Lo Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo di appena 33 chilometri nel punto più stretto tra l’Iran e l’Oman, è al centro delle tensioni geopolitiche globali. Attraverso le sue acque transita circa il 30% del petrolio mondiale, pari a 22 milioni di barili al giorno, e il 20% del gas naturale liquefatto (GNL), secondo i dati della U.S. Energy Information Administration.
Dopo l’escalation militare tra Israele, Stati Uniti e Iran, il Parlamento iraniano ha approvato il 22 giugno una mozione per chiudere lo Stretto, anche se la decisione finale spetta al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale di Teheran.
La minaccia di chiusura
La proposta di chiusura dello Stretto è emersa come risposta agli attacchi militari contro l’Iran, che hanno incluso raid israeliani e un’azione statunitense su siti nucleari. Il generale dei Guardiani della Rivoluzione Esmail Kowsari, membro della commissione Sicurezza Nazionale, ha dichiarato: “Il Parlamento è arrivato alla conclusione che lo Stretto di Hormuz debba essere chiuso, ma la decisione finale spetta al Consiglio supremo di sicurezza nazionale”. Tuttavia, il vicepresidente statunitense JD Vance ha definito questa ipotesi “suicida” per l’Iran, sottolineando che danneggerebbe innanzitutto le esportazioni petrolifere di Teheran, dirette principalmente verso la Cina.
Impatto sui prezzi del petrolio
Un blocco dello Stretto di Hormuz potrebbe spingere il prezzo del petrolio a livelli mai visti. Secondo Oxford Economics, il costo del barile potrebbe raggiungere i 130 dollari, mentre stime più pessimistiche arlano di un possibile picco a 200 dollari in caso di chiusura totale. La presidente della BCE, Christine Lagarde, ha avvertito che un’interruzione delle forniture energetiche attraverso Hormuz potrebbe generare “uno choc con intensità e durata tale da innescare effetti secondari” sull’inflazione globale.
Attualmente, i mercati non mostrano panico. Il Financial Times riporta che i dati di tracciamento navale non indicano rallentamenti significativi nel traffico marittimo, con circa 21 milioni di barili di petrolio che continuano a transitare giornalmente. Tuttavia, la situazione rimane volatile, e un’escalation potrebbe cambiare rapidamente lo scenario.
Gas naturale liquefatto: altro punto di pressione
Non solo petrolio: lo Stretto di Hormuz è vitale anche per il commercio di GNL, con il 20% delle spedizioni mondiali, pari a 123 milioni di tonnellate annue, che attraversano questo passaggio. Il Qatar, secondo esportatore globale di GNL, dipende quasi interamente da Hormuz per le sue forniture verso Europa, Asia e Cina. Un blocco potrebbe intensificare la competizione tra regioni per le risorse energetiche, con l’Europa particolarmente vulnerabile in vista dell’inverno 2025-2026, come sottolinea Morgan Stanley. L’Iran ha già ridotto la produzione nel giacimento di South Pars, colpito da attacchi israeliani, alimentando ulteriori preoccupazioni.
La posizione della Cina
La Cina, che importa circa 1,5 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, ha un interesse diretto nel mantenere aperto lo Stretto. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha dichiarato: “Il Golfo Persico e le acque circostanti costituiscono un’importante via di transito per il commercio internazionale di beni e risorse energetiche. Salvaguardare la sicurezza e la stabilità della regione è nell’interesse comune della comunità internazionale”. Pechino ha invitato tutte le parti a promuovere una de-escalation per evitare impatti negativi sull’economia globale. Un blocco di Hormuz costringerebbe la Cina a diversificare le forniture, aumentando gli acquisti da Russia, Angola e Brasile, a prezzi più elevati.
Rotte marittime e traffico container
Oltre all’energia, lo Stretto di Hormuz è una rotta fondamentale per il traffico container, collegando porti strategici come Dubai e Abu Dhabi, che movimentano oltre 26 milioni di TEU (unità equivalenti a container da 20 piedi) all’anno. Secondo il centro studi SRM, il 27% del traffico marittimo mondiale di petrolio, pari a 880 milioni di tonnellate, passa da qui. Un blocco avrebbe ripercussioni anche sul commercio di merci, già sotto pressione per gli attacchi Houthi nel Canale di Suez. Le compagnie di navigazione, come Maersk, stanno monitorando la situazione, mentre il Lloyd’s Market Association ha elevato il livello di rischio per l’intera area del Golfo, con un aumento del 60% delle tariffe assicurative per le navi in transito.
Effetti sul porto di Trieste
In Italia, il porto di Trieste potrebbe subire impatti limitati nel breve periodo. Alessandro De Pol, direttore generale dell’Agenzia Marittima Triestina, ha paragonato un eventuale blocco di Hormuz alla crisi del Canale di Suez, sottolineando che solo il 10% del greggio che arriva al terminal petrolifero Siot-Tal di Trieste proviene dal Golfo Persico. Il petrolio destinato al capoluogo giuliano arriva principalmente da Egitto, Mar Nero, Nord Europa e Stati Uniti, rotte considerate sicure. Tuttavia, nel lungo termine, la ricerca di fornitori alternativi potrebbe portare a un aumento del prezzo del petrolio, con effetti a cascata sull’economia italiana.
Alternative limitate
Non esistono rotte marittime alternative praticabili per aggirare lo Stretto di Hormuz. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti hanno investito in oleodotti terrestri, come la Petroline saudita (capacità di 4,8 milioni di barili al giorno) e l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (1,5 milioni di barili al giorno), ma queste infrastrutture coprono solo una frazione dei volumi trasportati via mare. Paesi come Iraq, Kuwait e Qatar rimangono fortemente dipendenti dal passaggio marittimo, aumentando la vulnerabilità del sistema energetico globale.
Un equilibrio precario
Nonostante le minacce, molti analisti ritengono improbabile una chiusura totale dello Stretto. L’Iran stesso dipende da Hormuz per esportare il 90% del suo petrolio verso la Cina, e un blocco indiscriminato danneggerebbe anche alleati come Russia e India. Inoltre, un’azione militare per chiudere lo Stretto rischierebbe di provocare un’escalation con gli Stati Uniti, che mantengono una presenza navale significativa nella regione. Tuttavia, la situazione rimane incerta, e ogni passo falso potrebbe innescare una crisi economica globale.


