Trump attacca il Papa, mercati in rosso: lo scontro che tiene il petrolio sopra 100 dollari

Trump attacca Papa Leone XIV. I mercati non perdonano: WTI a 104 dollari, borse in rosso. Lo scontro che aumenta il rischio di un Hormuz bloccato a lungo.

C’è un filo diretto tra il post pubblicato da Donald Trump su Truth e l’andamento del WTI nelle ore successive. Non è un filo metaforico: è la meccanica con cui i mercati prezzano il rischio geopolitico.

In un lungo e durissimo post su Truth, mentre era ancora sull’Air Force One di ritorno dalla Florida, il presidente americano ha definito Leone XIV “debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera”.

Il risultato, sul piano dei mercati, lo si legge nei numeri di apertura: petrolio WTI +8,11% a 104,4 dollari al barile, FTSE MIB -1%, gas europeo +9% sul TTF di Amsterdam. Lo scontro tra la Casa Bianca e il Vaticano non è una querelle religiosa. È un segnale che la finestra negoziale sull’Iran si sta chiudendo e che Hormuz resterà paralizzato più a lungo di quanto i mercati sperassero.

L’attacco e la risposta: cosa è successo

Trump ha dichiarato ai giornalisti di “non essere un grande fan” di Leone XIV. “È una persona molto liberale ed è un uomo che non crede nella lotta alla criminalità”, ha detto. Per poi accusare il pontefice di “giocare con un Paese che vuole un’arma nucleare”.

Il post su Truth è andato oltre. Trump ha rivendicato il merito dell’elezione di Leone al soglio pontificio: “Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano; si riteneva, infatti, che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”.

Trump ha aggiunto: “Preferisco di gran lunga suo fratello Louis perché è totalmente MAGA. Lui ha capito tutto”, accusando Papa Leone di “ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare”.

Leone XIV ha risposto in volo verso Algeri, senza alzare il tono: “Non ho paura del presidente degli Stati Uniti, continuerò a esprimermi contro la guerra”. E, parlando con i giornalisti: “Non sono un politico, parlo del Vangelo secondo il quale bisogna costruire la pace. Smettiamola con le guerre”. Sul dialogo multilaterale tra le nazioni: “Troppe persone stanno soffrendo, troppi innocenti sono stati uccisi, e credo che qualcuno debba alzarsi per dire che c’è una via migliore”.

Il costo economico di un presidente screditato

Lo scontro con il Papa non è un incidente di percorso: è un amplificatore del rischio Hormuz. Trump stava già gestendo una crisi energetica ad alto costo politico (i prezzi globali del petrolio sono cresciuti del 50% da quando Stati Uniti e Israele hanno cominciato la guerra il 27 febbraio). Attaccare frontalmente il pontefice più seguito al mondo, nel momento in cui la sua credibilità diplomatica è già sotto pressione dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, produce un effetto netto: riduce la probabilità che un accordo con Teheran sia raggiunto in tempi brevi, e tiene il prezzo dell’energia strutturalmente alto.

L’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, si è detto “affranto per il fatto che il presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie sul Santo Padre”: “Papa Leone non è il suo rivale; né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”. Il segnale politico è rilevante: quando la base cattolica americana – non esattamente nemica di Trump – prende le distanze, il calcolo interno si complica. E un presidente con problemi interni non è nella posizione migliore per chiudere trattative esterne.

Padre Antonio Spadaro, sottosegretario al Dicastero vaticano della Cultura, ha commentato: “Quando il potere politico si accanisce contro una voce morale, è perché non riesce a contenerla. Trump non discute Leone: lo implora di rientrare in un linguaggio che possa dominare”. E ha concluso: “Se Leone fosse irrilevante, non meriterebbe una parola”.

Piazza Affari e i numeri della giornata

Il FTSE MIB cede l’1% circa a 47.165 punti. Salgono Eni (+1,7%), Leonardo (+1,1%), Saipem (+1,1%), Tenaris (+0,75%). In calo Brunello Cucinelli (-2,8%), Stellantis, Unicredit e Mediobanca (-2% circa). La struttura del listino racconta la storia meglio di qualsiasi commento: chi produce o estrae energia guadagna, chi vende a consumatori con reddito reale compresso perde. Il lusso, l’automotive, i bancari (tutti settori che soffrono in un ambiente inflazionistico prolungato) sono in rosso.

Sul fronte del gas europeo, i contratti sul mercato TTF di Amsterdam segnano un rialzo del 9% a 47,6 euro al megawattora. Sul mercato valutario, la ricerca di porti sicuri premia il dollaro: l’euro scivola a 1,1688 da 1,1731 venerdì in chiusura.

Lo scenario e i rischi residui

Il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf ha risposto al blocco navale con una provocazione economicamente precisa: i prezzi attuali di benzina e gas sono destinati a sembrare convenienti rispetto a quello che verrà. Non è retorica vuota. Karen Young, ricercatrice senior presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University, ha spiegato: “Se abbiamo un blocco navale, rimane il problema della carenza di circa 7 milioni di barili di greggio sul mercato, di cui 4 milioni di barili di prodotti raffinati che non riescono a essere esportati. Potrebbe passare molto tempo prima che i prezzi del petrolio scendano, anche dopo la fine della guerra”.

Trita Parsi, vice presidente del Quincy Institute for Responsible Statecraft, ha delineato lo scenario peggiore: il blocco di Hormuz potrebbe innescare la chiusura del Mar Rosso da parte degli Houthi, sottraendo al mercato un ulteriore 12% del flusso di petrolio. In quel caso, il prezzo arriverebbe intorno ai 200 dollari al barile.

Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha già preso posizione su X: “Roma è vicina a Papa Leone. Gli attacchi di Donald Trump al suo alto magistero spirituale e al suo impegno per la pace sono inaccettabili e feriscono sensibilità e coscienze”.

Una presa di distanza politica che, sul piano dei mercati, è un’ulteriore conferma dell’isolamento diplomatico di Washington in questa fase. Un paese isolato diplomaticamente negozia peggio. Un negoziatore che negozia peggio lascia Hormuz chiuso più a lungo con tutte le conseguenze del caso…

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