Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato l’introduzione di dazi al 25% su beni importati da diversi Paesi, con effetto dal 1° agosto 2025.
Durante un incontro con i giornalisti alla Casa Bianca, a margine di una cena con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, Trump ha sottolineato l’efficacia delle tariffe: “Abbiamo già incassato oltre 100 miliardi di dollari, ma non abbiamo ancora iniziato”. Le nuove misure colpiscono nazioni come Giappone, Corea del Sud, Bosnia Erzegovina e altri, con lettere ufficiali inviate ai governi interessati e pubblicate su Truth, la piattaforma social di Trump.
Flessibilità nei negoziati
Interpellato dai reporter, Trump ha definito le tariffe “definitive”, ma ha aperto a possibili trattative. “Direi ferme, ma non ferme al 100%”, ha precisato. “Se chiamano e dicono ‘Vorremmo fare qualcosa in modo diverso’…”. Le sue parole suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero rivedere le misure in caso di offerte vantaggiose. Questo approccio riflette la strategia di Trump di utilizzare i dazi come leva per ottenere concessioni commerciali, una tattica già adottata durante il suo primo mandato.
La reazione del Giappone
Il governo giapponese ha definito “estremamente deplorevole” la decisione di Washington. Il premier Shigeru Ishiba ha assicurato che Tokyo continuerà a negoziare con gli Stati Uniti per raggiungere un “accordo reciprocamente vantaggioso”. “Washington ha proposto di proseguire il confronto fino al 1° agosto”, ha dichiarato Ishiba. Grazie ai negoziati, il Giappone ha evitato tariffe più elevate, inizialmente ipotizzate tra il 30% e il 35%. La risposta di Tokyo evidenzia la volontà di mantenere relazioni stabili con il principale alleato, nonostante le tensioni commerciali.
La posizione della Cina
La Cina ha reagito con fermezza, ribadendo la propria determinazione a “difendere i propri diritti e interessi”. Durante il 17° vertice dei Brics, il premier Li Qiang ha incontrato la direttrice dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), Ngozi Okonjo-Iweala, dichiarando: “Pechino dispone di abbondanti risorse e mezzi per contrastare gli impatti esterni negativi”. Li ha annunciato “ulteriori misure di apertura volontaria e unilaterale” per promuovere uno sviluppo economico stabile, secondo l’agenzia Xinhua.
Le speranze del Bangladesh
Il Bangladesh, secondo produttore tessile al mondo, punta a un accordo con gli Stati Uniti per evitare l’aumento dei dazi. Il segretario del Ministero del Commercio, Mahbubur Rahman, ha dichiarato: “Speriamo di ottenere una riduzione perché il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti ci ha inviato un’altra bozza di accordo”. L’industria tessile rappresenta l’80% delle esportazioni del Paese, con un quinto della produzione destinato al mercato statunitense, dove marchi come Timberland, Vans e The North Face dominano. Un aumento delle tariffe potrebbe devastare l’economia bangladese, già vulnerabile.
Impatti su Samsung e la Corea del Sud
Il colosso sudcoreano Samsung Electronics ha stimato un calo del 56% dell’utile operativo nel secondo trimestre 2025, attribuendolo alle restrizioni Usa sulle esportazioni di componenti avanzati verso la Cina e ai nuovi dazi del 25% annunciati da Trump. In una nota all’autorità di regolamentazione sudcoreana, Samsung ha previsto un utile operativo di 4.600 miliardi di won (circa 2,9 miliardi di euro), inferiore del 23,4% rispetto alle attese di mercato, secondo l’agenzia Yonhap. Le nuove tariffe, che colpiscono anche la Corea del Sud, aggravano le sfide per l’industria tecnologica globale.
Effetti sull’industria italiana
In Italia, infine, il 32% delle imprese manifatturiere e il 12% di quelle dei servizi hanno segnalato impatti negativi legati ai dazi Usa. Un’indagine della Banca d’Italia, condotta tra il 19 maggio e il 12 giugno su aziende con almeno 50 addetti, evidenzia un miglioramento delle vendite interne nel secondo trimestre, ma le prospettive a breve termine risultano penalizzate dalle tariffe. Gli effetti si manifestano soprattutto indirettamente per i servizi (78% dei casi) e direttamente per la manifattura (54% degli ordini da aziende Usa). Le imprese di costruzione, invece, mantengono ottimismo grazie ai fondi del Pnrr, con il 60% che prevede benefici nel 2025.


