Mercoledì scorso, 2 aprile, dalla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che sta cambiando il panorama del commercio globale.
Con un balzello di base del 10% su tutte le importazioni e tariffe “reciproche” personalizzate che raggiungono il 54% per la Cina, il 46% per il Vietnam e il 20% per l’Unione Europea, gli Stati Uniti hanno ufficialmente aperto un nuovo capitolo di protezionismo economico. “Questo è il giorno della liberazione economica dell’America”, ha dichiarato Trump durante l’evento nel Rose Garden, mostrando un grafico con i tassi tariffari per oltre 90 paesi.
L’obiettivo dichiarato: ridurre il deficit commerciale statunitense, che nel 2024 ha superato i 918 miliardi di dollari, e rilanciare la manifattura interna. Ma la reazione globale è stata immediata e drammatica: i mercati azionari sono entrati in una spirale di vendite, con perdite stimate in 9 trilioni di dollari a livello mondiale nei giorni successivi all’annuncio.
Crollo dei mercati asiatici: un’eco della crisi del 2008
La risposta dei mercati non si è fatta attendere. Venerdì 4 aprile, per il terzo giorno consecutivo, le borse asiatiche hanno registrato cali vertiginosi, i più ampi dalla crisi finanziaria del 2008. L’indice Nikkei 225 di Tokyo ha perso il 5,79%, mentre l’Hang Seng di Hong Kong è crollato del 10%, toccando il minimo degli ultimi otto mesi. A Taiwan, il Taiwan Weighted Index ha ceduto il 9,61%, e in Corea del Sud il Kospi è sceso del 4,14%. In Cina, la situazione è stata ancora più grave: l’indice Shanghai Composite ha chiuso a 3.096,58 punti, in calo del 7,34%, e quello di Shenzhen ha perso il 10,79%, attestandosi a 1.777,37 punti. Anche l’Australia non è stata risparmiata, con l’S&P/Asx 200 in ribasso del 3,82%. Gli analisti attribuiscono questa svendita di massa all’incertezza generata dai dazi e al timore che le economie esportatrici, dipendenti dal mercato statunitense, subiscano un duro colpo una volta che le tariffe entreranno pienamente in vigore.
Europa in rosso: paura di una recessione globale
Anche le borse europee hanno aperto la settimana in profondo rosso, riflettendo i crescenti timori di una recessione globale. Lunedì 7 aprile, Milano ha perso il 6%, Francoforte è crollata del 10% e Parigi al 7%. La decisione di Trump ha scatenato un’ondata di vendite che ha travolto i listini, con gli investitori preoccupati per le ripercussioni su settori chiave come l’automotive, l’agroalimentare e la tecnologia, tutti fortemente legati al commercio con gli Stati Uniti. Goldman Sachs ha rivisto al rialzo le probabilità di una recessione negli Stati Uniti, portandole al 45% nei prossimi 12 mesi, un segnale che ha ulteriormente alimentato il panico sui mercati. “Le tariffe di Trump rappresentano la più grande tassa degli ultimi 100 anni”, ha sottolineato un report del Tax Foundation, prevedendo un aumento dei prezzi al consumo e una contrazione del PIL statunitense dello 0,7% nei prossimi dieci anni, prima ancora di considerare le ritorsioni straniere.
I dazi entrano in vigore: cosa cambia dal 5 aprile
Alle 6 del mattino (ora italiana) di sabato 5 aprile, i dazi globali del 10% sono ufficialmente entrati in vigore, applicati a tutte le merci importate negli Stati Uniti, con alcune eccezioni. Oro, argento, petrolio, gas, chip, legname e prodotti farmaceutici sono per ora esclusi, ma la Casa Bianca ha già anticipato che tariffe specifiche per questi settori potrebbero essere annunciate a breve. Nel 2024, gli Stati Uniti hanno importato beni per un valore di 3.300 miliardi di dollari, di cui circa 644 miliardi rientrano nelle categorie esentate, inclusi 185 miliardi di dollari da Canada e Messico, già soggetti a tariffe separate del 25% legate al contrasto al traffico di droga. Il vero banco di prova arriverà mercoledì 9 aprile, quando scatteranno le tariffe “reciproche” calcolate in base ai deficit commerciali con ciascun paese. Per l’Unione Europea è previsto un dazio del 20%, mentre la Cina dovrà affrontare il 54%, il Vietnam il 46% e il Giappone il 24%.
La risposta di Pechino: controdazi e terre rare
La Cina non è rimasta a guardare. Venerdì 4 aprile, Pechino ha annunciato controdazi del 34% su tutte le merci importate dagli Stati Uniti, in vigore da giovedì 10 aprile, un giorno dopo l’entrata in vigore delle tariffe reciproche americane. Ma la mossa più significativa è stata l’introduzione di controlli sulle esportazioni di terre rare, minerali essenziali per la produzione di chip, batterie per veicoli elettrici e tecnologie avanzate. Questa decisione ha fatto tremare i mercati tecnologici globali, con aziende come Apple che hanno visto le loro azioni crollare del 9% in una sola giornata. “La Cina non colpisce per prima, ma risponde sempre”, ha dichiarato Joe Mazur, analista di Trivium China, sottolineando la strategia proattiva di Pechino rispetto alla precedente guerra commerciale durante il primo mandato di Trump. Le contromisure cinesi hanno già avuto un impatto immediato sulle borse, con il Dow Jones che ha perso quasi il 4% e il Nasdaq il 6% nella peggiore giornata dal 2020.
L’Italia e l’Europa si preparano: la voce di Tajani
In Italia, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato la situazione a margine del Consiglio nazionale di Forza Italia, sabato 5 aprile. “Io mi occupo più che preoccuparmi. I dazi certamente sono un fatto negativo. Ma non drammatizzerei perché il danno che faranno questi dazi toccherà lo 0,3% del Pil europeo. Bisogna agire e non perdere la calma. Dobbiamo lavorare per tutelare le nostre imprese, il governo è impegnato, ci stiamo coordinando con la Ue”, ha dichiarato. L’Unione Europea, nel frattempo, sta negoziando con Washington per scongiurare o attenuare le tariffe del 20%, che rischiano di colpire duramente settori come il vino italiano, le auto tedesche e i prodotti agroalimentari francesi. La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha promesso “misure appropriate” per proteggere gli interessi delle imprese europee, senza però escludere ritorsioni se i negoziati fallissero.


