Intelligenza artificiale e lavoro, Bavetta: “Il rischio vero è la delega diffusa”

Intervista per Capitalist a Sebastiano Bavetta, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Palermo: IA, lavoro, produttività, disuguaglianze, rischio delega e perché la robot tax è “economicamente sbagliata”.

L’intelligenza artificiale è entrata nelle aziende, nelle università, nelle pubbliche amministrazioni. Ma soprattutto è entrata nel cuore della questione più delicata di tutte: che fine farà il lavoro umano. La narrazione più diffusa parla di automazione e mansioni ripetitive, di robot che prendono il posto delle persone e di un futuro inevitabilmente “senza occupazione”. Ma la realtà, come spesso accade, è più complessa e anche più interessante.

In questa intervista, Sebastiano Bavetta, professore ordinario di Economia Politica all’Università degli Studi di Palermo, sposta il punto di vista: non è solo una questione di compiti sostituibili, ma di esperienza, responsabilità, capacità di giudizio. L’IA può aumentare la produttività e migliorare le decisioni, ma può anche generare un rischio sottovalutato: la delega diffusa, la perdita progressiva di competenze e una nuova disuguaglianza tra chi sa governare la tecnologia e chi la subisce.

Dalla possibilità di una transizione equa al ruolo delle politiche pubbliche, passando per il dibattito sulla robot tax, Bavetta offre una lettura lucida: la vera partita non si gioca tra uomo e macchina, ma tra autonomia e dipendenza, tra formazione e arretramento culturale. Perché nel mondo che sta arrivando, il valore non sarà “fare”, ma decidere bene.

Quali settori produttivi saranno più esposti alla sostituzione del lavoro umano con l’IA?

L’idea che l’IA sostituisca soprattutto i lavori ripetitivi è solo parzialmente vera. I dati mostrano che la sostituzione colpisce soprattutto i lavoratori giovani, non quelli esperti. La differenza non sta nel tipo di mansione, ma nel grado di esperienza e di giudizio incorporato nel lavoro.

Allo stesso tempo, la frontiera tra ciò che è automatizzabile e ciò che non lo è si sposta: avanza con la tecnologia, ma arretra con la capacità umana di riorientare le competenze. Di conseguenza, i lavoratori esperti restano complementari all’IA perché integrano esecuzione, contesto e responsabilità.

Il rischio principale è l’asimmetria temporale: la possibilità che la tecnologia avanzi più rapidamente della nostra capacità di adattare i percorsi di apprendimento. È un rischio perché aumenta la sostituzione e perché, se i giovani vengono sostituiti troppo presto, si indebolisce la formazione del giudizio futuro. Nel lungo periodo questo può generare ambienti di lavoro poveri dal punto di vista cognitivo.

L’asimmetria temporale è una sfida anche per l’Università chiamata a costruire competenze nuove, capaci di creare capitale umano complementare all’IA.

L’IA rappresenta un’opportunità per ripensare lavoro e produttività?

L’IA ci sta spingendo a ripensare il lavoro umano perché il valore del lavoro si sta spostando dall’esecuzione al giudizio. Non dobbiamo fare l’errore di ritenere che automatizzare compiti riduca il valore del lavoro umano; lo riduce delegare alle macchine anche la decisione finale e la responsabilità.

Il rischio della delega è reale perché l’IA abbatte drasticamente i costi informativi e cognitivi di molte attività e rende conveniente delegare. Uno scenario di delega diffusa porta al deskilling decisionale. Esso è problematico perché tende ad avvitarsi su sé stesso: meno si decide, meno si è capaci di decidere. In questo scenario il lavoro perde dignità, perché si riduce a supporto passivo di scelte prese altrove.

La produttività cresce, ma si vede solo in parte nelle statistiche. Esse colgono la maggiore quantità di prodotto realizzata ma non il valore attribuito al prodotto dall’uso dell’IA, valore che si manifesta come errori evitati, decisioni migliori, maggiore resilienza. È una versione aggiornata del paradosso di Solow: l’IA è ovunque, tranne che nei dati ufficiali.

Come dovrebbero intervenire le politiche pubbliche per una transizione equa?

L’IA cambia il modo stesso in cui si prendono decisioni pubbliche. Non sostituisce la politica, ma rende espliciti criteri, priorità e responsabilità.

