Diego Granese, imprenditore e leader nel settore delle internazionalizzazioni, nostro editore, racconta in questa intervista esclusiva per Capitalist.it la sua esperienza personale e professionale negli Emirati Arabi Uniti. Dal suo trasferimento a Dubai nel 2015, Granese ha fondato numerose aziende e ha aiutato decine di imprenditori italiani e internazionali a trasferirsi a Dubai, sfruttando le straordinarie opportunità fiscali e di business che il paese offre.
Perché la scelta di andare a Dubai e di aiutare le persone a trasferirsi negli Emirati Arabi Uniti?
La decisione di trasferirmi a Dubai è nata nel 2015-2016, quando fui invitato nella città e conobbi un imprenditore locale che gestiva una compagnia specializzata in trasferimenti. Da lì, iniziai a trasferire i miei primi clienti e a dedicarmi a questa attività. Provengo dal settore della consulenza strategica e dello sviluppo, ma sono sempre stato appassionato di paradisi fiscali e di defiscalizzazione.
Quali sono le occasioni da non perdere per un italiano (europeo, occidentale…) che desidera trasferirsi negli Emirati Arabi Uniti?
Le opportunità per un italiano europeo di trasferirsi a Dubai sono molteplici. Prima di tutto, vivere in una metropoli che è l’unica al mondo a essere completamente defiscalizzata. Non ci sono tasse personali e la tassazione aziendale è solo del 9%. Inoltre, se il fatturato annuale è inferiore a 750.000 euro (circa 3 milioni di dirham), non c’è alcuna tassazione per l’azienda, grazie allo status di piccole imprese. Dubai è una città futuristica, la più sicura al mondo dopo Doha, in Qatar. È un centro di innovazione, con servizi di altissimo livello, e un mercato immobiliare ancora accessibile, soprattutto se paragonato a quello delle grandi metropoli, ormai inavvicinabile. Il costo degli affitti e della vita è inferiore del 20% rispetto a Milano. Qui, i servizi sono di ogni tipo: farmacie aperte 24 ore su 24, sanità privata di altissimo livello che funziona perfettamente, assicurazioni che costano un sesto rispetto ad altre nazioni, e la benzina che ha un costo cinque volte inferiore. Non ci sono bollo auto né tasse sugli immobili, e tante altre agevolazioni.
Anche la possibilità di entrare in un network è molto importante, poiché la maggior parte degli europei che vivono qui lavora per grandi multinazionali, ricoprendo ruoli da manager, oppure è imprenditore.
Questo permette di incrementare il proprio network di conoscenze e aumentare significativamente i fatturati. Negli anni abbiamo potuto notare come gli imprenditori Italiani che si sono trasferiti a Dubai (e abbiamo una bella casistica avendo trasferito più di 700 aziende e imprenditori Italiani) abbiamo aumentato i loro fatturati del 100% nel giro di qualche anno, e questo, come dicevo prima grazie al fatto che e possibile allargare significativamente il proprio network. Da non sottovalutare anche il risparmio fiscale che permette di reinvestire ingenti somme nelle proprie attività o nel marketing.
Quali sono i requisiti essenziali per il trasferimento?
Non ci sono requisiti fondamentali. Al giorno d’oggi, chiunque può trasferirsi, anche chi sta lanciando una startup. Tuttavia, se parliamo di defiscalizzazione, consigliamo un fatturato di almeno centomila euro annui.
Quali vantaggi economici trae Dubai dalla presenza di occidentali?
Gli Emirati Arabi Uniti, e in particolare Dubai, hanno costruito il loro sviluppo grazie all’immigrazione: più dell’ottanta percento della popolazione è composta da espatriati. Tutto ciò che è stato realizzato nella costruzione di questo paese è stato reso possibile proprio grazie all’immigrazione, e ancora oggi lo sviluppo economico dipende dagli investimenti stranieri. È fondamentale che le persone vengano qui. Questo è uno dei motivi per cui Dubai e gli Emirati Arabi Uniti continuano ad attrarre persone, cercando di farle investire e di metterle a proprio agio. Recentemente, è stato lanciato il Creators HQ, che punta a diventare il più grande polo di influencer e content creators al mondo, con l’obiettivo di attrarre diecimila influencer. A tal proposito, sono anche candidato per farne parte e diventare ufficialmente un influencer per promuovere gli EAU e in particolare Dubai nel mondo.
Come giudica i recenti accordi tra Italia ed Emirati Arabi Uniti?
Gli accordi tra Italia ed Emirati Arabi Uniti non influenzano minimamente il tema della defiscalizzazione, poiché si basa su un principio territoriale. Esiste già un accordo sulla doppia imposizione che, di fatto, ci aiuta e ci ha sempre supportato. Ad esempio, consente di defiscalizzare i redditi, come i dividendi aziendali, per le imprese italiane e i soggetti giuridici residenti a Dubai. Un esempio pratico: se si possiedono quote in una SRL o in una SPA, è possibile trasferire gli utili a Dubai pagando solo il 5%, grazie ai trattati in vigore. Pertanto, è benvenuto qualsiasi trattato, così come gli investimenti degli Emirati in Italia, poiché questi favoriscono una cooperazione che permette di evitare incomprensioni tra i due paesi.
Quali sono le prospettive di investimento per le aziende italiane in EAU?
Le prospettive non cambiano rispetto a questi accordi, ma anzi migliorano. Sono da sempre estremamente interessanti. Tantissime aziende italiane, infatti, hanno deciso di trasferirsi qui: alcune hanno spostato la loro sede, altre hanno trasferito i loro proprietari, mentre molte hanno semplicemente aperto filiali, esportando così il Made in Italy. Il maggiore vantaggio per le aziende italiane è rappresentato dall’opportunità di entrare nel mercato del futuro: il mercato del Golfo, in continua crescita e ricco di opportunità.
Lei non è solo un fiscalista internazionale, ma anche un imprenditore. Come le sue esperienze precedenti nel mondo imprenditoriale influenzano il suo approccio al lavoro?
Sì, oltre a essere un fiscalista internazionale, ho fondato diverse aziende, alcune di rilevanza nazionale e internazionale. Queste esperienze mi permettono di comprendere profondamente le sfide e le opportunità che affrontano gli imprenditori. So cosa significa gestire una società, capire le difficoltà quotidiane e, soprattutto, essere in grado di supportare concretamente gli imprenditori, offrendo soluzioni fiscali e strategiche su misura per loro.
Concludiamo proprio con Capitalist, il magazine di cui è editore: perché ha deciso di cominciare quest’avventura?
Innanzitutto, sono onorato di essere intervistato dal mio stesso giornale, perché Capitalist nasce dal desiderio di fornire informazioni nel settore del business, della leadership, della fiscalità e delle tematiche economiche. È nato con l’intento di offrire un’informazione innovativa, in risposta alla necessità di qualcosa di nuovo. Ero stanco di leggere sempre gli stessi articoli e le solite notizie sui magazine di business, c’era bisogno di un cambiamento.
Gli obiettivi?
Diventare il magazine di riferimento numero uno per imprenditori, professionisti, startup e influencer che si affacciano al mondo imprenditoriale. È nato proprio con questa missione: portare innovazione, coinvolgere i giovani e offrire loro l’opportunità di lavorare in un settore che, da sempre, è dominato dai grandi editori e dalle vecchie generazioni nel mondo del giornalismo e dei magazine.
L’inizio è stato straordinariamente esplosivo: in soli tre mesi abbiamo già realizzato decine di interviste con personaggi noti, e il nostro ranking su Google e altri portali sta crescendo a ritmi vertiginosi, con un aumento della visibilità del 300% al mese.


