“Dal Venezuela alla Groenlandia, il 2026 sarà l’anno del petrolio: le mire di Trump e l’illusione della svolta green”. È questo il titolo di un articolo di Ferruccio De Bortoli pubblicato qualche giorno fa sul Corriere della Sera. Un articolo a dir poco illuminante, perché l’autore focalizza l’attenzione su un paradosso che segnerà il 2026: mentre la transizione energetica continua a essere proclamata come necessaria e inevitabile, la politica globale torna a ruotare attorno al petrolio, come ai tempi delle grandi crisi degli anni Settanta.
Il valore strategico del petrolio
Il cosiddetto “oro nero” domina la scena geopolitica sempre più, nonostante nelle Cop si sia tentato più volte di sancirne il tramonto. Con una differenza decisiva rispetto al passato: oggi il prezzo del barile non esplode, anzi resta depresso. Il petrolio è centrale non per la scarsità, ma per il suo valore strategico.
Il caso venezuelano è emblematico. De Bortoli interpreta la deposizione di Nicolás Maduro come un’operazione che ha avuto soprattutto un obiettivo energetico. La lotta al narcotraffico, inizialmente evocata, è scivolata rapidamente in secondo piano.
Il Venezuela possiede, almeno sulla carta, le maggiori riserve petrolifere del mondo, persino superiori a quelle saudite, anche se resta il dubbio sull’attendibilità della riclassificazione dei giacimenti dell’Orinoco voluta da Hugo Chávez.
Il valore reale dell’oro nero: esclusivamente geopolitico
Ma è davvero un affare? Qui il punto di vista dell’autore si fa più scettico. Il petrolio venezuelano è pesante, ricco di zolfo, poco appetibile dal punto di vista industriale. Il suo valore è soprattutto geopolitico: sottrarlo, insieme al Paese, all’influenza di Cina e Russia. Eppure, come osserva Salvatore Carollo, ex Eni, le condizioni dell’industria petrolifera locale sono tali che “ci vorrà un decennio per raddoppiare la produzione”. Inoltre è “del tutto improbabile” che le compagnie americane vogliano impegnare investimenti enormi. “Anche perché — prosegue Carollo — tengono al profilo della loro sostenibilità, alla loro immagine. Non vogliono apparire come potenze coloniali scortate dai marines”. Più realistico pensare a un recupero dei crediti attraverso il greggio, “ma non di più”.
La contraddizione americana
De Bortoli sottolinea così una contraddizione americana: gli Stati Uniti, grazie allo shale oil, hanno già petrolio in abbondanza. Il vantaggio venezuelano sarebbe soprattutto quello di ridurre la dipendenza dal Canada, in un contesto in cui l’energia, soprattutto il gas liquefatto, ha prezzi molto più bassi oltreoceano che in Europa, “dove costa quattro volte che in America”.
Il cuore strategico dell’analisi emerge però quando l’autore lega la questione venezuelana alla guerra in Ucraina e alla fretta di Washington di chiuderla. “Mosca è riuscita — conclude Carollo — a creare un sistema alternativo, e per certi versi clandestino, di commercio del petrolio che prescinde totalmente dall’uso del dollaro e ne minaccia la centralità”. Da qui il sequestro di una petroliera russa e l’estensione della dottrina americana ben oltre il “cortile di casa”.
Le mire di Trump sulla Groenlandia
In questo quadro si inserisce anche l’attenzione di Trump per la Groenlandia. Il dibattito pubblico si concentra sugli aspetti militari e giuridici, sull’appartenenza del territorio alla Danimarca e quindi alla Nato. Ma De Bortoli invita a guardare oltre: la nuova centralità della Groenlandia è una conseguenza diretta, “amara e inquietante”, del riscaldamento climatico. Lo scioglimento dei ghiacci apre rotte e opportunità economiche che vengono accolte quasi con entusiasmo, come un nuovo Eldorado.
L’autore dell’articolo richiama l’esempio citato da Alessandro Giraudo (economista e saggista italiano specializzato in storia economica e materie prime): una nave cinese ha recentemente collegato Shanghai al Regno Unito in appena venti giorni, dimezzando i tempi. Un’impresa che richiama l’epoca delle grandi esplorazioni, Vasco da Gama e la scoperta di nuove rotte. Ma il parallelo è inquietante: “Non siamo alla fine del Quattrocento. Abbiamo riscoperto l’America, quella di Trump. In un altro modo. Spiacevole”.
