Il dibattito su un possibile ritorno della stagflazione – quel mix tossico di alta inflazione e crescita economica debole – sta guadagnando terreno, con gli occhi puntati sugli Stati Uniti. Non si tratta di eventi casuali, ma di scelte deliberate dell’amministrazione Trump che hanno creato le premesse per questa “tempesta perfetta”. Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, lo spiega nella sua newsletter su Substack, della quale parla un articolo sul Fatto Quotidiano.
L’economista non può fare a meno di notare “scomode analogie con il 1973”. Il rischio resta sottotraccia, ma segnali come l’occupazione ferma e i prezzi in rialzo lo rendono concreto, soprattutto con l’escalation in Medio Oriente che ha colpito le forniture di petrolio.
Cosa pensa Krugman e cosa ha detto Powell
Krugman evidenzia come lo choc petrolifero dagli attacchi all’Iran si sia sovrapposto a un’economia già fragile: un “sentore di stagflazione” era già nell’aria, reso “chiaramente percepibile” dal conflitto.
Jerome Powell, presidente della Fed, dopo la decisione di mantenere invariati i tassi dal Federal Open Market Committee, ha minimizzato: “Molto difficile, ma niente a che fare con gli anni Settanta. E io riservo la parola stagflazione a quel periodo”.
Ma Krugman ribatte che è questione di tempo: “Se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi per mesi anziché per settimane, si tratterebbe di uno choc per le forniture petrolifere mondiali sostanzialmente peggiore di quelli del 1973 o del 1979. E, pur non essendo un esperto di strategia, non vedo come quello stretto possa riaprire a breve”.
Cosa accadde nel 1973
La similitudine con gli anni ’70 spaventa per motivi storici precisi. Durante la Guerra del Kippur del 1973, Egitto e Siria attaccarono Israele, e i paesi OPEC reagirono con un embargo petrolifero contro USA e alleati, quadruplicando il prezzo del greggio. Questo esplose un’inflazione già in corso, alimentata da politiche fiscali espansive e indicizzazione dei salari.
In Italia i prezzi schizzarono al +19% nel 1974, portando all’austerity del governo Rumor: blocco delle auto la domenica, luci spente presto, chiusura anticipata dei locali. Negli USA, il limite di velocità scese a 55 miglia orarie (circa 90 km/h) per risparmiare carburante.
Le cause attribuite a Trump
Krugman lega il quadro attuale alle politiche di Trump: dazi che gonfiano i prezzi per i consumatori, restrizioni all’immigrazione che riducono l’offerta di manodopera senza creare più posti per gli americani. Risultato? Disoccupazione artificialmente bassa, ma con “maggiori pressioni inflazionistiche e effetti negativi di lungo periodo”. L’economia USA era già “preoccupante, con accenni di stagflazione, anche prima che questa guerra portasse al blocco di Hormuz”. La crisi energetica nel Golfo Persico, “autoprodotta” dalle scelte del tycoon, aggrava tutto: “Se la situazione dovesse peggiorare, come sembra fin troppo probabile visto il caos nel Golfo Persico”, si chiede Krugman, “possiamo fidarci che i funzionari di Trump reagiscano in modo intelligente ed efficace? Ho fatto una battuta”.
La lezione degli anni ’70
Uscire dalla stagflazione richiese anni: negli USA, alti tassi di interesse causarono recessione con disoccupazione oltre il 10%; in Italia, il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia e il ridimensionamento della scala mobile. Oggi, con l’inflazione USA che inverte la discesa verso il 2% e il mercato del lavoro in stallo – non solo per i tagli pubblici – il “boomerang” di Trump rischia di colpire duramente prima delle midterm. Reminiscenze con “un’aria di famiglia”, dice Krugman, esaminando i dati: se Hormuz resta chiuso, la Casa Bianca affronterà una sfida epica per banche centrali e governi.


