è stata aperta ai sensi della Section 301 del Trade Act del 1974. La norma consente al presidente di imporre dazi contro nazioni che discriminano imprese o commercio statunitensi.

Il dazio si somma, non sostituisce

Il punto che conta per chi importa è questo.

La nuova tariffa si aggiungerebbe a quelle già esistenti. Tra queste ci sono i dazi tra il 10 e il 12,5 per cento annunciati il mese scorso per sessanta economie, accusate di non applicare in modo efficace il divieto sulle merci prodotte con lavoro forzato.

Molti Paesi, Cina compresa, hanno protestato contro quella misura. È entrata in vigore proprio mentre scadevano le tariffe temporanee adottate dopo la sentenza di febbraio.

Quindici economie ancora sotto esame

C’è poi la parte del dossier che riguarda tutti gli altri.

Non è chiaro se l’amministrazione sia vicina a una decisione anche sulle altre economie messe sotto indagine per pratiche commerciali sleali.

L’elenco comprende Unione europea, Singapore, Svizzera, Norvegia, Indonesia, Malaysia, Cambogia, Thailandia, Corea del Sud, Vietnam, Taiwan, Bangladesh, Messico, Giappone e India. Quindici partner commerciali oltre alla Cina.

La risposta di Pechino

L’ambasciata cinese a Washington ha diffuso una posizione.

Sostiene che le questioni economiche e commerciali andrebbero risolte attraverso colloqui bilaterali, non con azioni tariffarie unilaterali. E respinge l’idea che il Paese abbia un problema di sovracapacità.

Non è la prima volta. Già il mese scorso la Cina aveva contestato quelle accuse, anticipando che Washington avrebbe presto diffuso i risultati dell’indagine.

Il ministero del Commercio ha inoltre pubblicato un rapporto dal titolo “China’s Position on the So-called Excess Capacity Issue”. Nel documento sostiene di non aver mai cercato un ampio surplus commerciale.

I numeri che alimentano la contesa

Sul merito, i dati raccontano una crescita che i partner commerciali osservano con attenzione.

La capacità produttiva cinese è cresciuta in numerosi settori. Automobili, pannelli solari, cemento, acciaio.

I leader di Pechino hanno indicato tra le proprie priorità il riequilibrio dell’economia. Il rallentamento della domanda interna ha però spinto le aziende a espandersi sui mercati esteri.

Il risultato è nei conti con l’estero. L’aumento delle esportazioni ha portato il surplus commerciale cinese a un record di quasi 1.200 miliardi di dollari lo scorso anno.

Il secondo fronte: le sanzioni sull’Iran

Nella stessa giornata di lunedì è arrivato un altro avvertimento da Washington.

Il dipartimento del Tesoro ha comunicato ai Paesi che commerciano con l’Iran che sono in preparazione nuove sanzioni secondarie. L’obiettivo dichiarato è isolare le nazioni che continuano a fare affari con Teheran.

L’annuncio del segretario al Tesoro Scott Bessent ha fornito pochi dettagli e non ha indicato quali Paesi potrebbero essere colpiti.

Ap segnala però un dato di contesto. La Cina è il maggiore partner commerciale dell’Iran.

Le sanzioni, secondo Washington, aumenterebbero la pressione su un’economia iraniana già colpita dalle misure precedenti e da un blocco navale statunitense. La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran si avvicina al sesto mese.

Cosa non è ancora definito

Il quadro resta aperto su più punti.

La Casa Bianca e l’ufficio del rappresentante commerciale statunitense non hanno risposto alle richieste di commento.

Non sono indicate la data di un’eventuale entrata in vigore, le merci interessate e le esenzioni previste. E non è stato chiarito se le sanzioni secondarie sull’Iran riguarderanno anche Pechino.