Il 2 aprile 2025, dalla cornice del Rose Garden della Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato quella che ha definito una “nuova dichiarazione di indipendenza economica”.
Con il pacchetto di dazi battezzato “Liberation Day”, gli Usa hanno imposto una tariffa base del 10% su tutte le importazioni straniere, accompagnata da tariffe “reciproche” più alte per oltre 50 paesi ritenuti “peggiori trasgressori” del commercio equo. Una mossa che scuote le fondamenta del sistema commerciale globale, scatenando reazioni immediate dai mercati e dai leader mondiali.
Un assalto al commercio globale: i numeri dei dazi
Il piano di Trump è tanto ambizioso quanto controverso. La tariffa minima del 10% si applica a ogni prodotto straniero che varca i confini statunitensi, ma per molti paesi le cose si fanno più complicate. La Cina si trova a fronteggiare un dazio del 34%, che si somma al preesistente 20%, portando il totale a un impressionante 54%. L’Unione Europea non se la cava meglio, con un 20% che colpisce settori chiave come automotive, farmaceutico e agroalimentare. Il Regno Unito, pur beneficiando di un trattamento più “morbido” con un 10%, non è immune dall’onda d’urto. E poi ci sono i picchi: il Vietnam affronta un 46%, Taiwan un 32%, mentre Cambogia e Laos raggiungono rispettivamente il 49% e il 48%.
Non si ferma qui. Trump ha confermato un ulteriore dazio del 25% su tutte le auto prodotte all’estero, entrato in vigore dalla mezzanotte del 3 aprile. “Il 2 aprile 2025 sarà ricordato per sempre come il giorno in cui l’industria americana è rinata,” ha dichiarato il presidente, brandendo un grafico con l’elenco dei paesi colpiti. “Per oltre 50 anni, il nostro paese è stato derubato, ma non succederà più”. Una retorica che piace alla sua base, ma che ha fatto crollare i mercati: le borse europee hanno chiuso in rosso, Wall Street ha tremato e l’oro ha toccato nuovi massimi.
L’Europa sotto pressione: la risposta di von der Leyen
L’Unione Europea è tra i principali bersagli di questa offensiva commerciale. Con esportazioni verso gli Usa pari a 502,3 miliardi di euro nel 2023 (dati della Commissione Europea), il blocco dei 27 rischia di vedere crollare settori vitali. La Germania, con i suoi 158 miliardi di euro di beni esportati, è in prima linea, mentre l’Italia teme per prodotti iconici come il Parmigiano Reggiano, i cui dazi salgono dal 15% al 35%. “L’incertezza si diffonderà a macchia d’olio e scatenerà un ulteriore protezionismo” ha ammonito la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. “Le conseguenze saranno terribili per milioni di persone in tutto il mondo, soprattutto per i più vulnerabili”.
Von der Leyen non si è limitata alle parole: ha promesso una “risposta robusta e calibrata”, lasciando la porta aperta al dialogo ma preparando contromisure. L’Ue ha già esperienza in materia: nel 2018, rispose ai dazi di Trump su acciaio e alluminio con tariffe su beni americani simbolici come bourbon e Harley-Davidson. Ora, con il 20% sulle importazioni europee, Bruxelles potrebbe colpire di nuovo, mirando a stati chiave per il Partito Repubblicano. Intanto, la premier italiana Giorgia Meloni ha annullato i suoi impegni per concentrarsi sulla crisi, segno di quanto la situazione sia percepita come urgente.
La Cina alza la voce: “Nessun vincitore in una guerra commerciale”
Pechino non ha perso tempo a reagire. Il Ministero del Commercio cinese ha definito i dazi “unilaterali” e ha esortato gli Usa ad “annullarli immediatamente”, avvertendo che “mettono a repentaglio lo sviluppo economico globale”. “Non ci sono vincitori in una guerra commerciale e non c’è via d’uscita per il protezionismo” ha dichiarato un portavoce, sottolineando i danni alle catene di fornitura internazionali. Con un dazio effettivo del 54%, la Cina potrebbe rispondere con ritorsioni mirate, come già fatto durante la prima presidenza Trump, quando colpì soia e altri prodotti agricoli americani, devastando gli agricoltori Usa.
