La rivista Grazia ha recentemente pubblicato un pezzo dal titolo evocativo: «Dietro una grande donna c’è un uomo che la ostacola». Un concentrato di retorica vittimista spacciata per analisi sociale, un manifesto ideologico travestito da editoriale. Noi di Capitalist non ci stiamo. Non perché pensiamo che i problemi delle donne non esistano, ma perché crediamo che la verità meriti più rispetto di uno slogan. E i dati raccontano una storia molto diversa da quella che ci viene imposta.
Il mito della donna cancellata
L’articolo di Grazia parte da un presupposto granitico: le donne sono sistematicamente oscurate, il loro lavoro usurpato, il loro nome cancellato. Una narrazione potente, emotiva, perfetta per i social. Peccato che i numeri la smontino pezzo per pezzo.
Nei paesi occidentali, le donne superano gli uomini nelle iscrizioni e nelle lauree universitarie. In Italia, secondo i dati ISTAT, le laureate rappresentano circa il 57-58% del totale. Negli Stati Uniti il divario è ancora più marcato. Questo non è il profilo di un sistema che «cancella» le donne: è il profilo di un sistema che le favorisce nell’accesso all’istruzione superiore.
Sul lavoro domestico – cavallo di battaglia del femminismo contemporaneo – è vero che le donne ne svolgono di più. Ma il dato va contestualizzato: gli uomini lavorano mediamente più ore retribuite fuori casa. Sommando lavoro retribuito e non retribuito, gli studi OECD mostrano che il carico totale di ore lavorate è molto più simile tra i sessi di quanto la narrativa dominante voglia far credere.
L’idea che il lavoro domestico sia «non pagato» è filosoficamente fragile. In una coppia, le risorse vengono condivise. Chi guadagna il reddito lo condivide con chi gestisce la casa. Gary Becker, Premio Nobel per l’Economia, ha analizzato la famiglia come unità economica cooperativa, dove la specializzazione dei ruoli massimizza il benessere complessivo. Non è sfruttamento: è divisione razionale del lavoro.
Il Gender Pay Gap: la statistica più manipolata del secolo
Il dato grezzo del 16-20% di differenza salariale viene sventolato come prova di oppressione. Ma quando si controllano le variabili – ore lavorate, settore, anzianità, tipo di contratto, disponibilità a straordinari e trasferimenti – il gap si riduce drasticamente, spesso a cifre statisticamente irrilevanti.
Claudia Goldin, Premio Nobel per l’Economia 2023 e certamente non accusabile di simpatie maschiliste, ha dimostrato che il divario è legato principalmente alle scelte connesse alla genitorialità e alla flessibilità oraria, non a discriminazione salariale diretta. Il «paradosso scandinavo» conferma tutto: nei paesi con maggiore uguaglianza di genere – Norvegia, Svezia, Danimarca – le differenze nelle scelte professionali tra uomini e donne aumentano anziché diminuire. Più libertà c’è, più uomini e donne scelgono diversamente. Non è oppressione: sono preferenze.
Violenza domestica: i numeri che nessuno racconta
Qui entriamo nel territorio più tabù. La narrazione dominante vuole l’uomo carnefice e la donna vittima. Sempre. I dati raccontano altro.
Una meta-analisi di John Archer (2000), pubblicata su Psychological Bulletin e basata su 82 studi, ha rilevato che le donne commettono atti di aggressione fisica verso il partner con frequenza uguale o superiore agli uomini, sebbene gli uomini causino mediamente danni fisici più gravi. Il CDC americano, attraverso il National Intimate Partner and Sexual Violence Survey, ha riportato che circa il 40% delle vittime di violenza domestica grave sono uomini.
In Italia il fenomeno è drammaticamente sottostimato. Gli uomini non denunciano: la vergogna sociale, l’incredulità delle forze dell’ordine e l’assenza quasi totale di centri di accoglienza maschili creano un muro di silenzio impenetrabile. Non esistono numeri verdi per uomini maltrattati. Non esistono case-rifugio. Non esiste un dibattito pubblico.
Sulla violenza psicologica – manipolazione, isolamento, controllo, umiliazione – i dati sono ancora più equilibrati tra i sessi. Hines e Douglas (2010) documentano che gli uomini vittime di violenza psicologica da parte della partner soffrono tassi elevati di depressione, ansia e ideazione suicidaria, ma trovano zero risorse istituzionali.
Divorzi: il massacro silenzioso
Nei tribunali familiari, l’uguaglianza di genere è un concetto sconosciuto. In Italia, nell’80-90% dei casi l’affidamento prevalente dei figli va alla madre. Gli uomini pagano gli alimenti nella stragrande maggioranza dei casi. Dopo il divorzio, perdono la casa coniugale, una parte significativa del reddito e, spesso, il rapporto quotidiano con i propri figli.
Uno studio di Brinig e Allen (2000) ha dimostrato che circa il 70% dei divorzi è iniziato dalle donne, e che il principale predittore della decisione di divorziare non è la violenza né l’infedeltà, ma la probabilità di ottenere l’affidamento dei figli. Tradotto: il sistema incentiva le donne a divorziare perché sanno che il tribunale sarà dalla loro parte.
