Quattrocento milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche di emergenza, immessi sul mercato all’unanimità da 31 Paesi membri. È la risposta dell’Agenzia Internazionale dell’Energia al collasso dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, ridotti sotto il 10% dei livelli pre-guerra dal conflitto iniziato il 28 febbraio 2026. Dall’altra parte, il portavoce del comando militare di Teheran Ebrahim Zolfaqari lancia l’avvertimento più esplicito dall’inizio delle ostilità: «Preparatevi a un barile di petrolio a 200 dollari».
Il sesto rilascio in cinquant’anni di storia — e il più grande
Il direttore esecutivo dell’AIE Fatih Birol ha annunciato la decisione nel corso di una conferenza stampa convocata dopo una riunione straordinaria dei governi membri tenutasi il giorno precedente. Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni: «I Paesi dell’AIE metteranno a disposizione 400 milioni di barili di petrolio, ripeto, 400 milioni di barili di petrolio saranno immessi sul mercato per compensare l’offerta persa a causa della chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz».
L’AIE è stata fondata nel 1974, in risposta alla crisi petrolifera che aveva paralizzato le economie occidentali dopo l’embargo arabo del 1973. In cinquant’anni di attività, ha coordinato un rilascio collettivo di scorte di emergenza solo cinque volte: nel 1991, durante la Prima Guerra del Golfo; nel 2005, dopo l’uragano Katrina che aveva devastato le infrastrutture petrolifere del Golfo del Messico; nel 2011, a seguito delle interruzioni causate dalla guerra civile in Libia; e due volte nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Quello annunciato oggi è il sesto — e per dimensione non è paragonabile a nessuno dei precedenti.
I Paesi membri dell’AIE dispongono complessivamente di scorte di emergenza per oltre 1,2 miliardi di barili. A questo si aggiungono ulteriori 600 milioni di barili di scorte industriali detenute sotto obbligo governativo. I 400 milioni che verranno immessi sul mercato rappresentano quindi una quota significativa, ma non totale, delle riserve disponibili. Il rilascio avverrà in tempi e modalità calibrate sulla situazione specifica di ciascun Paese membro; alcuni di essi adotteranno misure di emergenza aggiuntive.
Hormuz: 20 milioni di barili al giorno, ora quasi fermi
Per capire perché la decisione dell’AIE sia stata presa con questa urgenza, bastano i numeri che lo stesso comunicato dell’agenzia mette in fila. Nel 2025, dallo Stretto di Hormuz transitavano in media 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi raffinati. Una cifra che equivale al 25% dell’intero commercio mondiale di petrolio via mare. Da quando il conflitto ha di fatto bloccato il corridoio marittimo, i volumi di transito sono scesi sotto il 10% di quel livello. Tradotto: dal passaggio più stretto e più trafficato del mercato energetico globale sta passando meno di un decimo di quello che passava prima della guerra.
Le alternative sono scarse. Le opzioni per bypassare lo Stretto di Hormuz sono limitate: l’oleodotto Petroline, che attraversa l’Arabia Saudita, può trasportare circa 5 milioni di barili al giorno — un quarto del flusso normale. Gli altri percorsi alternativi hanno capacità ancora inferiori. Questo collo di bottiglia sta costringendo gli operatori della regione a chiudere o ridurre quota parte della produzione, con effetti a cascata sui mercati globali.
La minaccia di Teheran: «Nemmeno un litro agli USA e ai loro alleati»
Mentre l’AIE annunciava il rilascio delle scorte, da Teheran arrivava una risposta che chiarisce le intenzioni iraniane. Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando militare, citato da Al Jazeera, non si è limitato alla previsione sui prezzi: «Non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio raggiunga gli Stati Uniti e i loro partner. Qualsiasi nave o petroliera diretta a loro sarà un bersaglio legittimo».
La dichiarazione trasforma le petroliere in obiettivi militari espliciti, almeno nelle intenzioni comunicate pubblicamente dal regime. Il prezzo di riferimento citato da Zolfaqari — 200 dollari al barile — è circa il doppio delle quotazioni pre-conflitto e rappresenterebbe uno shock energetico senza precedenti per le economie importatrici, Europa inclusa.
Bruxelles: «Unità e cooperazione sono essenziali»
La risposta europea è arrivata attraverso il Commissario all’Energia Dan Jorgensen, che su X ha scritto: «Accolgo con favore la decisione dei Paesi membri dell’AIE di procedere a un rilascio coordinato delle scorte di petrolio nel contesto delle attuali perturbazioni del mercato causate dal conflitto in Medio Oriente. In tempi difficili, l’unità e la cooperazione globale sono essenziali».
Poche ore prima dello stesso annuncio, Jorgensen aveva già delineato la preoccupazione di Bruxelles con altre parole: «L’escalation in Medio Oriente e le sue conseguenze sui prezzi dell’energia stanno aggiungendo nuova pressione alle nostre famiglie e alle nostre aziende. Stiamo valutando come ridurre le bollette. No ritorno ai combustibili fossili russi».
L’ultimo punto non è un dettaglio. Escludere esplicitamente il gas e il petrolio russo come valvola di sfogo risponde a una pressione che, in momenti di crisi energetica acuta, tende a riemergere in alcuni capitali europee. Jorgensen ha scelto di chiuderla preventivamente.
Cosa succede adesso
L’AIE ha precisato che il segretariato fornirà ulteriori dettagli sulle modalità operative del rilascio, e che continuerà a monitorare i mercati globali di petrolio e gas con la possibilità di ulteriori raccomandazioni ai governi membri. La formulazione lascia aperta la strada a interventi aggiuntivi se la situazione dovesse peggiorare.
Il mercato resta sotto pressione. Quattrocento milioni di barili sono una quantità significativa, ma il blocco di Hormuz — se prolungato — genera un deficit quotidiano che le scorte non possono compensare a tempo indeterminato. L’azione dell’AIE è pensata come stabilizzatore d’emergenza, non come sostituto permanente del flusso interrotto.


