Francesca Biondo (Federpesca): “Il carburante ci costa il 60%”, la pesca italiana rischia di fermarsi

Francesca Biondo (Federpesca)
Intervista di Capitalist a Francesca Biondo (Federpesca): carburante fino al 60% dei costi, imprese ferme e richieste urgenti al Governo.

Intervistata da Capitalist.it, Francesca Biondo, direttrice generale di Federpesca, traccia un quadro netto della crisi che sta colpendo il settore della pesca italiana. Il nodo centrale è l’aumento del costo del carburante, che sta mettendo sotto pressione i bilanci delle imprese e spingendo alcune a fermare l’attività. Dal confronto emergono richieste precise al Governo, criticità strutturali irrisolte e una visione sul futuro tra sostenibilità, innovazione e concorrenza globale.

Dottoressa Biondo, qual è l’impatto concreto dell’aumento del prezzo del carburante sui bilanci delle imprese di pesca italiana?

Dobbiamo dire che il carburante pesa sui bilanci delle aziende per circa il 50-60% dei costi di produzione. È quindi una voce particolarmente rilevante che, in queste ultime settimane soprattutto, ha portato a un’inefficienza delle attività di pesca tale da spingere alcune imprese a sospendere l’attività.

Quali misure urgenti ritiene indispensabili da parte del Governo per sostenere il comparto in questa fase critica?

Abbiamo chiesto innanzitutto al Governo di attivare un credito d’imposta del 20% sul costo del carburante. Va detto che l’esecutivo è intervenuto rapidamente con un disegno di legge che prevede questa misura per i mesi di marzo, aprile e maggio.

Oggi siamo in attesa del decreto attuativo e del codice da parte dell’Agenzia delle Entrate per poter utilizzare concretamente questo strumento.

Restano però due criticità. La prima è che il credito d’imposta produrrà effetti tra qualche mese, mentre le imprese oggi hanno problemi immediati di liquidità. Per questo servono misure più rapide.

Tra le proposte avanzate: l’estensione del credito oltre maggio e l’introduzione di un ammortizzatore sociale dedicato, con una causale specifica del fondo di integrazione salariale, come avvenuto durante il Covid, per le imprese costrette a fermarsi a causa dei costi energetici.

Abbiamo presentato una richiesta unitaria al Governo, in particolare al Ministero del Lavoro, attualmente in fase di valutazione.

Inoltre, proporremo una moratoria per le microimprese: sospensione temporanea dei versamenti fiscali e contributivi e delle rate di mutui e finanziamenti per almeno sei mesi. Sono interventi necessari per affrontare la crisi di liquidità e sostenere i costi operativi.

Esistono strumenti alternativi per ridurre la dipendenza dal carburante?

Questo è il cuore del problema. Il carburante è sempre stato una voce centrale.

Ad oggi non esistono sistemi di propulsione alternativi realmente applicabili su larga scala, ma sarebbe importante sperimentare soluzioni come motori ibridi o elettrici.

Esistono però vincoli europei molto stringenti: il fondo europeo per la pesca consente di ammodernare imbarcazioni esistenti, ma non di costruirne di nuove più efficienti.

È come poter installare un motore elettrico su un’auto degli anni ’70, senza poter costruire un’auto nuova.

Barche più efficienti non significano più pesca, ma meno emissioni, maggiore sicurezza e migliore qualità del prodotto. La competizione dovrebbe basarsi sulla qualità, non sulla quantità.

Quanto pesa oggi la concorrenza internazionale?

Pesa moltissimo. Le imprese italiane operano nel Mediterraneo insieme a flotte di Paesi extra UE che non rispettano gli stessi standard ambientali, sociali e di sicurezza.

Questo crea una distorsione evidente della concorrenza.

Abbiamo chiesto misure di gestione condivise, maggiori controlli sulle importazioni e più trasparenza per i consumatori.

È paradossale che durante il fermo biologico italiano altre flotte continuino a pescare nelle stesse acque.

Anche quando la specie è la stessa, la qualità non lo è: le flotte italiane garantiscono standard elevati, sicurezza alimentare e una migliore catena del freddo.

Quali sono le priorità strategiche per il medio-lungo periodo?

La prima è il rinnovo della flotta: oggi l’età media delle imbarcazioni è di circa 45 anni, un limite evidente per la competitività.

Serve rivedere i vincoli europei che hanno incentivato più la demolizione che la costruzione.

La seconda è il ricambio generazionale. Il lavoro a bordo è poco attrattivo: duro, poco confortevole e difficile da conciliare con la vita familiare.

Investire in innovazione e digitalizzazione può rendere il settore più interessante per i giovani.

Va ricordato che il comparto funziona con il contratto “alla parte”, con una divisione degli utili al 50% tra armatore ed equipaggio. Ma con utili in calo, anche le retribuzioni diminuiscono.

Infine, resta il nodo dell’accesso al credito, ancora troppo difficile per le imprese della pesca.

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