Da domani mattina, lunedì 20 aprile 2026, il trasporto merci su gomma italiano si ferma. Il fermo nazionale proclamato da Trasportounito scatta alle ore 00:00 e resterà operativo fino alle 24:00 del 25 aprile: sei giorni di calendario, cinque pieni di blocco operativo, su tutto il territorio nazionale.
Circa 100 città italiane ospiteranno assemblee permanenti e presidi. La Commissione di Garanzia per gli scioperi ha invitato formalmente le associazioni a revocare il fermo per vizi procedurali, ma le sigle di categoria hanno confermato la mobilitazione.
Sullo sfondo, una crisi di margini che non ammette più rinvii: il gasolio ha superato e mantenuto stabilmente la soglia dei 2 euro al litro, con un rincaro stimato al 40% rispetto ai livelli precedenti alla crisi geopolitica in Medio Oriente.
Un doppio fronte: Trasportounito adesso, Unatras in arrivo
Il blocco di questa settimana non è l’unico in campo. Il quadro è più complesso e vale la pena distinguere i due fronti con precisione, perché hanno tempistiche e soggetti diversi.
Sul sito del MIT, aggiornato al 18 aprile, lo stop proclamato da Trasportounito compare come fermo nazionale dei servizi di autotrasporto merci di 144 ore, con registrazione ufficiale dal 20 al 25 aprile. È questa la protesta attiva da domani, proclamata nonostante l’invito della Commissione di Garanzia a revocarla per violazione del preavviso minimo e mancato rispetto della regola della rarefazione oggettiva — con riferimento al fermo siciliano già in corso dal 14 al 18 aprile.
Il secondo fronte è quello di Unatras. Il 17 aprile il Comitato Esecutivo di Unatras ha proclamato il fermo nazionale delle attività di trasporto, con date da comunicare alla Commissione di Garanzia il 20 aprile. Con il preavviso obbligatorio di 25 giorni previsto dalla legge, il blocco dovrebbe scattare a partire dal 15 maggio. Il presidente di Fai e Unatras Paolo Uggè lo ha definito “una decisione sofferta ma inevitabile, dovuta all’inquietante e inspiegabile insensibilità da parte del Governo”.
L’Italia si trova dunque davanti a una sequenza potenzialmente ininterrotta di fermi: il blocco siciliano si è concluso il 18 aprile, quello di Trasportounito inizia domani, quello di Unatras potrebbe partire a metà maggio. A meno di un intervento governativo che interrompa la spirale.
Perché le imprese non reggono più
Il numero che spiega tutto è uno: il carburante pesa per circa il 40% dei costi operativi di un’impresa di autotrasporto. Con un gasolio aumentato del 40%, ogni viaggio genera perdite. Per un settore strutturalmente caratterizzato da margini molto contenuti, l’assorbimento è diventato impossibile.
L’autotrasporto italiano conta 100mila imprese per 500mila lavoratori e rappresenta la struttura portante della logistica nazionale, su cui transita la larga maggioranza delle merci che muovono nel Paese. Il cuore della disputa con il governo riguarda il credito d’imposta promesso nel Consiglio dei ministri del 19 marzo: a un mese di distanza manca ancora il decreto attuativo, e le imprese non sanno come richiedere il beneficio.
Le richieste della categoria sono precise: emanazione immediata del decreto attuativo del credito d’imposta, ristori compensativi di 200 euro ogni 1.000 litri di gasolio acquistato, sospensione dei versamenti contributivi e fiscali a sostegno della liquidità, e l’adozione di un quadro europeo di aiuti temporanei.
Gli effetti economici: cosa si ferma e in quanto tempo
Un blocco di sei giorni del trasporto merci su gomma non produce effetti lineari. La sequenza è rapida e prevedibile per chi gestisce filiere o catene di approvvigionamento.
Nelle prime 48–72 ore si registrano i primi vuoti nella grande distribuzione organizzata sui prodotti freschi e deperibili — ortofrutta, latticini, prodotti da forno con shelf life corta. Il rischio principale riguarda proprio l’approvvigionamento dei supermercati e l’aumento dei prezzi legato alla scarsità delle merci disponibili.
Tra il terzo e il quinto giorno la pressione si estende alle filiere industriali con logistica just-in-time: automotive, farmaceutica, elettronica, manifattura ad alta rotazione. Le linee produttive che lavorano senza scorte tampone si trovano a dover interrompere o rallentare i cicli.
La logistica portuale rischia rallentamenti nella movimentazione dei container nei principali scali, mentre il settore turistico risente della coincidenza con il ponte del 25 aprile. Per l’export, ogni giorno di ritardo nelle consegne internazionali si traduce in penali contrattuali e perdita di credibilità commerciale, danni difficili da quantificare nel breve ma certamente reali.
In un contesto già segnato da inflazione e volatilità dei prezzi energetici, lo sciopero rischia di amplificare le tensioni, con effetti a cascata su tutta l’economia.
Il punto di rottura: tre settimane di fermi consecutivi
Il dato che rende questa situazione diversa da precedenti proteste di categoria è la sua continuità temporale. Dal 14 aprile al 25 aprile si contano già dodici giorni di fermi tra Sicilia e nazionale. Se Unatras conferma il blocco di maggio, l’economia italiana dovrà gestire tre ondate di interruzione logistica nel giro di cinque settimane.
Aprile si configura già come un “mese nero” per i trasporti italiani, con stop già registrati nel settore aereo e ferroviario che amplificano l’incertezza complessiva. Ogni singola protesta acquista peso maggiore in un contesto di mobilità già sotto stress.
La finestra per evitare l’escalation di maggio è stretta. Il 20 aprile Unatras comunica le date al Garante: se nelle prossime 24–48 ore il governo convoca un tavolo e avvia un confronto concreto – a partire dall’emanazione del decreto attuativo sul credito d’imposta – lo scenario potrebbe cambiare. Se invece la risposta è il silenzio, il conto di maggio si aggiunge a quello di questa settimana.


