Perché la pressione fiscale sale anche se gli italiani pagano meno tasse

Famiglia italiana analizza documenti fiscali e buste paga in casa, tema pressione fiscale e redditi.
Fisco, lavoro e conti pubblici: cosa c’è davvero dietro i numeri che spiegano perché le tasse sembrano scendere, ma la pressione fiscale sale.

Negli ultimi quattro anni le famiglie italiane hanno visto alleggerirsi il peso delle imposte per oltre 33 miliardi di euro. Eppure, nel 2025, la pressione fiscale complessiva è tornata a salire, raggiungendo il 42,8 per cento.

Com’è possibile che le tasse diminuiscano per milioni di nuclei familiari, mentre il carico fiscale totale cresce? La risposta non è immediata, ma emerge chiaramente analizzando i dati, le scelte normative e i soggetti che hanno contribuito in modo decisivo all’aumento delle entrate dello Stato.

È una fotografia complessa dell’economia italiana, fatta di più occupazione, stipendi in crescita nominale, interventi mirati sulle imprese e un diverso modo di contabilizzare alcuni sgravi fiscali.

Meno tasse per le famiglie: i numeri reali

Secondo l’Ufficio studi della CGIA, le ultime quattro Leggi di Bilancio approvate dal governo guidato da Giorgia Meloni hanno introdotto una serie di misure che, nel loro complesso, hanno ridotto il peso delle imposte sulle famiglie italiane per 45,7 miliardi di euro.

Il beneficio effettivo, però, scende a 33,3 miliardi se si escludono le risorse già stanziate dai governi precedenti e le misure di natura temporanea.

Si tratta comunque di un alleggerimento significativo, ottenuto attraverso interventi mirati su più fronti:

  • l’innalzamento della soglia della flat tax per i lavoratori autonomi;
  • il taglio del cuneo fiscale tramite l’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef;
  • la riduzione dell’aliquota al 23 per cento per i redditi più bassi;
  • il taglio dell’aliquota del secondo scaglione al 33 per cento;
  • nuove detrazioni per i redditi medio-bassi.

Misure che, almeno sulla carta, hanno aumentato il reddito disponibile di milioni di famiglie, in particolare quelle con lavoratori dipendenti e autonomi a basso e medio reddito.

Perché la pressione fiscale è aumentata nonostante gli sgravi

Se le famiglie pagano meno tasse, perché la pressione fiscale complessiva è tornata a salire?

Secondo l’analisi della CGIA, il primo fattore è l’aumento dell’occupazione registrato negli ultimi anni. Più persone al lavoro significa più redditi tassati, più contributi previdenziali e, quindi, più entrate per lo Stato.

A questo si aggiunge un elemento spesso trascurato: il rinnovo di numerosi contratti collettivi nel biennio più recente. Gli aumenti salariali, pur non sempre sufficienti a compensare l’inflazione, hanno ampliato la base imponibile, facendo crescere il gettito fiscale e contributivo.

In altre parole, lo Stato ha incassato di più non perché ha aumentato le aliquote per tutti, ma perché il numero di contribuenti e il monte salari complessivo sono cresciuti.

Il peso delle scelte normative sulle imprese

Accanto alla dinamica occupazionale, un ruolo importante lo hanno avuto alcune scelte normative che hanno inciso in modo selettivo sul mondo delle imprese.

Negli ultimi anni sono state sospese o eliminate diverse agevolazioni fiscali, tra cui:

  • la deducibilità di alcune voci di costo, come le svalutazioni dei crediti;
  • le quote di avviamento;
  • l’abrogazione dell’Ace (Aiuto alla Crescita Economica).

Quest’ultima misura garantiva alle imprese uno sconto fiscale di circa 4 miliardi di euro all’anno. La sua cancellazione ha avuto un impatto diretto sulle entrate dello Stato.

Questi interventi hanno colpito esclusivamente le società di capitali – Srl e Spa – che in Italia sono circa 1,5 milioni, pari a poco più del 35 per cento del totale delle imprese nazionali.

