Il commercio italiano si trasforma in profondità: meno vetrine sul territorio, ma imprese più solide ed efficienti. È quanto emerge dal 1° Rapporto Confcommercio sul commercio in Italia, elaborato dall’Ufficio Studi della Confederazione e presentato il 22 luglio a Roma, alla presenza del presidente Carlo Sangalli e del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

Tra il 2018 e il 2025 il numero complessivo delle unità locali del commercio al dettaglio è passato da 666.479 a 570.313, con una riduzione del 14,4%, pari a oltre 96mila attività commerciali scomparse in sette anni. Un dato che fotografa un settore in piena ristrutturazione, dove il calo della presenza fisica non coincide, però, con un arretramento economico.

I settori più colpiti: ambulanti e piccoli alimentari

La contrazione non è uniforme: colpisce soprattutto le realtà di piccole dimensioni e a forte radicamento nei quartieri. Il calo riguarda soprattutto gli ambulanti (-27,3%) e i piccoli negozi alimentari (-17,9%). Anche i consumi culturali e ricreativi risentono della trasformazione digitale: la diffusione dello streaming musicale e cinematografico ha eroso la presenza di edicole, librerie, cartolerie, negozi di giocattoli e di articoli musicali, con un calo complessivo del comparto del 21,9%.

Sul fronte della grande distribuzione, invece, le difficoltà maggiori riguardano gli ipermercati (-8,4%) e gli ambulanti (-14,9%), segno che nemmeno i formati di grandi dimensioni sono immuni dai mutamenti nei comportamenti d’acquisto.

A resistere, e anzi a crescere, sono invece le farmacie (+4,2%), sostenute da una domanda meno elastica e da un’offerta sempre più ampia di prodotti e servizi legati alla salute e alla cura della persona.

Il paradosso: meno negozi, più fatturato

Il dato più significativo del rapporto riguarda le performance economiche. Nonostante la riduzione dei punti vendita, il giro d’affari del commercio al dettaglio è cresciuto sensibilmente: il fatturato del retail sale del 25,7%, mentre volano discount (+101,1%) ed e-commerce. Nel dettaglio, il fatturato complessivo passa da 326,8 a 410,7 miliardi di euro, mentre il fatturato per addetto sale da 172mila a 220mila euro (+27,9%).

Un segnale chiaro della ricerca di convenienza da parte delle famiglie italiane è la performance dei discount alimentari, che registrano la crescita più marcata e un fatturato più che raddoppiato nel periodo considerato. Parallelamente, cresce anche il peso delle imprese strutturate: la quota delle società di capitali nel commercio al dettaglio passa dal 12,2% al 17,4%, a conferma di una rete distributiva più concentrata e industrializzata.

Occupazione: il calo è contenuto rispetto ai negozi persi

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la drastica riduzione del numero di esercizi commerciali non si è tradotta in un crollo occupazionale proporzionale. Secondo il rapporto, gli addetti del settore diminuiscono da 1,905 milioni a 1,871 milioni, un calo dell’1,8% — una flessione molto più contenuta rispetto al -14,4% dei punti vendita.

Anzi, in alcuni comparti l’occupazione cresce: nei supermercati e nei grandi punti vendita l’incremento è dell’8,3%, mentre negli esercizi specializzati — abbigliamento, calzature, gioielleria — la dinamica occupazionale è positiva (+3,4%), pur in presenza di una contrazione del numero complessivo di negozi. Il quadro conferma che il settore si sta concentrando in unità produttive più grandi e più efficienti, capaci di assorbire manodopera anche a fronte di una rete fisica più rada.

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L’allarme desertificazione e il nodo dell’illegalità

Nel presentare il rapporto, Confcommercio ha lanciato un doppio allarme. Da un lato quello sociale: la scomparsa di negozi di prossimità non riguarda solo l’aspetto economico, ma impoverisce il tessuto urbano, perché questi esercizi svolgono anche una funzione relazionale e di presidio dei quartieri. Il rischio di desertificazione commerciale, si legge nel rapporto, resta dunque concreto, anche se la rete complessiva risulta più strutturata.

Dall’altro lato, il presidente Sangalli ha posto l’accento sul nodo della concorrenza sleale. Nel 2025 illegalità, abusivismo e contraffazione hanno arrecato al commercio e ai pubblici esercizi un danno di oltre 41 miliardi di euro, mettendo a rischio più di 284mila posti di lavoro regolari. “I cambiamenti nel commercio richiedono anche un mercato in cui tutti rispettino le stesse regole”, ha dichiarato Sangalli, sottolineando come contrastare questi fenomeni significhi “difendere chi investe, chi lavora e chi rispetta le regole”.

Anche il ministro Urso, intervenuto alla presentazione, ha invitato a non rassegnarsi al fenomeno della desertificazione commerciale, indicando la necessità di politiche mirate a sostenere la rete di prossimità nei centri urbani e nelle aree più marginali del Paese.