Il Regno Unito e la Moldova: strategie di contenimento
Il Regno Unito, con un dazio del 10%, si considera fortunato rispetto ad altri. Il ministro del Commercio Jonathan Reynolds ha ribadito l’impegno a negoziare un accordo con Washington per “mitigare l’impatto”. Londra punta a sfruttare il rapporto speciale con gli Usa, ma il rischio di una crescita economica rallentata resta alto. La National Institute of Economic and Social Research stima che un 10% universale, con ritorsioni globali, potrebbe ridurre la crescita britannica dello 0,7% nel primo anno.
Più a est, la Moldova di Dorin Recean cerca di minimizzare i danni. Con un impatto stimato sul 2,5% del commercio estero, il premier ha promesso sostegno agli imprenditori e ha invitato i cittadini a “comprare locale”. Tre quarti delle esportazioni moldave sono già dirette verso l’Ue e altri partner, ma il colpo dei dazi Usa si farà sentire.
L’impatto sui consumatori: inflazione e recessione in agguato
Gli analisti di JPMorgan non usano mezzi termini: se i dazi resteranno, “l’economia statunitense e mondiale potrebbe entrare in recessione nel 2025”. Le tariffe aumenterebbero le tasse per gli americani di 660 miliardi di dollari l’anno, il più grande incremento fiscale recente, e farebbero salire l’inflazione del 2%. “L’impatto sarà sostanziale” scrivono, definendo il piano uno “shock macroeconomico”. I consumatori Usa pagheranno di più per farmaci, trasporti e beni di consumo, mentre in Europa l’aumento dei costi si rifletterà su prodotti come il Parmigiano Reggiano, che negli Usa potrebbe superare i 45 dollari al chilo.
Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, non nasconde la preoccupazione: “I dazi passano dal 15% al 35%. Non ci rende felici, ma il nostro è un prodotto premium. L’aumento del prezzo non riduce automaticamente i consumi”. Bertinelli insiste sulla necessità di negoziati: “Colpire un prodotto di nicchia come il nostro non protegge l’economia americana, danneggia solo i consumatori”.
Le imprese tedesche: “Un attacco senza precedenti”
La Federazione tedesca delle imprese (BDI) ha definito i dazi “un attacco senza precedenti al commercio globale”. Con la Germania che dipende fortemente dalle esportazioni verso gli Usa, la tariffa del 20% minaccia posti di lavoro e innovazione. “L’Ue deve agire come un fronte unito”, ha dichiarato la BDI, sostenendo la strategia di von der Leyen di negoziare ma prepararsi a rispondere. L’incertezza sta già spingendo le aziende a rivedere le catene di approvvigionamento, con possibili ripercussioni su scala globale.
Un futuro in bilico: tra protezionismo e dialogo
Il “Liberation Day” di Trump segna l’inizio di una nuova era di protezionismo, ma il suo successo è tutt’altro che garantito. Gli economisti avvertono che i dazi potrebbero rallentare la crescita globale dell’1% nei prossimi due anni, mentre l’inflazione rischia di sfuggire al controllo. Canada e Messico, esclusi dai nuovi dazi ma già sotto tariffe del 25% per questioni legate a fentanyl e migrazione, stanno preparando contromisure. L’Ungheria, per bocca di Peter Szijjarto, accusa Bruxelles di “incompetenza” per non aver negoziato prima.
Riuscirà Trump a “rendere l’America ricca di nuovo” o scatenerà una spirale di ritorsioni che danneggerà tutti? Per ora, il mondo trattiene il fiato, in attesa di vedere se il dialogo prevarrà sul conflitto commerciale.


