C’è un precedente che pesa sulla partita del federalismo fiscale. Tra il 2008 e il 2012 il finanziamento del trasporto pubblico locale è già passato per un meccanismo analogo a quello ora in discussione, con un esito che le associazioni di settore quantificano con precisione: oltre 1.300 milioni di euro distratti verso altre finalità.
È il motivo per cui Agens, Anav e Asstra, le associazioni che in Italia rappresentano le aziende del Tpl, hanno espresso forte preoccupazione per l’approvazione in Consiglio dei ministri del disegno di legge sul federalismo fiscale regionale.
L’allarme delle associazioni
“C’è la reale possibilità che l’attuale impianto normativo metta a repentaglio l’equilibrio economico-finanziario del Trasporto Pubblico Locale e l’adeguatezza dei servizi su scala nazionale”, si legge nella nota congiunta.
Da qui la richiesta di intervenire prima che il provvedimento sia adottato in via definitiva: “Per questo riteniamo urgente, prima dell’adozione definitiva del provvedimento, tra l’altro in tempi molto stretti, che ci siano dei correttivi indispensabili come assicurare che le risorse derivanti dall’IRPEF siano destinate esclusivamente al TPL, con il divieto assoluto di distrazione per altre finalità”.
Come funziona il meccanismo contestato
Il nuovo schema, sottolineano le tre associazioni, conferma il precedente impianto. Si fonda sull’attribuzione alle Regioni a Statuto ordinario di una compartecipazione al gettito dell’Irpef, calibrata in modo da garantire annualmente al complesso delle Regioni entrate corrispondenti all’ammontare dei trasferimenti statali destinati a essere soppressi a decorrere dal 2027.
Tra quei trasferimenti figurano anche le risorse del Fondo nazionale Tpl.
La mancata intesa in Conferenza Unificata
Il tema è già emerso nel confronto istituzionale. Tra le principali problematiche rappresentate da Regioni ed enti locali, e che hanno portato alla mancata intesa sul testo in Conferenza Unificata, sono espressamente menzionate la forte criticità sul Fondo perequativo per quanto attiene al Fondo per il trasporto pubblico locale e la necessità di individuare una formula che assicuri maggiori garanzie sul ruolo e sul finanziamento del settore.
Il gap che pesa già oggi
L’istituzione del Fondo nazionale Tpl a partire dal 2013 ha garantito certezza e stabilità di risorse, invertendo la tendenza degli anni precedenti. Con un limite però: l’assenza di un adeguato meccanismo di indicizzazione.
L’effetto è che la dotazione finanziaria del Fondo risulta oggi carente di oltre 800 milioni di euro l’anno, come confermato anche dalle Regioni.
Le richieste al Governo
Oltre al vincolo di destinazione sulle risorse Irpef, le associazioni indicano tre condizioni che ritengono essenziali per il conseguimento degli obiettivi europei di decarbonizzazione e sostenibilità: definire il Tpl come spesa essenziale, garantire il finanziamento integrale dei fabbisogni standard regionali attraverso il fondo perequativo e mantenere in capo allo Stato le competenze e le funzioni di coordinamento unitario delle politiche nazionali della mobilità.
Il nodo della scadenza dei contratti
C’è poi un fattore temporale che rende la questione più stringente: i contratti di trasporto pubblico locale scadono alla fine del 2026.
“La mancanza di certezze finanziarie minaccia seriamente la pianificazione futura e il corretto svolgimento delle nuove gare d’appalto”, avvertono le associazioni. “Questa instabilità economica rischia di bloccare i progressi e gli investimenti previsti dai piani nazionali (come PSNMS e PNRR), rallentando il processo di modernizzazione e competitività sul mercato”.
La richiesta finale è quella di un tavolo: “Bisogna evitare una crisi sistemica, per questo chiediamo un confronto istituzionale immediato tra il Governo e le Regioni. L’obiettivo primario è definire soluzioni condivise che assicurino la continuità e lo sviluppo dei servizi di mobilità urbana”.






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