La questione climatica rinviata
In merito ai dati climatici, osserva De Bortoli, sembrano essere rimossi con crescente ipocrisia.
Il ripensamento europeo sul Green Deal rafforza l’idea che il 2026 non sarà un anno politicamente favorevole alla transizione energetica. Eppure, sul piano dei fatti, i numeri raccontano una storia diversa. Il solare ha superato il carbone nella produzione elettrica, tanto da essere definito da Science “tecnologia dell’anno”.
Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, parla di una “rivoluzione silenziosa”: nel 2024 il 92,5% degli investimenti globali nella produzione elettrica ha riguardato le rinnovabili. In Italia, in un solo mese, è stato installato un gigawatt di nuova capacità pulita. “Il traguardo di decarbonizzazione previsto dal Pniec è raggiungibile”, nonostante le resistenze regionali.
Resta però il dato globale delle emissioni, cresciute nel 2024 dell’1,3%. Solo l’Europa, insieme al Giappone, mostra una riduzione. Da qui la domanda, ricorrente e polemica: vale la pena dello sforzo europeo, visto che l’Ue pesa solo per il 6% delle emissioni mondiali?
L’Europa e la sfida della transizione
Per De Bortoli, la risposta sta nelle parole dell’economista ambientale Andrea Sbandati, che ribalta l’impostazione del problema: “L’interrogativo è mal posto e fuorviante”. Il potere cinese, ricorda, “è anche e soprattutto nelle rinnovabili”, e l’Europa può giocare la sua partita industriale proprio intensificando la transizione. “La strada è quella. Sarà più lenta ma è quella. Non si torna indietro”. Le rinnovabili non sono sufficienti da sole, l’energia non è solo elettricità, ma rappresentano “l’unico modo con il quale possiamo essere, in futuro, un po’ indipendenti sul piano energetico”.
L’interrogativo politico e culturale
La riflessione che attraversa tutto l’articolo è questa: mentre la politica sembra inchiodata al petrolio e alle vecchie logiche di potenza, il mercato spinge già altrove. La domanda finale di De Bortoli resta aperta ed è la vera chiave del 2026: la transizione energetica sarà salvata dal mercato, nonostante governi e istituzioni? Un interrogativo che, più che energetico, è profondamente politico e culturale.
FAQ
Perché il petrolio è ancora centrale nel 2026?
Il petrolio resta centrale non tanto per la sua scarsità, quanto per il suo valore geopolitico. Controllare riserve, rotte e flussi energetici significa esercitare potere politico e strategico, soprattutto in un contesto di tensioni globali e conflitti aperti.
Che ruolo ha il Venezuela nella geopolitica energetica?
Il Venezuela possiede alcune delle maggiori riserve petrolifere al mondo. Tuttavia il suo petrolio, pesante e costoso da raffinare, ha un valore soprattutto geopolitico: sottrarre il Paese all’influenza di Cina e Russia è più importante dell’effettiva redditività industriale.
Perché gli Stati Uniti sono interessati al petrolio se ne hanno già molto?
Gli Stati Uniti sono autosufficienti grazie allo shale oil, ma puntano a ridurre la dipendenza da fornitori come il Canada e a rafforzare il controllo sulle catene energetiche globali, soprattutto in chiave anti-russa e anti-cinese.
Che c’entra la Groenlandia con il petrolio e l’energia?
Lo scioglimento dei ghiacci, conseguenza diretta del riscaldamento climatico, rende la Groenlandia strategica per nuove rotte commerciali e per l’accesso a risorse naturali. È uno dei paradossi della crisi climatica: apre opportunità economiche mentre ne rivela la gravità.
La transizione energetica è davvero in crisi?
Politicamente sì, soprattutto in Europa, dove il Green Deal è stato parzialmente ridimensionato. Ma dal punto di vista del mercato no: gli investimenti nelle rinnovabili crescono, il solare ha superato il carbone e la transizione continua “dal basso”.
L’Europa conta davvero nella lotta alle emissioni globali?
L’Unione Europea pesa solo per circa il 6% delle emissioni globali, ma può giocare un ruolo decisivo sul piano industriale e tecnologico. Rafforzare le rinnovabili significa aumentare l’indipendenza energetica e la competitività futura.
Il mercato può salvare la transizione energetica?
È la domanda chiave. I dati mostrano che il mercato sta già spingendo verso le rinnovabili, mentre la politica resta ancorata al petrolio. Il futuro della transizione dipenderà dalla capacità di colmare questo divario.