Il dato più agghiacciante è il tasso di suicidio maschile post-divorzio. Secondo Kposowa (2000), pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health, gli uomini divorziati hanno un tasso di suicidio da 8 a 10 volte superiore a quello delle donne divorziate. Otto volte. Perdono tutto – figli, casa, reddito, rete sociale – e nessuno ne parla.
L’uomo come trampolino usa e getta
La psicologia evoluzionistica (Buss, Schmitt) e l’economia comportamentale documentano un pattern ricorrente: l’uomo che investe nella crescita professionale e personale della partner – finanziando studi, sostenendo cambi di carriera, facendosi carico delle spese – si trova statisticamente più esposto al rischio di essere lasciato una volta che la donna ha raggiunto l’indipendenza economica.
L’ipergamia femminile – la tendenza documentata trasversalmente nelle culture a cercare partner di status uguale o superiore – spiega gran parte di questa dinamica. Quando l’uomo non «serve» più come provider, o quando la donna lo supera socioeconomicamente, il rischio di rottura aumenta significativamente. Non è cinismo: sono dati pubblicati su riviste peer-reviewed.
L’articolo di Grazia scrive che «dietro ogni grande donna c’è un uomo che la ostacola». I dati suggeriscono il contrario: dietro molte donne di successo c’è un uomo che le ha sostenute economicamente ed emotivamente, e che poi è stato scaricato.
Salute, morte, invisibilità: i numeri del privilegio maschile
Se gli uomini sono davvero i privilegiati della società, qualcuno dovrebbe spiegare questi numeri.
Gli uomini vivono in media 5-7 anni meno delle donne. Rappresentano circa il 95% delle morti sul lavoro. Costituiscono il 70-80% dei senzatetto in Europa, oltre l’80% negli Stati Uniti. Il suicidio maschile è 3-4 volte superiore a quello femminile in quasi tutti i paesi occidentali. In Italia, secondo l’ISTAT, si suicidano circa tre uomini per ogni donna.
Eppure la spesa pubblica per la salute maschile è una frazione di quella dedicata alla salute femminile. Non esiste un equivalente istituzionale che si occupi specificamente dei problemi maschili. Non c’è un Ministero, non c’è un dibattito, non c’è un hashtag virale. Gli uomini muoiono prima, muoiono di più, muoiono in silenzio. E la società guarda dall’altra parte.
Il patriarcato: la grande semplificazione
Il femminismo contemporaneo presenta la storia come un sistema costruito dagli uomini per gli uomini. Ma quegli uomini «privilegiati» erano quelli che morivano nelle miniere a 40 anni, nelle trincee a 20, nei cantieri a 50. Il «patriarcato» ha oppresso la stragrande maggioranza degli uomini esattamente come le donne, riservando i privilegi a un’élite minuscola e irraggiungibile.
Warren Farrell – ex membro del board di NOW, la principale organizzazione femminista americana, poi dissidente – lo ha scritto chiaramente ne Il mito del potere maschile: il «potere» non è mai stato un privilegio maschile generalizzato, ma un obbligo. Gli uomini erano obbligati a lavorare, combattere e morire in cambio del ruolo di provider. Non era dominio: era un contratto sociale in cui entrambi i sessi pagavano prezzi diversi. Leggere la storia come «uomini oppressori contro donne oppresse» è una semplificazione ideologica che ignora la classe sociale, la povertà e il sacrificio maschile.
A chi ci darà del maschilista
E ora, a tutti quelli che dopo aver letto fin qui stanno già digitando «maschilista» nei commenti, voglio lasciare un ultimo pensiero. Una frecciata, se volete. Ma soprattutto una domanda che dovrebbe far riflettere chiunque abbia ancora un briciolo di onestà intellettuale.
Chi è il vero sessista? Chi presenta dati, studi, numeri verificabili e chiede che si guardi la realtà per quella che è? Oppure chi divide il mondo in carnefici e vittime sulla base del sesso, chi riduce ogni relazione umana a una dinamica di potere tra oppressore maschio e oppressa femmina?
Il femminismo che attacca gli uomini in quanto uomini non è uguaglianza. È sessismo con un marchio migliore.
E allora vi lascio con la domanda che nessuno ha il coraggio di fare. Nel mondo reale – quello fatto di sacrifici, rinunce, silenzi e scelte dolorose – perché non potrebbe essere che dietro un grande uomo ci sia un uomo che ha rinunciato a se stesso per rendere grande qualcun altro? E perché non potrebbe essere che dietro una grande donna ci sia una donna che ha rinunciato a essere tale, che ha messo da parte la sua ambizione personale per sostenere un progetto più grande di lei?
La rinuncia, il sacrificio, il mettersi da parte non hanno genere. Sono atti umani. Universali. Li compiono uomini e donne ogni giorno, in silenzio, senza chiedere una medaglia e senza scrivere editoriali vittimisti.
Ma evidentemente riconoscere questo significherebbe ammettere che uomini e donne sono nella stessa barca. E per chi campa dividendo, questo è inaccettabile.
Dietro ogni slogan c’è una realtà che lo smentisce. Basta avere il coraggio di guardarla.
Immagine generata con IA.


