Mentre il governo tira un sospiro di sollievo per aver rinviato l’obbligo della polizza catastrofale al 2026, le imprese private italiane si preparano a un futuro di doppie spese.
Ogni anno, queste realtà versano già 21 miliardi di euro in imposte ambientali a Stato ed enti locali, ma dal prossimo anno dovranno aggiungere il costo di una polizza assicurativa per proteggersi da eventi estremi. A lanciare l’allarme è l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, che in un’analisi dettagliata denuncia una contraddizione: perché le aziende devono pagare due volte per la sicurezza ambientale?
Un rinvio last-minute: la polizza catastrofale slitta al 2026
Con un intervento dell’ultimo minuto, il governo ha posticipato al 1° gennaio 2026 l’obbligo per tutte le imprese private di stipulare una polizza contro i rischi catastrofali, come alluvioni e terremoti. La misura, introdotta con un regolamento attuativo pubblicato in Gazzetta Ufficiale a fine febbraio, nasce per ovviare ai “ritardi biblici” dei rimborsi statali, che spesso arrivano troppo tardi per salvare le aziende colpite. “Con l’intervento delle assicurazioni, gli aiuti dovrebbero arrivare nel giro di poche settimane, permettendo così alle aziende danneggiate di riprendere rapidamente le loro operazioni”, scrive la CGIA, riconoscendo il potenziale della novità. Ma il nodo resta: questo passo avanti non è stato accompagnato da un alleggerimento delle tasse ambientali, lasciando le imprese con un conto sempre più salato.
21 miliardi all’anno: chi paga il prezzo dell’ambiente
Nel 2022, le imprese italiane hanno sborsato 21 miliardi di euro in imposte ambientali, una cifra che nel 2023, sommata al contributo delle famiglie, ha portato il gettito totale a 54,2 miliardi. I settori più colpiti sono quelli energivori – come la fornitura di energia elettrica e gas – con 5,3 miliardi, seguiti dal manifatturiero con 5 miliardi e dai trasporti con 3 miliardi. “Il gettito ascrivibile a questi tre settori incide sull’importo totale per il 63,7 per cento”, precisa la CGIA, evidenziando come le attività produttive chiave siano anche le più penalizzate. Questi numeri posizionano l’Italia al secondo posto in Europa per gettito ambientale, dietro solo alla Germania con i suoi 71,4 miliardi, ma con un’incidenza sul PIL del 2,6%, ben sopra la media UE del 2%.
Un confronto con l’Europa: l’Italia tartassa di più?
Rispetto ai principali competitor europei, l’Italia spicca per il peso delle sue imposte ambientali. Se rapportiamo il gettito al PIL, scivoliamo all’ottavo posto con il 2,6%, ma restiamo sopra la Francia (1,8%), la Germania (1,7%) e la Spagna (1,6%). “Il dato risulta essere nettamente superiore a quello dei principali paesi europei”, nota la CGIA, suggerendo che il nostro sistema fiscale stia spremendo imprese e cittadini più di quanto facciano i vicini.
Soldi incassati, prevenzione dimenticata: dove finiscono i 21 miliardi?
Le imposte ambientali non hanno una destinazione vincolata, ma la CGIA lancia una proposta: “Una parte di questi soldi potrebbe essere utilizzata per la pulizia dell’alveo dei fiumi, per la manutenzione degli argini e delle rive, per la realizzazione dei bacini di laminazione e/o le casse di espansione”. Interventi che, se eseguiti con costanza, potrebbero mitigare eventi come le alluvioni che ciclicamente devastano il territorio. La realtà, però, è amara: “Queste opere non si fanno più da almeno qualche decennio, oppure vengono realizzate solo dopo che il disastro si è verificato”. Un paradosso che lascia le imprese a chiedersi perché paghino tanto per una protezione che non arriva mai in tempo.
Doppio onere in vista: tasse e polizze senza sconti
Con l’arrivo della polizza catastrofale, quindi, le imprese si troveranno a sostenere un costo aggiuntivo senza alcun sollievo fiscale. “Tra qualche mese le imprese si troveranno a pagare due volte la protezione ambientale: una con le imposte allo Stato centrale e agli enti locali; un’altra sottoscrivendo una polizza con le compagnie assicurative private”, denuncia la CGIA. Una situazione che rischia di diventare insostenibile, soprattutto per le piccole realtà già alle prese con margini ridotti. “Questa tesi è sicuramente condivisibile ma dovrebbe essere accompagnata da una corrispondente riduzione delle tasse ambientali, altrimenti le aziende saranno costrette a sostenere un doppio onere”, insiste l’associazione, mentre cresce il timore che le imposte locali, già in aumento negli ultimi 2-3 anni, possano salire ulteriormente.
Lo Stato si ritira, i privati avanzano: una scelta controversa
L’analisi della CGIA tocca un nervo scoperto: il progressivo disimpegno dello Stato. “Negli ultimi 25 anni abbiamo assistito a un ripiegamento dello Stato dal settore sociale e ora anche da quello della protezione ambientale, lasciando così sempre più spazio ai privati”, scrive l’Ufficio Studi. Una direzione che può essere legittima, ma che porta con sé un problema: “Se i privati stanno acquisendo sempre più quote di ‘mercato’, le tasse che paghiamo per garantire questi servizi devono essere ridotte; cosa che, purtroppo, fino ad ora non si è verificata”. Invece, “temiamo che le imposte ambientali siano destinate ad aumentare”, avverte la CGIA, puntando il dito sugli enti locali che alzano le aliquote per bilanciare i conti.
Un sistema da ripensare: prevenzione o reazione?
La polizza catastrofale promette tempi più rapidi per i rimborsi, ma non risolve il problema alla radice: la mancanza di prevenzione. Le imprese italiane, che contribuiscono con 21 miliardi annui, si aspettano che questi fondi servano a evitare i disastri, non solo a tamponarli. La CGIA lo dice chiaro: senza un reinvestimento mirato in infrastrutture – dagli argini ai bacini di laminazione – il doppio costo rischia di essere solo un ulteriore fardello. “È necessario riflettere su un altro aspetto”, conclude l’associazione: se lo Stato delega ai privati, deve alleggerire la pressione fiscale. Altrimenti, il 2026 sarà ricordato come l’anno in cui le aziende hanno pagato di più per avere di meno.


