Una montagna di liquidità: oltre 2.073 miliardi nei conti di famiglie e imprese

Liquidità famiglie e imprese italiane nel 2025
Nonostante consumi e investimenti restino fermi, la liquidità detenuta da famiglie e imprese italiane continua a crescere, superando quota 2.000 miliardi.

Nel luglio 2025, la liquidità complessiva detenuta da famiglie e imprese italiane ha raggiunto i 2.073,7 miliardi di euro. Un dato in crescita del 2,4% rispetto all’anno precedente, pari a 48,2 miliardi in più. Se si guarda a dicembre 2022, l’incremento è di 46,1 miliardi (+2,3%).

A fotografare questa situazione è un’analisi del Centro Studi di Unimpresa, basata su dati ufficiali della Banca d’Italia.

Questi numeri confermano una tendenza ormai strutturale: gli italiani continuano a mettere da parte più denaro di quanto ne spendano o investano, alimentando una riserva finanziaria sempre più ampia ma poco produttiva.

Conti correnti in calo, ma restano la forma di risparmio più usata

Il dettaglio delle forme di deposito rivela dinamiche interessanti:

  • Conti correnti: 1.363 miliardi di euro. Nonostante una flessione di 102 miliardi nell’ultimo anno (-6,9%), rappresentano ancora circa due terzi della liquidità totale.
  • Depositi vincolati: in netta crescita, a 240 miliardi di euro (+36% in un anno). Segno che si cerca un rendimento minimo, pur rinunciando alla liquidità immediata.
  • Depositi con preavviso: stabili, a 323 miliardi (+1,5%).
  • Pronti contro termine: in calo a 95 miliardi (-6%).
  • Altri depositi: in forte aumento, a 51 miliardi di euro.

Chi detiene questa liquidità? Famiglie, imprese e… Onlus

Anche sul fronte dei soggetti titolari, l’analisi offre spunti interessanti:

  • Famiglie: sono in cima alla classifica, con 1.142 miliardi di euro. Un aumento del 2,7% rispetto all’anno precedente.
  • Imprese: 419 miliardi, in crescita del 2,4%.
  • Imprese familiari: 88 miliardi (+3%).
  • Onlus: protagoniste di una vera impennata, passando da 34 a 88 miliardi in tre anni, con un incremento del 155%.
  • Fondi d’investimento: stabili a 285 miliardi.
  • Fondi pensione, enti previdenziali e assicurazioni: in moderata crescita.

La prudenza domina: si risparmia, ma si investe poco

Il quadro che emerge è chiaro: più risorse accantonate, meno investimenti produttivi.

Secondo il Centro Studi di Unimpresa, questo comportamento riflette un sentimento diffuso di prudenza. Le famiglie e le imprese preferiscono mantenere risorse “a portata di mano”, anche a costo di rinunciare a potenziali rendimenti.

A pesare sono diversi fattori:

  • L’incertezza sul futuro economico del Paese.
  • La pressione fiscale ancora alta su lavoro e imprese.
  • Un mercato del lavoro che, seppur in ripresa, non garantisce ancora sicurezza.
  • La bassa fiducia nella stabilità politica e nelle prospettive di crescita.

Il monito di Unimpresa: “Trasformare il risparmio in crescita”

Il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, lancia un appello al governo:

“Per il futuro del Paese resta decisiva la fiducia, ingrediente invisibile ma fondamentale per far ripartire consumi e investimenti. Alla vigilia della manovra di bilancio 2026 chiediamo al governo di ridurre la pressione fiscale su lavoro e imprese e di favorire la trasformazione del risparmio in crescita e occupazione. Solo così i 2.000 miliardi accumulati non resteranno un capitale sterile sui conti correnti.”

Un messaggio chiaro: il denaro fermo, se non reinvestito, rischia di diventare un freno per l’economia. Serve un contesto favorevole per far tornare a girare il motore dei consumi e degli investimenti.

L’Italia tra risparmio e stagnazione: quale direzione prendere?

Il paradosso è evidente: più risparmio non equivale a più benessere collettivo, se quel denaro non viene reimmesso nel circuito economico.

Un quadro in cui:

  • I consumi restano stagnanti.
  • Gli investimenti privati faticano a ripartire.
  • Le aziende, pur disponendo di risorse, esitano a scommettere sul futuro.

Le istituzioni e la politica economica devono interrogarsi su come riattivare il ciclo virtuoso del risparmio. Incentivi fiscali, semplificazioni burocratiche, investimenti pubblici mirati possono essere strumenti chiave.

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