Dalla lunga esperienza politica e amministrativa maturata a Palermo alla nomina a sottosegretario di Stato alla Cultura nell’aprile 2026, Giampiero Cannella arriva al Ministero della Cultura con un percorso che intreccia istituzioni, politica e cultura e con una conoscenza diretta di una delle città italiane più profondamente segnate dall’incontro tra tradizioni, popoli e linguaggi diversi.
In questa intervista a Capitalist, Cannella affronta alcuni dei temi che riguardano il presente e il futuro del settore culturale italiano. In una fase in cui il patrimonio culturale è chiamato a essere tutelato e, allo stesso tempo, a generare valore, attrattività e nuove opportunità, il ruolo del Ministero assume una dimensione sempre più strategica. Musei, cinema, patrimonio, industrie creative, grandi eventi e rapporto con le nuove generazioni sono alcuni dei terreni sui quali si misura la capacità dell’Italia di trasformare la propria straordinaria eredità culturale in una risorsa per il futuro.
La cultura viene spesso considerata una spesa pubblica, ma può essere anche un investimento. Qual è, secondo Lei, il modo più efficace per misurare il ritorno economico degli investimenti culturali?
La cultura non è una spesa improduttiva, ma un investimento strategico. Per misurarne il ritorno non possiamo limitarci al numero dei biglietti per un evento venduti o dei visitatori di un museo o una esposizione. Occorre valutare l’impatto complessivo prodotto sul territorio: l’occupazione diretta e indiretta, le imprese attivate, la crescita dei flussi turistici, l’aumento dei consumi, la capacità di attrarre investimenti e il miglioramento della qualità della vita. A questi indicatori economici vanno aggiunti quelli sociali, come la partecipazione dei cittadini, l’inclusione, la rigenerazione degli spazi e il contrasto allo spopolamento. Il vero rendimento di un investimento culturale si misura, dunque, nella ricchezza economica, sociale e civile che riesce a generare nel tempo.
L’Italia possiede un patrimonio culturale immenso, ma non sempre riesce a trasformarlo in ricchezza e occupazione. Dove si trova il principale ostacolo: nella gestione, negli investimenti o nelle capacità imprenditoriali?
Il problema non è la mancanza di patrimonio, ma la difficoltà di costruire intorno a esso una visione organica e duratura. Gestione, investimenti e capacità imprenditoriali sono aspetti strettamente collegati. In molti territori esistono beni di straordinario valore che rimangono isolati, poco accessibili o non adeguatamente inseriti in circuiti culturali e turistici. Serve una programmazione capace di unire tutela, valorizzazione, infrastrutture, trasporti, comunicazione e servizi. È inoltre necessario rafforzare il dialogo tra istituzioni, enti locali, imprese, associazioni e università. Il patrimonio produce sviluppo quando smette di essere considerato un bene statico e diventa il centro di un progetto territoriale.
Quanto può incidere concretamente la cultura sulla crescita economica, soprattutto nelle periferie e nei piccoli comuni, e quali strumenti servono per trasformarla in opportunità di lavoro?
La cultura può incidere in maniera decisiva, soprattutto nei luoghi in cui sono più deboli le occasioni di crescita. Lo affermo anche sulla base della mia esperienza di assessore alla Cultura e vicesindaco di Palermo, una città nella quale ho potuto constatare direttamente come gli investimenti culturali possano contribuire alla rigenerazione urbana, alla valorizzazione dei quartieri e alla creazione di nuove opportunità economiche e sociali.
Nelle periferie la cultura può riattivare spazi abbandonati, ricostruire relazioni sociali e offrire ai giovani occasioni formative e professionali. Nei piccoli comuni può sostenere il turismo, l’artigianato e le produzioni locali, contribuendo concretamente a contrastare lo spopolamento.
Perché ciò avvenga servono risorse stabili, progettualità di medio e lungo periodo, assistenza tecnica agli enti locali e incentivi alla nascita di imprese culturali e creative. Occorre favorire reti tra comuni, musei, biblioteche, teatri, scuole e operatori economici, evitando interventi isolati che terminano con la conclusione del finanziamento. L’obiettivo deve essere creare ecosistemi culturali capaci di durare nel tempo, produrre lavoro e attrarre nuove energie.
