Oggi, 12 agosto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che prolunga di 90 giorni la tregua tariffaria con la Cina, spostando la scadenza al 10 novembre 2025.
La decisione, annunciata tramite un messaggio sulla piattaforma Truth Social, evita un’impennata dei dazi americani sui prodotti cinesi dal 30% al 145% e delle tariffe cinesi sui beni americani dal 10% al 125%, scongiurando quella che molti analisti temevano potesse diventare una vera e propria “embargo commerciale”. “Ho appena firmato un ordine esecutivo che estenderà la sospensione dei dazi alla Cina per altri 90 giorni. Tutti gli altri elementi dell’accordo rimarranno invariati”, ha dichiarato Trump.
Il contesto della decisione
La tregua tariffaria, inizialmente concordata a maggio durante i colloqui di Ginevra, è il risultato di mesi di negoziati intensi tra Washington e Pechino. La scadenza originale era fissata per oggi, e senza un’estensione, le tariffe avrebbero raggiunto livelli proibitivi, minacciando le catene di approvvigionamento globali, specialmente in vista della stagione natalizia. La mossa di Trump arriva dopo una serie di incontri bilaterali, tra cui i recenti colloqui di Stoccolma del 28-29 luglio, descritti come “costruttivi” da entrambe le parti. Questi negoziati hanno coinvolto figure chiave come il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng, con l’obiettivo di ridurre le tensioni e trovare un accordo duraturo.
Dettagli dell’accordo
Secondo la Dichiarazione congiunta sull’incontro USA-Cina di Stoccolma, pubblicata dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, entrambe le nazioni si sono impegnate a mantenere le attuali tariffe a livelli ridotti. Gli Stati Uniti sospenderanno 24 punti percentuali dell’aliquota aggiuntiva ad valorem sui prodotti cinesi, inclusi quelli provenienti da Hong Kong e Macao, mantenendo una tariffa del 10%. La Cina, a sua volta, sospenderà 24 punti percentuali dell’aliquota sui prodotti americani, conservando un dazio del 10% e impegnandosi a rimuovere o sospendere alcune contromisure non tariffarie, come previsto dalla dichiarazione di Ginevra. Tuttavia, le tariffe esistenti, come il 20% legato alla crisi del fentanyl e altre misure settoriali, rimangono in vigore.

Le origini della tregua
La tregua tariffaria trae origine da una serie di negoziati iniziati a maggio 2025 a Ginevra, quando Stati Uniti e Cina hanno deciso di ridurre i dazi rispettivamente al 30% e al 10%, evitando tariffe triple che avrebbero paralizzato il commercio bilaterale. I colloqui successivi a Londra (9-10 giugno) e Stoccolma hanno consolidato questa intesa, con entrambe le parti che hanno mostrato una volontà di dialogo nonostante le tensioni. Durante le discussioni di Stoccolma, i negoziatori hanno affrontato questioni come l’accesso al mercato agricolo, la protezione della proprietà intellettuale e il controllo delle esportazioni, senza però raggiungere un accordo definitivo. Il segretario al Tesoro Bessent ha sottolineato che Trump conserva il “diritto di veto su qualsiasi accordo commerciale”, evidenziando l’approccio pragmatico ma cauto dell’amministrazione.
Impatto sul commercio globale
L’estensione della tregua rappresenta un sollievo immediato per le catene di approvvigionamento globali, particolarmente sotto pressione in vista della stagione delle festività. Senza questa proroga, l’aumento dei dazi avrebbe potuto causare una contrazione significativa delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti, già diminuite del 41% a febbraio 2025 a seguito dell’introduzione di una tariffa base del 10%. I dati mostrano un rimbalzo temporaneo a marzo, seguito da cali del 17% ad aprile e del 12% a maggio, evidenziando la volatilità del commercio bilaterale. Per le aziende, questa decisione offre maggiore prevedibilità per la pianificazione delle scorte natalizie, ma l’incertezza a medio termine persiste. La scadenza di novembre potrebbe riaccendere le tensioni se i negoziati non produrranno un accordo più stabile. Inoltre, la strategia “China+1” adottata da molte imprese, che prevede il trasferimento della produzione in paesi del Sud-est asiatico per aggirare i dazi, potrebbe subire un rallentamento, dato che gli Stati Uniti hanno introdotto tariffe anche su merci provenienti da queste regioni.


