Christopher Dän, dal sogno di diventare tatuatore alla prima catena di boutique di tattoo in Italia: “Così ho fatto del mio talento un lavoro” 

Dän Ink, la rivoluzione del tatuaggio di lusso: intervista a Christopher Dän, il tatuatore che ha trasformato la sua passione in un successo imprenditoriale.

Ha trasformato una passione in un lavoro di successo. Una passione perseguita da sempre, sin da quando era giovanissimo, con tenacia e realismo, ma che non gli ha mai fatto perdere di vista i suoi obiettivi. Christopher Dän, tatuatore professionista da oltre quindici anni, ha realizzato il suo sogno ma è andato anche oltre se stesso, nella cura continua dei suoi clienti, trasformando in tatuaggi storie, desideri, ambizioni, vittorie e sconfitte di chi a lui si affida per disegnare sulla propria pelle emozioni durature. 

Capitalist.it ha intervistato Christopher Dän, ci ha raccontato di sé, della sua visione del mondo dei tatuaggi e dell’idea imprenditoriale che sta alla base di Dän Ink, la prima catena di boutique tattoo altamente qualificate dove viene realizzato ogni stile di tatuaggio e dove si celebra ogni giorno, con impegno, questa antica arte.

Mi racconti l’inizio della sua passione, da quel tatuaggio a 12 anni. Quando ha pensato di trasformarla in lavoro?


Mi ha sempre appassionato, sin da piccolo, il mondo dei tatuaggi, che guardavo con occhi pieni di adulazione. Tanto che il primo tatuaggio su di me l’ho fatto eseguire molto presto, appunto a 12 anni. Da lì in poi è stato un crescendo, e non mi sono più fermato. Già a 18 anni avevo molti più tatuaggi rispetto ai miei coetanei tatuati. 

Il mio primissimo tatuaggio è stato il mio nome in lettere gotiche sulle spina dorsale, anche banale, se vogliamo. Ero talmente attratto dai tatuaggi e la mia voglia di averne uno era così forte che non sono stato a pensare più di tanto a cosa o dove farlo. 

La molla per questo lavoro è scattata presto, ma devo confidare che ero timoroso. Avrei voluto tatuare, certo, ma non pensavo di avere le abilità tecniche per poterlo fare. Intanto continuavo a frequentare con costanza i negozi di tattoo e ad osservare come lavoravano i tatuatori. E non sono stati pochi quelli che mi hanno detto: “Cavolo, ma sei sempre qui! Sei giovane, conosci un sacco di persone, perché non provi a tatuare anche tu?”. Insomma, mi hanno messo la pulce nell’orecchio e io non me la sono fatta scappare. Ovviamente ho dovuto formarmi e studiare, anche tanto.

Quale percorso ha seguito e cosa è cambiato oggi rispetto ai suoi inizi professionali? 

Io ho iniziato a cavallo tra i 17 e i 18 anni e sin da subito ho capito che volevo essere protagonista di questo mondo. Ho fatto numerosi corsi di formazione e tanta gavetta, ma forse (sorride, ndr), era un’altra epoca, perché sembra che oggi nessuno più voglia fare la gavetta. Invece, per imparare ogni lavoro, bisogna farsi le ossa, in tutti gli ambiti. 

Quali sono state le prime sfide professionali che ha dovuto affrontare e come le ha superate? Quando ha deciso di fare l’imprenditore?

È stato un processo lungo, non è accaduto dall’oggi al domani. Ho dovuto mandar giù anche tanti bocconi amari. All’inizio sono stato aiutato, certo, ma quando gli altri hanno capito che ero bravo e competente, e potevo fargli concorrenza, non sono più stati amici…

È passata tanta acqua sotto i ponti prima che io intraprendessi il mio percorso professionale in autonomia. Ho fatto molta esperienza in numerosi negozi di tattoo del Nord Italia, ma quando ho visto che potevo camminare da solo sulle mie gambe ho deciso che era giunto il momento di fare il salto di qualità. Avevo all’incirca 25 anni. Sono stato anche docente, in una catena di estetica a Monza, tenevo dei corsi in accademia ai ragazzi che volevano imparare questo mestiere. Parallelamente continuavo a fare il tatuatore.

Dän Ink si distingue per l’offerta del tatuaggio di lusso. Ci spieghi questo concept innovativo 


C’è da dire che io ho sempre avuto un approccio differente al mondo del tatuaggio, pur sognando di aprire un mio “negozio fisico” come tutti i tatuatori. 

Nell’immaginario collettivo, però – alimentato anche da una certa cinematografia – il tatuatore vive e lavora in un negozio un po’ decadente, forse “gotico”, per certi versi “sporco”. 

Insomma, il tatuatore è un duro che beve e fuma, che va controcorrente. 

