Trump ordina il blocco navale di Hormuz: cosa succede ora a petrolio, borse e portafogli?

Donald Trump
Trump ha ordinato il blocco navale di Hormuz. Le borse sono chiuse. Lunedì apriranno su un mercato che non esiste ancora. Cosa succede.

Le borse sono chiuse. Trump ha appena ordinato il blocco navale immediato dello Stretto di Hormuz. Tra venerdì sera e lunedì mattina, i mercati non possono fare nulla ma gli investitori sì. Il presidente americano ha annunciato su Truth il blocco “con effetto immediato” di tutte le navi da e per lo Stretto, ordinando alla Marina di individuare e intercettare ogni imbarcazione nelle acque internazionali che abbia versato un pedaggio all’Iran.

I futures non mentono mai: quando i mercati riaprono su una notizia di questa portata, la direzione è già scritta nel prezzo del petrolio.

Il fallimento dei negoziati mette l’amministrazione Trump di fronte a diverse opzioni poco allettanti: una lunga negoziazione con Teheran sul futuro del suo programma nucleare, oppure la ripresa di una guerra che ha già causato la più grande crisi energetica dei tempi moderni.

Per i mercati, la distinzione tra le due opzioni è secondaria: entrambe significano Hormuz bloccata più a lungo. E Hormuz bloccata più a lungo significa prezzi energetici elevati più a lungo.

Il punto di partenza: dove eravamo venerdì

Prima di ragionare su lunedì, conviene fissare le coordinate. Nelle sedute precedenti i principali indici europei avevano già accusato il colpo: Milano aveva chiuso in calo dello 0,47%, Parigi dello 0,9%, Francoforte dell’1%. Il Brent oscillava intorno ai 110 dollari al barile.

La tregua dell’8 aprile aveva dato un sollievo temporaneo. Il prezzo del petrolio era crollato sotto i 100 dollari, con i futures del Brent che avevano toccato i 91,70 dollari, mentre i titoli delle major petrolifere europee come BP, Shell, Eni e TotalEnergies avevano perso tra il 6% e il 9%. Un paradosso da manuale: la pace fa crollare le compagnie petrolifere. Ora la pace pare finita.

Tre scenari per lunedì mattina

ScenarioEffettoBrent attesoBorse europeeTitoli energia
Escalation militare IranRisposta armata Pasdaran+15/20%, >125$-3/-5%+8/+12%
Stallo diplomaticoNessuna risposta, tregua formalmente viva+5/8%, 115-120$-1/-2%+4/+6%
Riapertura negoziatiMediazione Pakistan/Cina-5/8%, <105$+1/+2%-3/-5%

Fonte elaborazione scenari: analisi BCA Research, Eurasia Group e Goldman Sachs già pubblicate prima dell’annuncio di oggi. I range sono indicativi e non costituiscono consulenza finanziaria.

Lo scenario base, nella notte tra domenica e lunedì, è il secondo. Ma il mercato non prezza scenari base quando la variabile si chiama Trump: prezza coda destra.

Chi guadagna e chi perde

La mappa dei vincitori e dei perdenti è la stessa di ogni shock energetico, ma con alcune specificità di questo conflitto.

Le compagnie petrolifere integrate – Eni, TotalEnergies, Shell – recupereranno parte di quanto perso dopo la tregua dell’8 aprile. Goldman Sachs aveva stimato che in uno scenario di normalizzazione il Brent potrebbe tornare verso i 70 dollari entro fine 2026. Quello scenario è ora posticipato di settimane, se non di mesi. I titoli energetici torneranno a salire.

Le compagnie aeree sono il lato opposto della stessa moneta. Il carburante per aerei rappresenta circa il 27% dei costi operativi dei vettori. Con le riserve di Jet A1 già in esaurimento negli aeroporti europei — ACI Europe ha avvertito che la carenza potrebbe diventare sistemica entro tre settimane — ogni ora di Hormuz bloccata è un costo diretto sui margini operativi di Ryanair, Lufthansa, ITA.

Le aziende manifatturiere europee ad alta intensità energetica subiscono il doppio effetto: costi di produzione più alti e domanda compressa dall’inflazione che ne deriva. S&P Global aveva già dimezzato le previsioni di crescita del PIL italiano per il 2026, da +0,8% a +0,4%. Il blocco navale di oggi peggiora quella proiezione.

Il nodo del 21 aprile

Il New York Times ricorda che la principale leva a disposizione di Trump resta la minaccia di una ripresa delle operazioni militari su larga scala, in vista della fine del cessate il fuoco fissata al 21 aprile. Nove giorni. In termini di mercato: due sedute complete questa settimana, poi la data spartiacque.

Nel Golfo Persico rimangono all’incirca 1.000 navi in varie condizioni di attesa, con oltre 800 unità tra petroliere e navi cargo bloccate direttamente attorno allo Stretto. In condizioni normali transitano circa 150 navi al giorno. Smaltire quella coda — anche nel caso di accordo immediato — richiederebbe settimane. I prezzi resteranno elevati strutturalmente, indipendentemente dall’esito diplomatico a breve termine.

La variabile Cina

Un elemento che i mercati occidentali tendono a sottovalutare è la posizione di Pechino. La Cina è il principale importatore del greggio che passa da Hormuz, con una quota del 37,7% delle forniture energetiche della regione. Un blocco navale americano che colpisce anche le petroliere cinesi – tecnicamente possibile se queste hanno pagato il pedaggio iraniano – porta il conflitto a un livello di complessità geopolitica completamente diverso. La reazione di Pechino nelle prossime ore è la seconda variabile da monitorare dopo i futures sul Brent.

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