Emma Bonino è morta a Roma nella mattinata di oggi, venerdì 11 settembre, a 78 anni. Il suo nome resterà legato ai diritti civili. Ma per chi fa impresa in Italia il lascito più tangibile sta altrove: in un dazio del 16,5 per cento, in una garanzia legale di ventiquattro mesi e in un contatore di procedure d’infrazione sceso sotto quota duecento. Tre decisioni prese tra il 1995 e il 2008, tutte ancora operative in qualche forma.
Il dossier calzature, cioè come funziona davvero un dazio
Il 5 ottobre 2006 il Consiglio dell’Unione europea adottò il regolamento 1472/2006. Istituiva un dazio antidumping definitivo sulle calzature con tomaia in cuoio importate da Cina e Vietnam: 16,5 per cento per le imprese cinesi, con l’eccezione di Golden Step al 9,7, e 10 per cento per quelle vietnamite. Entrò in vigore il 7 ottobre. Sostituiva i dazi provvisori del 19,4 e del 16,8 per cento in vigore da aprile.
Bonino era ministra del Commercio internazionale da meno di cinque mesi. L’Italia fu tra i nove Paesi produttori che votarono a favore.
Qui sta il punto che vale la pena trattenere. Bonino rappresentava l’anima dichiaratamente liberista della coalizione. Il Partito Radicale si definiva liberale, liberista e libertario. Eppure negoziò e difese una misura protettiva, sostenendo che la liberalizzazione degli scambi e una tutela misurata contro la concorrenza sleale potevano convivere. Fu criticata per questo: i dazi, obiettarono alcuni, rischiavano di proteggere le inefficienze dei produttori europei più che di sanzionare un comportamento scorretto.
Nel gennaio 2008 la stessa impostazione tornò quando il commissario al Commercio Peter Mandelson congelò la riforma delle regole antidumping dopo le proteste di diversi Stati membri, Italia inclusa. Bonino definì giusta quella pausa.
Com’è finita: due imprese, un tribunale, sessanta milioni
La storia ha una coda che ogni direttore acquisti dovrebbe conoscere. Il 4 febbraio 2016 la Corte di giustizia dell’Unione europea si pronunciò sulle cause riunite C-659/13 e C-34/14, promosse dalla britannica C&J Clark International e dalla tedesca Puma SE.
Le due imprese avevano chiesto il rimborso dei dazi versati sulle importazioni, circa 60 milioni di euro la prima, 5,1 milioni la seconda. Se lo erano visti negare dalle rispettive amministrazioni doganali e avevano impugnato il regolamento.
La Corte dichiarò il regolamento parzialmente invalido. La motivazione riguardava la procedura: “Il Consiglio e la Commissione non hanno rispettato talune norme procedurali”. La Commissione reagì con una serie di regolamenti di esecuzione che reistituirono il dazio azienda per azienda, tra cui il regolamento 2016/1647.
Dieci anni dopo l’adozione, insomma, il dossier era ancora aperto. Le misure, previste inizialmente per due anni, furono prorogate dopo il riesame di scadenza e cessarono nel 2011.
La garanzia di due anni
Il secondo lascito è più silenzioso e molto più diffuso. Bonino entrò nella Commissione Santer nel 1995 con un portafoglio che teneva insieme pesca, aiuti umanitari e politica dei consumatori. Sotto la sua direzione, la DG XXIV avviò nel 1996 l’iter della direttiva 1999/44/CE su vendita e garanzie dei beni di consumo, approvata il 25 maggio 1999.
Il principio introdotto è quello che oggi ogni venditore italiano applica: risponde del difetto di conformità che si manifesta entro due anni dalla consegna.
L’Italia recepì la direttiva con il decreto legislativo 24 del 2002. La materia è poi passata alla direttiva europea 2019/771, recepita con il decreto legislativo 170 del 2021, che ha confermato i ventiquattro mesi. Per i beni usati il termine può essere ridotto, mai sotto i dodici mesi. Le regole nuove valgono per i contratti dal primo gennaio 2022.
Per un e-commerce o un retailer è una voce di costo strutturale: accantonamenti, gestione dei resi, rapporti con i fornitori lungo la catena.
Pesca e sicurezza alimentare: il conto per le filiere
Sullo stesso portafoglio ricadeva la pesca. Nel giugno 1998 il Consiglio approvò il regolamento 1239/98, che dal 2002 estese il divieto delle reti da posta derivanti a qualsiasi dimensione per specie come tonno e pesce spada. Per la flotta italiana fu un costo diretto: nel 2002 venne istituita una misura di riconversione da 5 milioni di euro per armatori ed equipaggi. Il rispetto del divieto restò parziale, tanto che l’Italia fu poi condannata dalla Corte di giustizia nella causa C-249/08.
Nel luglio 1997, dopo la crisi dell’encefalopatia spongiforme bovina, la Commissione riorganizzò la governance della sicurezza alimentare istituendo otto comitati scientifici coordinati da un comitato direttivo, con segreteria presso la DG guidata da Bonino. È l’architettura da cui sarebbe poi nata l’attuale autorità europea per la sicurezza alimentare.
Le infrazioni come indicatore di rischio regolatorio
Da ministra per le Politiche europee Bonino lasciò il dato più misurabile della sua stagione di governo. Le procedure d’infrazione aperte contro l’Italia erano 275 al 31 maggio 2006, di cui 206 per violazione del diritto comunitario e 69 per mancato recepimento di direttive. A dicembre 2007 erano 198, sotto la soglia dei duecento.
Non è un numero simbolico. Ogni infrazione aperta è incertezza normativa per chi investe in un settore regolato, e in alcuni casi si traduce in sanzioni a carico dello Stato. In quel periodo divenne operativo il comitato interministeriale per gli affari comunitari europei e fu realizzato l’archivio informatico nazionale delle procedure di infrazione.
L’ultimo capitolo: ICE e internazionalizzazione delle PMI
Da ministra degli Esteri, tra il 2013 e il 2014, Bonino firmò con altri ministri il decreto Destinazione Italia, che rifinanziò l’attività promozionale dell’ICE con 22 milioni di euro per il 2014. Presentando il piano distinse i due obiettivi che spesso vengono confusi: “attrarre investimenti non è la stessa cosa di aiutare l’export”. Alle grandi imprese chiese di portare le PMI nelle missioni all’estero.
È il filo che tiene insieme tutta la sua parte economica. Apertura dei mercati come regola, difesa commerciale come eccezione misurata, e regole comuni applicate sul serio.
Nel 2026, con i dazi tornati strumento ordinario della politica commerciale globale, quel dossier del 2006 resta il precedente italiano meglio documentato di cosa comporta usarli.


