L’Europa si trova a un bivio fondamentale. Di fronte a un contesto geopolitico sempre più instabile, segnato dall’aggressione russa in Ucraina e dalle crescenti minacce alla sicurezza continentale, sedici Paesi dell’Unione Europea hanno formalmente richiesto alla Commissione Europea di attivare la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità e Crescita.
Questa misura straordinaria consente di aumentare le spese per la difesa fino all’1,5% del PIL per i prossimi quattro anni, senza incorrere nelle sanzioni previste per il superamento dei limiti di bilancio.
I Paesi coinvolti sono Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria, una coalizione che rappresenta oltre la metà degli Stati membri dell’Ue.
Questa richiesta, annunciata ufficialmente oggi, 2 maggio, segna un passo significativo verso il rafforzamento delle capacità difensive dell’Europa, come previsto dal piano Readiness 2030, precedentemente noto come ReArm Europe.
La clausola di salvaguardia
La clausola di salvaguardia nazionale è una deroga temporanea alle rigide regole fiscali del Patto di Stabilità e Crescita, che normalmente impongono agli Stati membri di mantenere il deficit pubblico al di sotto del 3% del PIL e il debito pubblico sotto il 60%.
Attivando questa clausola, i Paesi possono finanziare investimenti straordinari in difesa senza che tali spese vengano conteggiate nel calcolo del deficit. La misura, limitata a un massimo dell’1,5% del PIL annuo e valida per un periodo di quattro anni, è stata progettata per rispondere a “circostanze eccezionali” che mettono sotto pressione i bilanci pubblici, come dichiarato dalla Commissione Europea: “La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la sua minaccia alla sicurezza europea costituiscono circostanze eccezionali, che esercitano una pressione significativa sulle finanze pubbliche degli Stati membri a causa dell’urgente necessità di rafforzare le loro capacità di difesa“.
L’obiettivo è fornire agli Stati membri uno spazio di bilancio aggiuntivo per potenziare l’industria militare, migliorare la prontezza operativa degli eserciti nazionali e garantire la sicurezza dell’Europa in un’epoca di crescenti tensioni globali. La Commissione Europea valuterà le richieste entro il pacchetto semestrale europeo della primavera 2025, con l’obiettivo di ottenere l’approvazione del Consiglio Ue entro luglio.
I protagonisti dell’iniziativa
La lista dei Paesi che hanno richiesto l’attivazione della clausola riflette una combinazione di motivazioni strategiche e geografiche. Germania e Polonia, in testa al gruppo, sono tra i principali promotori di un’Europa più forte dal punto di vista militare, spinte dalla vicinanza al conflitto ucraino e dalla necessità di rispondere alle minacce russe. Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Danimarca, Paesi che “sentono il nemico alle porte”, vedono nell’aumento della spesa militare una priorità inderogabile.
Sorprende, invece, la presenza di Grecia e Portogallo, che smentiscono l’idea di un disinteresse del Sud Europa per le questioni geopolitiche. La Grecia, che già destina oltre il 3% del PIL alla difesa, e il Portogallo dimostrano un impegno crescente verso la sicurezza collettiva. Anche Ungheria e Slovacchia, nonostante i loro governi siano percepiti come più vicini a Mosca, hanno aderito all’iniziativa, evidenziando la trasversalità dell’urgenza difensiva. Completano il gruppo Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Slovenia e Slovacchia, ciascuno con motivazioni legate alla propria posizione geopolitica e alle pressioni interne per modernizzare le forze armate.
Il Piano Readiness 2030
Al cuore di questa iniziativa c’è il piano Readiness 2030, che punta a mobilitare 650 miliardi di euro in investimenti per la difesa entro il 2030, a cui si aggiungono 150 miliardi di euro in prestiti garantiti dallo strumento Safe. Il piano, rinominato da ReArm Europe per enfatizzare la “prontezza” piuttosto che il riarmo, mira a potenziare la capacità produttiva dell’industria militare europea e a migliorare la preparazione operativa degli eserciti nazionali.
Il commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, ha sottolineato l’importanza di questa flessibilità fiscale: “Oggi l’Ue sta facendo un passo avanti decisivo nell’aumentare la spesa per la difesa e la prontezza. Già 12 Stati membri hanno richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, che fornirà un notevole spazio di bilancio aggiuntivo per investire nelle loro capacità di difesa e nell’industria“.
Con l’adesione di altri quattro Paesi, il numero è salito a 16, e la Commissione rimane aperta a ulteriori richieste, come confermato dalla portavoce Paula Pinho: “Non è ancora escluso che altri Paesi, come Italia e Spagna, possano unirsi agli altri che hanno fatto richiesta”.
Assenze notevoli: Italia, Francia e Spagna
Nonostante il successo dell’iniziativa, con oltre la metà dei 27 Stati membri coinvolti, l’assenza di grandi potenze come Italia, Francia e Spagna solleva interrogativi. L’Italia, secondo quanto emerso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, deciderà se richiedere la clausola dopo l’assemblea Nato di giugno 2025. La Spagna, per bocca del ministro delle Finanze Carlos Cuerpo, ha dichiarato che valuterà l’opzione “nei prossimi mesi”. La Francia, invece, ha espresso preoccupazioni sulla sostenibilità di un aumento del debito, con il ministro delle Finanze Eric Lombard che ha escluso, almeno per ora, l’attivazione della clausola.
Tra i Paesi “frugali”, i Paesi Bassi hanno annunciato che non attiveranno la clausola, mentre la Svezia potrebbe aumentare la spesa militare senza ricorrere a deroghe. Queste differenze riflettono le diverse priorità economiche e strategiche all’interno dell’Ue, ma non diminuiscono il significato dell’iniziativa, come sottolineato dal portavoce della Commissione Balazs Ujvari: “Possiamo già affermare che è confermato l’interesse da parte degli Stati membri, dal momento che più della metà dei 27 ne fa richiesta. Da questo punto di vista, è un successo”.
Implicazioni per l’Europa
L’attivazione della clausola di salvaguardia rappresenta una svolta per l’Europa, non solo in termini di sicurezza ma anche di politica fiscale. Da un lato, consente agli Stati membri di rispondere rapidamente alle minacce geopolitiche senza compromettere i bilanci nazionali. Dall’altro, la Commissione ha posto chiari limiti per evitare derive fiscali: le spese devono riguardare esclusivamente la categoria statistica “Difesa” (secondo la classificazione Cofog) e non possono superare l’1,5% del PIL annuo.
Questa misura si inserisce in un contesto più ampio di rafforzamento della politica di sicurezza e difesa comune dell’Ue, che include iniziative come la PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente) e lo Strumento Europeo per la Pace. Con un aumento del 31% della spesa militare europea dal 2021, l’Ue si conferma come il secondo attore globale per investimenti in difesa, con oltre 350 miliardi di dollari spesi nel 2019, seconda solo agli Stati Uniti.


