Tra marzo e aprile 2026 l’Italia ha perso 1,6 miliardi di euro di esportazioni verso il Medio Oriente, un calo del 33% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A marzo la flessione è stata del 52,5%: la più pesante tra le principali economie dell’Unione europea. Nel frattempo, il prezzo medio del gas nei tre mesi di crisi è salito del 38,3% rispetto a febbraio e il costo industriale del gasolio risultava ancora, a inizio giugno, del 49,8% superiore alla media di febbraio. I dati sono di Confartigianato, che li ha elaborati mentre si attendeva la firma dell’accordo tra Stati Uniti e Iran.
Peggio della Germania, peggio della Francia
Il confronto europeo è il dato che pesa di più sul sistema produttivo italiano. La diminuzione media delle esportazioni verso il Medio Oriente registrata nei Paesi dell’Ue si ferma al -30%. L’Italia è nettamente al di sotto di quella soglia già nel dato bimestrale. A marzo il divario si allarga ulteriormente.
Confartigianato lo mette nero su bianco: il calo dell’export italiano “supera ampiamente le contrazioni della Germania (-23,2%) e della Francia (-14%)”. Non è una questione di esposizione geografica diversa: è che il made in Italy nei mercati del Golfo ha subito una caduta verticale che non ha equivalenti tra i principali competitor europei.
Il crollo nei Paesi del Golfo
L’area geografica più colpita è quella dei Paesi del Golfo, dove a marzo l’export italiano è crollato del 63% rispetto a marzo 2025. Confartigianato descrive le singole performance: Kuwait -89,6%, Qatar -66,1%, Emirati Arabi Uniti -65,9%, Arabia Saudita -35,5%.
Non si tratta di mercati marginali. I Paesi del Golfo sono tra i principali acquirenti di prodotti manifatturieri italiani di fascia alta: moda, arredamento, alimentare trasformato, meccanica. Una contrazione di questa dimensione, anche temporanea, lascia un segno nelle filiere che ci lavorano.
Ad aprile il calo ha rallentato ma non si è arrestato: le esportazioni italiane verso il Medio Oriente sono diminuite di un ulteriore 6,9% su base annua.
La seconda pressione: energia e materie prime
Se la perdita di mercati è il primo fronte, il secondo colpisce i costi di produzione. Confartigianato rileva che “il prezzo medio del gas nei tre mesi di crisi è stato superiore del 38,3% rispetto a febbraio, mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è più alto dell’11,6% rispetto alla fase precedente alla crisi. E a inizio giugno il costo industriale del gasolio risultava ancora del 49,8% superiore alla media di febbraio”.
A questo si aggiunge l’impennata dei prezzi di metalli e minerali. Confartigianato calcola che a maggio risultano “mediamente superiori del 39,3% rispetto a un anno fa”. I rincari più pesanti riguardano lo stagno (+67,5%), l’alluminio (+49,7%), il rame (+42,1%), lo zinco (+31,7%) e il nichel (+22,5%). Aumenti più contenuti si registrano per il minerale di ferro (+12%) e il piombo (+1,7%).
La valutazione di Confartigianato
Il presidente Marco Granelli sintetizza la situazione con una formula precisa. Le imprese si trovano di fronte a “un mix che rischia di rallentare la crescita e comprimere la competitività delle filiere manifatturiere nei prossimi mesi”. Da un lato “la perdita di sbocchi commerciali in un’area strategica per il Made in Italy”, dall’altro “l’aumento dei costi di produzione legato ai rincari”. È questa combinazione, non uno solo dei due elementi, a rendere il quadro più critico rispetto ad altri momenti di tensione geopolitica.
La “frenata delle vendite all’estero”, precisa Confartigianato, “si accompagna a un’altra criticità per il nostro sistema produttivo: l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime”. Due shock simultanei, su fronti opposti del conto economico di un’impresa manifatturiera.


