Nell’ultimo anno il credito destinato alle attività produttive italiane è aumentato di 9,7 miliardi di euro. Una cifra che, letta da sola, suona come una buona notizia. Smette di esserlo appena si guarda chi ha ricevuto quei soldi. Tra marzo 2025 e marzo 2026, infatti, le aziende con più di 20 addetti hanno incassato 14,5 miliardi aggiuntivi di finanziamenti. Le imprese con meno di 20 addetti, nello stesso periodo, hanno perso 4,7 miliardi di credito disponibile. Il dato è dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che lo definisce senza giri di parole: non è fisiologia del mercato, è un’esclusione strutturale.
Il 98% delle aziende italiane fuori dalla crescita
La CGIA mette in fila i numeri che ridimensionano il titolo positivo. I lavoratori autonomi, gli artigiani, i piccoli commercianti e le micro imprese rappresentano il 98% delle aziende presenti nel Paese e, al netto degli occupati nel pubblico impiego, danno lavoro a oltre la metà degli italiani. Sono loro a non aver beneficiato di un euro dei 9,7 miliardi in più entrati nel sistema.
“A essere escluse dal sostegno creditizio”, scrive l’Ufficio studi CGIA, “sono proprio quelle realtà che rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo italiano: i lavoratori autonomi, gli artigiani, i piccoli commercianti e le micro imprese costituiscono il 98% delle aziende presenti nel Paese e, al netto degli occupati nel pubblico impiego, danno lavoro a oltre la metà degli italiani”.
Il ragionamento dell’associazione va oltre il dato freddo. Il sistema bancario, sempre più concentrato nelle grandi operazioni di finanza straordinaria, rischia secondo la CGIA di smarrire “la propria funzione originaria: accompagnare e sostenere chi crea lavoro, ricchezza e coesione sociale nei territori”. L’allarme si chiude con una proiezione: “se il credito torna a crescere, ma continua a non raggiungere chi ne avrebbe più bisogno, il rischio è quello di alimentare un’economia a due velocità, nella quale i piccoli restano sempre più ai margini”.
La mappa regionale: undici regioni in contrazione
Il quadro territoriale amplia la frattura. Su venti regioni italiane, undici hanno registrato una flessione nell’erogazione del credito alle imprese nel periodo considerato.
Le contrazioni più significative in termini percentuali hanno colpito la Valle d’Aosta, con 281,3 milioni in meno pari a -15,2%, la Liguria con -678,4 milioni (-5,7%) e la Sardegna con -231,5 milioni (-2,9%). In valore assoluto, il calo più pesante si è registrato in Veneto: circa 1,5 miliardi in meno, una flessione del 2,4%.
Sul fronte opposto, gli aumenti più rilevanti si concentrano al Sud e nel Lazio. La Sicilia segna +578,9 milioni (+3,3%), la Calabria +264,2 milioni (+5%), il Lazio +7,3 miliardi (+11,5%): un dato quest’ultimo trainato dalla concentrazione di sedi bancarie e grandi aziende nella capitale.
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Le province: Roma guida la crescita, Aosta e Como affondano
A livello provinciale, 59 enti locali su 109 hanno subito una riduzione degli impieghi vivi alle imprese. Le contrazioni più marcate in percentuale si trovano ad Aosta (-281,3 milioni, -15,2%), Lodi (-248,7 milioni, -9,4%) e Asti (-136,1 milioni, -8,9%). Sul lato della crescita, Vibo Valentia segna +42,8 milioni (+11,1%), Terni +201,7 milioni (+13,1%), Roma +7,5 miliardi (+13,5%).
Per le imprese sotto i 20 addetti, però, la geografia non fa differenze: il calo ha colpito tutte le regioni e tutte le province senza eccezione. A livello regionale, le realtà più penalizzate sono Valle d’Aosta (-30,4 milioni, -11,1%), Marche (-220,9 milioni, -7,7%) e Liguria (-172 milioni, -7,5%). Tra le province, le perdite più alte in percentuale si registrano ad Aosta (-30,4 milioni, -11,1%), Como (-93,6 milioni, -10,5%) e Imperia (-38,9 milioni, -10,1%). L’unica eccezione positiva in tutta la mappatura è Cremona, con +9,3 milioni pari a +0,7%.
Un trend che dura dalla metà del 2025
La CGIA precisa che l’incremento complessivo degli impieghi alle attività produttive è un trend che dura dalla metà del 2025. Ma la stabilità del dato aggregato non ha prodotto nessun miglioramento per le imprese più piccole. La direzione del credito verso le grandi aziende non è una novità congiunturale: è una tendenza consolidata che la CGIA considera incompatibile con la struttura reale dell’economia italiana, dove i piccoli operatori sono la norma, non l’eccezione.






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