Banche e assicurazioni: il contributo extra al gettito

Dal 2025, anche banche e assicurazioni sono chiamate a un contributo maggiore. Tra la revisione della disciplina sugli extraprofitti e l’inasprimento dell’Irap, questi due settori verseranno complessivamente 5,6 miliardi di euro in più all’erario.

Si tratta di un intervento che ha alimentato il dibattito politico ed economico, ma che ha inciso in modo concreto sull’aumento della pressione fiscale complessiva, compensando almeno in parte gli sgravi concessi a famiglie e lavoratori.

Il taglio del cuneo fiscale e l’effetto “contabile” sui conti pubblici

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il modo in cui è stato realizzato il taglio del cuneo fiscale sul lavoro dipendente.

L’intervento non si è limitato alla riduzione dell’Irpef, attraverso:

  • l’accorpamento dei primi due scaglioni;
  • l’introduzione di una detrazione aggiuntiva per i redditi tra 20mila e 40mila euro.

Una parte rilevante del beneficio è stata erogata sotto forma di “bonus” per i lavoratori dipendenti con redditi fino a 20mila euro.

Dal punto di vista delle famiglie, l’effetto è stato positivo: la busta paga è diventata più pesante.
Dal punto di vista dei conti pubblici, però, la differenza è sostanziale.

Su un taglio complessivo di quasi 18 miliardi di euro, circa 4,5 miliardi vengono contabilizzati come spesa pubblica aggiuntiva e non come minori entrate fiscali.

Il risultato è che una parte della riduzione delle tasse, pur aumentando il reddito dei lavoratori, non abbassa la pressione fiscale in senso stretto, perché compare nei conti dello Stato come uscita.

Redditi e inflazione: cosa dicono i dati

Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, che ha analizzato i dati del Dipartimento delle Finanze, il reddito dei lavoratori dipendenti è cresciuto più delle retribuzioni nominali.

Tra il 2019 e il 2023:

  • il reddito lordo e imponibile è aumentato del 16,8 per cento;
  • l’inflazione nello stesso periodo è stata pari al 17,2 per cento.

Un risultato ottenuto grazie alla riduzione del cuneo fiscale avviata dal governo guidato da Mario Draghi e poi resa strutturale dall’esecutivo Meloni.

In pratica, gli interventi fiscali hanno quasi compensato l’erosione del potere d’acquisto causata dall’aumento dei prezzi, attenuando gli effetti del cosiddetto fiscal drag e del mancato adeguamento pieno dei salari all’inflazione.

Chi ha pagato di più e chi ha beneficiato di più

Il quadro che emerge è chiaro:

  • le famiglie, soprattutto quelle con redditi bassi e medio-bassi, hanno beneficiato di un alleggerimento fiscale concreto;
  • i lavoratori dipendenti hanno visto crescere il reddito disponibile più delle retribuzioni;
  • le imprese di capitali, le banche e le assicurazioni hanno contribuito in misura maggiore al gettito;
  • l’aumento della pressione fiscale è stato trainato dalla crescita dell’occupazione e da scelte contabili e normative.

Non si tratta quindi di un aumento generalizzato delle tasse, ma di una redistribuzione del carico fiscale, accompagnata da un diverso modo di finanziare gli sgravi sul lavoro.

Lo sapevi che…

  • La pressione fiscale tende a salire automaticamente quando aumenta l’occupazione, anche senza nuove tasse.
  • I bonus in busta paga incidono meno sulla pressione fiscale rispetto ai tagli diretti delle aliquote.
  • Il fiscal drag colpisce soprattutto i redditi medio-bassi in periodi di alta inflazione.

FAQ – Le domande più cercate

La pressione fiscale è davvero aumentata per tutti?
No. È aumentata in media, ma molte famiglie pagano meno tasse rispetto a quattro anni fa.

Chi ha compensato il calo delle entrate dalle famiglie?
Soprattutto imprese di capitali, banche, assicurazioni e l’aumento del numero di occupati.

Il taglio del cuneo fiscale continuerà?
Al momento è strutturale, ma dipenderà dalle risorse disponibili nelle prossime Leggi di Bilancio.

I salari hanno recuperato l’inflazione?
Non completamente, ma il reddito disponibile ha tenuto meglio grazie agli interventi fiscali.

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