Il settore culturale genera valore anche per turismo, commercio, ristorazione e servizi. È arrivato il momento di considerare la cultura una filiera industriale per l’economia italiana?
Certamente sì, purché il concetto di industria culturale non venga interpretato come una subordinazione della cultura alle sole logiche di mercato. La cultura possiede un valore intrinseco, identitario e civile, ma rappresenta anche una filiera economica articolata, che comprende spettacolo, cinema, audiovisivo, editoria, musica, design, artigianato artistico, musei, archivi, biblioteche e nuove tecnologie.
Intorno a questa filiera si sviluppano turismo, ospitalità, ristorazione, mobilità, commercio e servizi digitali. Riconoscerne la dimensione industriale significa costruire politiche coordinate, sostenere l’innovazione, favorire l’internazionalizzazione e considerare le professioni culturali una componente essenziale dell’economia nazionale. L’Italia può competere nel mondo proprio facendo della sua identità culturale un fattore di qualità e di eccellenza.
Come si può incentivare l’investimento dei privati nella cultura?
È necessario creare condizioni semplici, trasparenti e convenienti. Gli strumenti fiscali sono importanti, ma devono essere accompagnati da procedure più rapide, regole certe e dalla possibilità di costruire partenariati pubblico-privati affidabili e duraturi. Il privato deve poter comprendere con chiarezza gli obiettivi, i tempi e l’impatto dell’investimento.
Bisogna inoltre diffondere una cultura della responsabilità sociale, facendo comprendere che sostenere un museo, un teatro, un festival o il recupero di un bene storico non significa soltanto ottenere un ritorno d’immagine, ma contribuire alla crescita della comunità e del territorio. Il pubblico deve mantenere la propria funzione di indirizzo e tutela, mentre il privato può apportare risorse, competenze, innovazione e capacità organizzativa.
Se dovesse indicare una sola politica economica capace di far crescere contemporaneamente cultura, occupazione e competitività, quale sceglierebbe?
Sceglierei un grande programma nazionale per le imprese culturali e creative, con particolare attenzione ai giovani e ai territori più fragili. Un programma che unisca credito agevolato, incentivi fiscali, formazione, innovazione digitale, accompagnamento alla progettazione e sostegno all’internazionalizzazione.
L’Italia dispone di un patrimonio e di competenze riconosciuti in tutto il mondo, ma deve trasformarli più efficacemente in produzione, servizi e lavoro. Investire nelle imprese culturali e creative significa generare occupazione qualificata, rafforzare l’identità dei territori e accrescere la competitività dell’intero sistema Paese. La nostra cultura non può essere delocalizzata: rappresenta un vantaggio competitivo unico, e in questo senso il ministero dei Beni Culturali negli ultimi anni ha fatto grandissimi passi avanti.
I giovani che lavorano nella cultura producono valore, ma spesso affrontano precarietà e redditi bassi. Come si può trasformare la crescita dell’economia culturale in un lavoro stabile e qualificato?
La crescita del settore culturale non può fondarsi sul lavoro sottopagato, sulla precarietà o sull’idea che la passione debba sostituire un’adeguata remunerazione. Le competenze culturali sono competenze professionali e devono essere riconosciute come tali. Servono contratti corretti, compensi dignitosi, maggiore continuità dei finanziamenti e criteri che premino i soggetti capaci di garantire occupazione stabile e qualificata.
È necessario inoltre avvicinare formazione e mercato del lavoro, investendo nelle competenze digitali, manageriali, tecniche e progettuali richieste dalla cultura contemporanea. Dobbiamo sostenere l’imprenditorialità giovanile e rendere più semplice l’accesso al credito e ai bandi. Se vogliamo che i nostri giovani restino in Italia e contribuiscano alla crescita del Paese, dobbiamo offrire loro non soltanto occasioni temporanee, ma autentiche prospettive professionali.