Questa immagine non mi rispecchia affatto e non incontra il mio gusto. 

Ho quindi voluto inserire all’interno della mia prima attività, a Monza, dove si trova la casa madre del nostro gruppo, una sorta di format che non c’entra necessariamente con il mondo dei tatuaggi e che trae ispirazione dai settori alberghiero e del benessere, come quello delle spa. Ho messo insieme le mie idee e così è nata l’offerta di Dän Ink, apprezzata da chiunque entri in ognuno dei nostri negozi. 

Quindi ha saputo fare la differenza proponendo qualcosa di innovativo…

Sì, innovativo ma soprattutto super professionale. Volevo che la mia attività fosse di un livello elevato, un posto dove si coccola il cliente e si sta nel contempo atteni alla sua salute. Anche per questo l’aspetto beauty si coniuga all’aspetto igienico costantemente. Non a caso tutti gli studi vengono igienizzati ad ogni seduta. Abbiamo dei protocolli specifici da seguire in tutte le fasi del nostro lavoro. C’è la fase di accettazione della richiesta del cliente, quella di trattamento, e poi il monitoraggio post tatuaggio. Perché il tatuaggio è una esperienza, un viaggio da fare in prima classe e il cliente ha bisogno di tutta la nostra attenzione e cura.
La gente pensa che il nostro sia un lavoro soltanto artistico, invece è un lavoro anche tecnico, che viene svolto facendo riferimento a dei canoni precisi e dietro al quale sta una organizzazione aziendale a tutti gli effetti che ci permette di avere centinaia di clienti.

Stiamo promuovendo l’affermazione di una idea diversa di questo mondo: non più piccole botteghe dove c’è un cliente alla volta ma saloni beauty dove farsi un tatuaggio e sentirsi a proprio agio.

Ma non vogliamo sconsacrare questo settore, anche se senza dubbio lo stiamo rivoluzionando secondo un modello di business che sta funzionando in tutta Europa e che negli Stati Uniti si è affermato già da tempo. 

La sua azienda è in continua espansione, con sedi a Monza, Brescia, Venezia Mestre e prossime apertura a Bergamo e Vicenza. Ci sono altre aperture in vista? 

Sì, ci saranno anche altre aperture. Al momento abbiamo una espansione del brand su diverse città, siamo molti forti anche sui social e l’obiettivo è aprire nuove sedi. E poi vogliamo che ci sia correttezza e trasparenza in questo settore, dove molti, devo dirlo, lavorano in nero. 

Dän Ink è la prima rete di franchising di tatuaggi in Italia. Ha soci? Chi sono?

La prima sede, Monza, è stata aperta nel 2020. Una volta intrapreso questo aspetto di organizzazione aziendale, sono arrivati Steven Basavarie e Diego Granese, i miei due attuali soci, che hanno sposato la mia idea del franchising. 

Se un tatuatore vuole fare parte del suo team, cosa deve fare?

La nostra azienda fa acquisizione di nuovo personale tutto l’anno. Il reclutamento di risorse umane è una delle cose più difficili da fare, proprio prima di questa intervista ho affrontato una sessione di 25 colloqui per cinque mansioni. 

Per entrare a far parte del team bisogna fare domanda e partecipare ad una selezione per poi essere introdotti all’interno di uno dei saloni di tattoo.

Il discorso è diverso per chi è un imprenditore che ritiene interessante questo modello di business e vuole aprire un suo negozio. Dopo aver fatto domanda anche lui, verrà contattato dal nostro reparto franchising per fare una intervista che mira ad accertare la sua compatibilità con il nostro settore e se sussistono i margini di spesa, perché comunque all’inizio c’è un investimento da fare. Noi, tuttavia, proponiamo un pacchetto “chiavi in mano”. Significa che ci sono persone che lavorano per noi su vari fronti, dal geometra all’architetto, da chi si occupa di recruiting a chi invece è dedicato alla formazione delle risorse umane. L’imprenditore sarà accompagnato in tutto il percorso di apertura del negozio, che ovviamente dovrà far “funzionare” secondo strategie che sono appunto imprenditoriali e proprie di un franchising.

Infine, un appello ai giovani che, come lei, hanno una passione, Quali i suggerimenti che derivano dalla sua esperienza personale, i consigli che può fornire?

Non voglio fare di tutta l’erba un fascio ma noto che la passione nei giovani sta un po’ scemando o si manifesta dopo i trent’anni, insomma, quando si è più maturi.

Io, come ho raccontato, ho iniziato che ero poco più di un bambino e sto ancora portando avanti la mia passione. Ai giovani consiglio di mettere a fuoco i propri obiettivi, di concentrare tutti i propri sforzi e la propria determinazione nell’inseguire ciò che desiderano. Secondo me, in assenza di questi elementi, è tutto tempo sprecato. 

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