Esperienze come AuroraAI in Finlandia mostrano che l’IA può rendere le politiche più trasparenti e tracciabili, un obiettivo desiderabile in democrazia. Tuttavia, l’introduzione dell’IA richiede una profonda ristrutturazione dei processi decisionali, un nuovo disegno della rappresentanza democratica e una forte collaborazione tra istituzioni, tecnici e cittadini.

In particolare, introducendo l’IA nel disegno e nella gestione delle politiche pubbliche, gli obiettivi devono essere decisi a monte e incorporati negli algoritmi. Il vero nodo è quindi politico: i costi di trasformazione e le resistenze istituzionali sono elevati. Per questa ragione, nel breve periodo prevarranno modelli tradizionali e discrezionali nelle politiche pubbliche, con inevitabili inefficienze.

Ha senso tassare l’IA (robot tax) per finanziare welfare e formazione?

No. La robot tax (o un’imposta sull’IA) è una risposta forse politicamente attraente ma certamente economicamente sbagliata. Tassare l’IA significa rallentare sperimentazione, apprendimento e capacità di generare nuove complementarietà e quindi nuovi lavori.

Ci si concentra spesso sul rischio della sostituzione ma si dimentica che l’IA, come tutte le tecnologie generali che l’hanno preceduta, crea nuovi lavori, nuove figure professionali in ruoli di coordinamento, sicurezza e responsabilità. L’imposizione fiscale ridurrebbe la capacità di creazione di nuovi lavori e colpirebbe soprattutto le imprese più piccole e innovative. Paradossalmente, l’imposta colpirebbe indiscriminatamente la creazione di lavori che ci proteggono dagli errori dell’IA.

Se si vuole redistribuire, meglio tassare le rendite generate dall’aumento di produttività, non la tecnologia che le rende possibili. In questo modo si preservano gli incentivi all’innovazione, si favorisce la diffusione dell’IA e si crea spazio fiscale per accompagnare la transizione.

L’IA può generare crescita senza redistribuzione o aumenterà le disuguaglianze?

È importante tenere presente che l’IA è una nuova tecnologia generale, con impatto su tutti i settori produttivi. Quindi, quando si parla dei suoi effetti sulla disuguaglianza, la vera linea di frattura da tenere presente sarà tra chi sa dialogare con sistemi intelligenti e chi li subisce. Trascurare questa linea di frattura potrebbe generare della disuguaglianza ingiusta, cioè che colpisce chi esercita giudizio e si assume responsabilità.

Se teniamo presente invece la linea di frattura, l’ingiustizia nasce quando l’accesso alle competenze e agli strumenti non è contendibile. 

D’altra parte, ridurre ingiustamente le differenze di remunerazione indebolisce incentivi, qualità delle decisioni e crescita economica. Per cui, la sfida non è redistribuire gli esiti, ma diffondere capacità decisionali. 

Anche perché la giustizia sociale futura si misurerà sull’autonomia tecnologica delle persone, non solo sull’equità materiale poiché la prima sarà la porta verso un enorme insieme di opportunità materiali e immateriali.

Chi è Sebastiano Bavetta

Sebastiano Bavetta è professore ordinario di Economia Politica all’Università degli Studi di Palermo. 

È stato visiting professor, tra l’altro, presso il Philosophy, Politics and Economics Program della University of Pennsylvania, il Centre for Philosophy of Natural and Social Science della London School of Economics, il Department of Government dell’Australian National University e Adam Smith Guest Professor presso l’Università di Bayreuth. 

È stato Principal Investigator di progetti di ricerca finanziati da fondazioni private negli Stati Uniti e Investigator in progetti finanziati dalla Commissione Europea, dal ministero dell’Università e dal CNR.

Ha pubblicato quattro libri e numerosi articoli in riviste scientifiche internazionali su temi di politica economica, di misura della libertà e percezione della disuguaglianza, di filosofia del liberalismo e di intelligenza artificiale. 

È stato assessore al bilancio e alle società partecipate della Città di Palermo, presidente del consiglio di amministrazione della GESAP, società di gestione dell’aeroporto di Palermo, e componente del consiglio di amministrazione di numerose fondazioni pubbliche e private.

Oltre alla ricerca e all’insegnamento collabora con Innovation Island, hub di innovazione e imprenditorialità in Sicilia, e svolge attività di animazione scientifica e culturale. 

Il suo ultimo libro, Gli eroi silenziosi, è in corso di stampa.

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