Bertinotti sul lavoro: “Il sindacato è in difficoltà, ha messo in secondo piano il conflitto sociale”

Fausto Bertinotti
Fausto Bertinotti analizza su Capitalist la crisi della sinistra, Ponte sullo Stretto, sindacati, capitalismo di guerra e conflitti globali: “La ricostruzione non avviene dall’alto ma dal basso”.

Fausto Bertinotti è una figura centrale della sinistra italiana contemporanea. Nato a Pisa nel 1940, è stato sindacalista, dirigente politico e protagonista della rifondazione del comunismo in Italia dopo la fine del Partito Comunista Italiano.

Segretario di Rifondazione Comunista per molti anni, Bertinotti ha rappresentato una sinistra critica verso il neoliberismo e attenta ai diritti dei lavoratori e ai movimenti sociali. La sua azione politica è stata spesso oggetto di dibattito, per le scelte radicali e per il rapporto complesso con i governi di centrosinistra.

Dal 2006 al 2008 ha ricoperto la carica di Presidente della Camera dei deputati, una delle più alte istituzioni dello Stato. Fausto Bertinotti resta una figura simbolo della sinistra radicale italiana, legata alle trasformazioni politiche e sociali degli ultimi decenni.

Secondo lei, oggi, chi potrebbe essere un candidato credibile della sinistra capace di confrontarsi con Giorgia Meloni: Elly Schlein o Giuseppe Conte?

“Francamente sono totalmente disinteressato a questo ordine di problemi. Totalmente.

La sinistra ha davanti a sé un problema politico gigantesco, in Italia come in Europa: deve ricostruirsi. E la ricostruzione non avviene dall’alto, ma dal basso.

È come chiedere che tipo di tetto mettere su una casa quando non sono state ancora costruite le fondamenta. Semplicemente, non lo so. E oggi non è la domanda giusta”.

Il Ponte sullo Stretto e le priorità del Paese

Perché la sinistra è storicamente così scettica, se non contraria, alla realizzazione del Ponte sullo Stretto?

“Perché è un’opera insensata. E non è necessario essere di sinistra per dirlo.

Quando, da una parte e dall’altra dello Stretto, per percorrere poche centinaia di chilometri si impiegano ore, è evidente che le priorità sono altre.

Se abitassi a Messina, penserei a ben altro”.

Infrastrutture, strade, trasporti?

“Esattamente. Trasporti, struttura civile, servizi.

Ogni giorno il sistema dei trasporti è sottoposto a crisi continue. Ma il problema è culturale: abbiamo sviluppato un’idea monumentale delle infrastrutture, invece che una visione funzionale.

Ci si è concentrati su grandi opere simboliche, come l’alta velocità, trascurando ciò che riguarda la vita quotidiana: i pendolari, i collegamenti locali, la mobilità decentrata.

È lì che il Paese sta peggio”.

Quindi prima mettere in sicurezza l’esistente e poi, eventualmente, pensare al ponte?

“In ogni caso se ne discute da secoli. Questo, di per sé, dovrebbe far riflettere. Non mi pare una scelta intelligente oggi”.

Sindacati, lavoro e responsabilità politiche

Cosa risponde a chi accusa i sindacati di aver abbandonato industrie e lavoratori?

“Intanto industrie e lavoratori non sono la stessa cosa, anche se condividono gli stessi luoghi.

Le politiche industriali sono responsabilità dei governi, dei parlamenti e del sistema delle imprese. Se c’è stata una deindustrializzazione, le responsabilità vanno cercate lì, e da almeno venticinque anni.

Non sento una vera discussione sulle politiche industriali del Paese. Accusare il sindacato è un modo per fuggire dalle responsabilità di chi dovrebbe assumersi quelle scelte”.

E sul rapporto del sindacato con i lavoratori?

“Bisogna distinguere: ci sono sindacati che scioperano e sindacati che non scioperano. Non è un dettaglio.

Il sindacato vive una fase di grande difficoltà, ma la critica vera non è quella che si sente comunemente.

Il problema è che si è trasformato prevalentemente in un’istituzione, mettendo in secondo piano ciò che ne costituisce l’essenza: il conflitto sociale e la contrattazione.

Il sindacato nasce su questi due pilastri. Privilegiare la dimensione istituzionale lo ha indebolito, insieme alla divisione sindacale. Oggi, in alcuni casi, siamo persino di fronte a sindacati governativi“.

E le parole di chi minimizza gli scioperi?

“Sono orribili. Dire che uno sciopero serve per allungare il weekend significa disprezzare il lavoratore che perde una giornata di salario.

Il sindacato resta una delle poche realtà che meritano rispetto in questo Paese”.

Politica e polemiche

Le è stato chiesto di commentare alcune recenti polemiche politiche…

“Perché continuare a discutere di cose che non meritano attenzione?

Nel mondo c’è la guerra, c’è Gaza, c’è il rischio di un conflitto globale. E noi ci perdiamo in polemiche sterili.

Ho un’altra idea della politica”.

Comunismo: storia e attualità

Il comunismo nasce come risposta storica alle diseguaglianze e allo sfruttamento del lavoro. Ma oggi ha ancora senso parlarne come progetto politico?

“Il comunismo nasce per la rivoluzione. Per costruire una società diversa da quella capitalista e da quella fondata sul mercato.

Nasce per una società di libertà e uguaglianza, per una rivoluzione contro il capitale.

Certo, il comunismo novecentesco non è riproponibile. Ma come idea di liberazione dell’uomo da ogni forma di oppressione è oggi più attuale che mai.

Questo capitalismo, liberatosi del suo avversario storico, è diventato un capitalismo di guerra: delle diseguaglianze estreme e della concentrazione inaudita di potere e ricchezza.

Non a caso viene definito, da alcuni, tecno-feudalesimo. Un capitalismo contro la modernità”.

Gaza, Ucraina e il nuovo disordine globale

Come legge ciò che sta accadendo a Gaza e in Ucraina?

“Viviamo una regressione profonda: non contano più le organizzazioni sovranazionali, non contano più le regole.

Dalle ceneri della globalizzazione stanno nascendo nuovi imperi che violano ogni norma etica, giuridica e politica.

Gaza rappresenta la forma più tragica e disumana di questo processo. L’Ucraina una guerra dichiarata. I dazi una guerra economica.

Sono tutte manifestazioni di una stessa logica imperiale.

Paradossalmente, oggi la critica più lucida di questo mondo non viene dalla politica, ma dal Papa. Le sue parole sulla pace sono ineccepibili”.

Un messaggio di speranza

Presidente, un ultimo messaggio di speranza per gli italiani. È ancora possibile immaginare un futuro più sereno?

“Camus scrisse: L’uomo in rivolta.

In un mondo dominato dalla violenza e dal potere, bisogna tornare a dire: ‘Io non ci sto. Non in mio nome’.

Ciò che incoraggia è vedere nuove generazioni, date per perdute, riempire università, strade e piazze non per interesse materiale, ma per passione, per giustizia.

Potremmo chiamarla la generazione di Gaza.

Io credo che il bisogno di pace e di giustizia sia insopprimibile. Prima o poi riaffiora”.

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