La prosa dell’attacco di Trump al Papa rivela il limite di una leadership costruita sul conflitto

Mentre tutti si concentrano sull’attacco frontale di Trump al Papa, molti pochi si soffermano su come quest’inedita e vacua presa di posizione squalifichi il presidente americano nello scenario internazionale.

C’è una distinzione che la politica contemporanea fatica sistematicamente a fare, e che questa mattina è tornata a rendersi visibile con una chiarezza quasi didattica: quella tra gli attori che agiscono dentro il sistema internazionale e quelli che ne presidiano la grammatica morale. Gli Stati negoziano interessi, stringono alleanze, dichiarano guerre. La Santa Sede fa qualcosa di strutturalmente diverso: occupa lo spazio entro cui tutte queste operazioni vengono giudicate. È una funzione antica, e per questo spesso sottovalutata da chi misura il potere esclusivamente in numero di portaerei e percentuali di consenso elettorale.

L’attacco, e ciò che rivela (involontariamente)

Il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato su Truth parole di inusitata durezza contro Leone XIV, segnando quella che molti osservatori hanno già definito una spaccatura senza precedenti tra la Casa Bianca ed il Vaticano. Ha definito il Pontefice “debole sulla criminalità e pessimo in politica estera”, lo ha accusato di “giocare con un Paese che vuole un’arma nucleare”, e, nel passaggio più infimo e forse rivelatore, ha rivendicato il merito della sua elezione al Soglio di Pietro.

Quest’ultimo punto merita attenzione, perché contiene più informazioni di qualsiasi analisi geopolitica. Rivendicare di avere “fatto” un Papa non è soltanto un’inesattezza storica e teologica di proporzioni considerevoli: è la confessione di non avere compreso il ruolo del Pontefice. L’istituzione che Trump vorrebbe ricondurre alla propria orbita ha sopravvissuto, nei secoli, a imperatori che la pretendevano vassalla, a re che ne scismatizzavano la giurisdizione, a regimi totalitari che ne occupavano fisicamente la sede. La sua autorità non deriva da chi la riconosce, ma esattamente dalla sua irriducibilità a qualsiasi riconoscimento contingente.

Padre Antonio Spadaro, gesuita, lo ha formulato con una precisione che vale come chiosa definitiva: “Quando il potere politico si accanisce contro una voce morale, è perché non riesce a contenerla. Se Leone fosse irrilevante, non meriterebbe una parola”.

Cosa aveva detto il Papa, e perché ha fatto così paura

L’attacco di Trump non è arrivato nel vuoto. È arrivato all’indomani di un evento che, nell’etichetta vaticana, aveva il peso di un atto programmatico.

L’11 aprile, nella Basilica di San Pietro gremita di fedeli, con migliaia di persone rimaste fuori ad ascoltare dai maxischermi, Leone XIV ha presieduto una veglia mondiale per la pace. Il Pontefice ha denunciato le “inderogabili responsabilità dei governanti” e quel “delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”, precisando che viene trascinato “persino nei discorsi di morte il Nome santo di Dio”. Ha aggiunto: “Alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo”.

Non è retorica d’occasione. È un atto magisteriale che inscrive la questione della guerra in una cornice teologica e antropologica precisa, rivolgendosi esplicitamente ai governanti: “Fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!”

Quando il giorno successivo il Presidente degli Stati Uniti risponde con un post su un social network, la sproporzione non è semplicemente di tono. È tra due ordini del discorso che appartengono a universi incommensurabili.

Il Vaticano come snodo diplomatico reale: i fatti della settimana

Chi cercasse prove concrete del peso diplomatico della Santa Sede in questo momento non avrebbe che da guardare al calendario degli ultimi giorni.

Il 10 aprile, Leone XIV ha ricevuto in udienza il presidente francese Emmanuel Macron per quasi un’ora nel Palazzo Apostolico, una durata superiore alla norma, per chi mastica la prassi vaticana, per questo genere di incontri. Al centro del colloquio: la crisi iraniana e i suoi riflessi in Medio Oriente, la situazione in Libano, l’Ucraina, le prospettive di cessate il fuoco. Non una visita di cortesia. Un incontro che avviene in un momento in cui sia il Papa sia il presidente francese hanno mostrato distanza rispetto a una retorica internazionale basata sull’escalation militare. Macron, al termine, ha scritto di condividere con il Pontefice “la stessa convinzione: di fronte alle fratture del mondo, l’azione per la pace è un dovere e un’esigenza”.

Stamattina, mentre i post di Trump circolavano, Leone XIV era già in volo verso Algeri. Ai giornalisti a bordo che gli riferivano dell’attacco, ha risposto con misura: “Non ho paura dell’amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo. Non sono un politico. Non ho intenzione di fare un dibattito con lui.”

La scelta dell’Algeria non è accessoria. È la prima visita di un Pontefice in quel Paese a maggioranza islamica, e si inserisce in una linea diplomatica e teologica che la Santa Sede costruisce da sessant’anni: dal riconoscimento dell’islam come tradizione che “adora Dio unico” nella Nostra Aetate del 1965, fino al Documento sulla Fratellanza Umana firmato da Francesco ad Abu Dhabi nel 2019. Il calendario del Papa parla da solo, anche quando non trova spazio nei trending topic.

Una voce che resiste perché non appartiene alla logica del potere

L’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, quindi portavoce della base cattolica americana, non tradizionalmente ostile all’elettorato MAGA, ha definito “offensive” le parole del presidente: “Papa Leone non è il suo rivale, né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime.” Quando la distanza si manifesta da dentro, il calcolo politico si complica.

Di simile avviso la Conferenza Episcopale Italiana, che ha ricordato, con tono fermo, che “il Papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace”.

In conclusione, ciò che emerge da questa vicenda non è solo la misura di un isolamento diplomatico crescente. Emerge qualcosa di più strutturale: la difficoltà del potere politico nella sua versione più assertiva di gestire un’autorità che non obbedisce alla sua logica, non teme le sue sanzioni e dispone di una platea di fedeli che nessuna campagna elettorale potrà mai comprare né disciplinare.

Leone XIV lo ha detto con quella chiarezza che non ammette replica: “Non saranno le azioni militari a creare spazi di libertà o tempi di pace” ed è in questi stessi termini, di disarmante semplicità, che si muove verso una pace autentica, ulteriore anche alla non belligeranza.

Condividi il post:

Sei su Whatsapp? Ti piacciono le nostre notizie? Segui il canale di Capitalist!

Sei su Telegram? Ti piacciono le nostre notizie? Segui il canale di Capitalist!

Leggi anche