Guerra dei dazi: Trump punta a isolare la Cina con i negoziati

L’amministrazione Trump alza la posta nella guerra commerciale con la Cina, usando i negoziati sui dazi per spingere oltre 70 paesi a isolare Pechino.

Nuovo capitolo nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Secondo il Wall Street Journal, la Casa Bianca sta utilizzando i negoziati sui dazi per fare pressione su oltre 70 paesi, chiedendo loro di limitare i rapporti economici con Pechino in cambio di tariffe più favorevoli. Questa mossa, guidata dal segretario al Tesoro Scott Bessent, punta a isolare la Cina, riducendo il suo ruolo nelle catene di approvvigionamento globali e limitando l’accesso ai mercati internazionali per i suoi prodotti a basso costo.

La strategia si inserisce in un contesto di crescenti tensioni commerciali, con dazi che hanno raggiunto livelli record: gli Stati Uniti hanno imposto tariffe fino al 245% sulle importazioni cinesi, mentre Pechino ha risposto con controdazi del 125% sui beni americani, in vigore dal 12 aprile scorso.

La strategia di Trump: isolare la Cina

L’obiettivo principale dell’amministrazione Trump è ridurre l’influenza economica della Cina a livello globale. Secondo fonti citate dal Wall Street Journal, i funzionari statunitensi stanno negoziando con oltre 70 paesi, tra cui Giappone, Regno Unito, Australia, Corea del Sud e India, per ottenere impegni concreti. Questi includono il divieto di transito di merci cinesi attraverso i loro territori, il blocco di insediamenti di aziende cinesi per eludere i dazi USA e il rifiuto di assorbire prodotti industriali cinesi a prezzi competitivi. In cambio, la Casa Bianca offre una riduzione delle barriere tariffarie imposte agli alleati.

“La palla è nel campo della Cina. È la Cina che deve concludere un accordo con noi. Noi non abbiamo bisogno di fare un accordo con loro”, ha dichiarato Trump, come riportato dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt durante una conferenza stampa. Leavitt ha sottolineato la disponibilità di Trump a negoziare, ma solo se Pechino farà il primo passo, evidenziando la forza del mercato statunitense come leva negoziale.

La risposta di Pechino: controdazi e sfida aperta

La Cina non è rimasta a guardare. Il governo di Pechino ha risposto con misure altrettanto aggressive, alzando i dazi sui beni americani dall’84% al 125% a partire dal 12 aprile. Inoltre, ha ordinato alle compagnie aeree cinesi di sospendere l’acquisizione di aerei Boeing e relativi componenti, una mossa che colpisce direttamente un pilastro dell’industria americana. “È interessante notare come abbiano appena fatto marcia indietro sull’enorme accordo con Boeing, dicendo che ‘non prenderanno possesso’ di aerei per i quali avevano già assunto impegni vincolanti”, ha commentato Trump su Truth Social.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha ribadito la posizione di Pechino: “Se gli Stati Uniti vogliono davvero risolvere la questione attraverso il dialogo e la negoziazione, devono smettere di esercitare pressioni estreme, di minacciare e ricattare e avviare invece discussioni con la Cina sulla base di uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio”. La Cina ha anche nominato Li Chenggang come nuovo rappresentante per i negoziati commerciali internazionali, segnalando la volontà di affrontare la crisi con una squadra rinnovata.

Impatto sull’economia globale

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sta avendo ripercussioni profonde sui mercati globali. Wall Street ha registrato perdite significative, con l’indice S&P 500 che ha perso circa 2.000 miliardi di dollari in una sola giornata, segnando la peggior seduta dal 2020. Le borse asiatiche, d’altra parte, hanno mostrato segnali di ripresa dopo la decisione di Trump di congelare per 90 giorni i dazi reciproci su molti paesi, escludendo però la Cina.

Secondo Goldman Sachs, i dazi aggiuntivi imposti dagli Stati Uniti potrebbero ridurre il PIL cinese di almeno lo 0,7% nel 2025, spingendo Pechino a implementare misure di allentamento fiscale per compensare le perdite. “Prima dei dazi, la crescita stava procedendo al di sopra delle nostre previsioni”, ha dichiarato la banca d’affari, sottolineando l’impatto negativo delle tariffe sull’economia cinese.

L’Europa, nel frattempo, teme un “secondo shock cinese”, con un possibile afflusso di prodotti cinesi a basso costo sul mercato europeo a causa della chiusura del mercato statunitense. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la creazione di una task force per monitorare le importazioni e ha chiesto una “risoluzione negoziata” per evitare un’escalation.

Le reazioni internazionali

La strategia di Trump ha suscitato reazioni contrastanti. Il primo ministro di Singapore, Lawrence Wong, ha espresso delusione per i dazi del 10% imposti nonostante l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, definendoli un affronto a un “amico”. Anche l’Unione Africana ha criticato le tariffe, considerandole una minaccia a decenni di cooperazione commerciale.

L’Unione Europea ha risposto con controdazi per un valore di 20,9 miliardi di euro, che saranno riscossi in tre tranche a partire dal 15 aprile. Tuttavia, Bruxelles ha sospeso temporaneamente queste misure fino al 14 luglio per favorire i negoziati con Washington. “Le nostre porte sono aperte ai negoziati”, ha dichiarato il ministro svedese per il Commercio Internazionale, Benjamin Dousa.

Nel frattempo, il Giappone ha istituito una squadra dedicata per negoziare con gli Stati Uniti, mentre la Cambogia ha ridotto le tariffe su alcune merci americane per aprire un dialogo. La Russia, invece, ha scelto di rimanere fuori dalla disputa, con il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov che ha dichiarato: “Lasciamo che i paesi coinvolti risolvano la questione”.

Le implicazioni a lungo termine

La strategia di Trump punta a un decoupling economico tra Stati Uniti e Cina, un processo già in corso: nel 2024, le importazioni cinesi rappresentavano solo il 13% del totale USA, rispetto al 21% del 2016. Tuttavia, gli economisti avvertono che i dazi potrebbero alimentare inflazione e rallentare la crescita globale. “È probabile che si verifichino effetti inflazionistici, non solo sui beni importati, ma anche sui prezzi interni”, ha osservato Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase.

Inoltre e infine, la dipendenza degli Stati Uniti da minerali critici come cobalto, litio e terre rare, in gran parte provenienti dalla Cina, rappresenta una vulnerabilità. Trump ha firmato un ordine esecutivo per indagare sull’impatto delle importazioni di questi materiali sulla sicurezza nazionale, affidando l’incarico al segretario al Commercio Howard Lutnick.

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