Il nipote di Rocco Chinnici: “Il giorno in cui crolleranno i carabinieri non ci sarà più l’Italia”

Alessandro Averna Chinnici
In esclusiva per Capitalist.it, il Capitano dei Carabinieri di Faenza, Alessandro Averna Chinnici, racconta la sua missione, l’eredità del nonno Rocco e la sfida della legalità nell’era digitale.

In un momento storico in cui la memoria e l’impegno civile sono più che mai necessari, l’intervista al Capitano dei Carabinieri di Faenza, Alessandro Averna Chinnici, assume un significato profondo.

Nipote del giudice Rocco Chinnici, vittima della mafia e fondatore del primo pool antimafia, Averna Chinnici ha scelto di onorare quella eredità indossando la divisa dell’Arma.

In questo dialogo, racconta il suo percorso umano e professionale, le scelte della sua famiglia, il peso e l’onore di un cognome importante, e la determinazione quotidiana nel servire lo Stato con disciplina, silenzio e senso del dovere.

Comandante Alessandro Averna Chinnici, ci racconti un po’ di lei, del suo percorso personale e professionale.

È una bella domanda, anche perché i miei percorsi sono legati a mio nonno, il giudice Rocco Chinnici. Siamo una famiglia di origine siciliana, sia da parte di mio padre che di mia madre. Io però sono nato a Roma, e questo è strettamente collegato alla storia di mio nonno.

Sono nato a Roma nel 1991, durante l’apice delle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio. Mia madre e mio padre – in particolare mia madre, già magistrato – si trasferirono a Roma per motivi di sicurezza. È lì che siamo nati io e mio fratello.
Sono una persona che ama le relazioni interpersonali, amo viaggiare: non riesco a stare fermo per troppo tempo nella stessa città. L’odore dell’aeroporto mi fa stare bene.

La decisione di entrare nell’Arma dei Carabinieri è dipesa da mio nonno. Nell’attentato in cui ha perso la vita, con lui morirono i suoi carabinieri, la sua scorta. Sentendo che la mia vita, come quella della mia famiglia, dovesse seguire il sentiero della legalità, ho scelto la vita militare, fatta di ordine e regole. L’ho sentita dentro come una “chiamata” al buon senso.

Ho frequentato l’Accademia militare di Modena, trascorrendo due anni lì e poi tre anni a Roma alla Scuola Ufficiali. Ho conseguito la laurea in Giurisprudenza e, durante l’attività lavorativa, ho proseguito con gli studi personali, conseguendo un master di secondo livello in contrasto al cyberterrorismo.

Qual è il ricordo personale più forte che conserva di suo nonno, Rocco Chinnici?

Lui era un uomo giusto, rigoroso, serio, ma al contempo capace di regalare alla propria famiglia e alle persone che gli stavano accanto gesti di gentilezza e dolcezza che non ci si sarebbe aspettati.

Il libro che ha scritto mia madre, Caterina Chinnici, dal titolo È così lieve il tuo bacio sulla fronte – da cui è stato tratto anche un film – racconta un aneddoto molto tenero: ogni mattina mio nonno preparava il caffè per tutti e, prima di svegliare i figli, dava loro un bacio, per far sentire che, pur essendo un padre rigoroso, era anche profondamente affettuoso.

Sono tutti contenti, nella sua famiglia, della sua scelta di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri?

Sì, assolutamente, e io per primo ne sono felice.
Ho firmato, all’età di 19 anni, un foglio molto importante con cui mi assumevo la responsabilità di servire lo Stato con lealtà e di rispettare la Costituzione e le leggi della Repubblica. Mi impegnavo a mantenere disciplina, riservatezza e obbedienza alla gerarchia militare, dedicandomi costantemente alla tutela dell’ordine pubblico, della sicurezza e della legalità.

A diciannove anni si è molto giovani, e forse non si sa ancora cosa possa riservare il destino, ma io ero felice e mi sono arruolato con convinzione.

Noi carabinieri siamo in prima linea, e spesso affrontiamo momenti durissimi. Durante l’alluvione in Emilia-Romagna, c’erano i carabinieri ad aiutare i cittadini a spalare il fango, persone che avevano perso tutto. Noi eravamo accanto a loro, sostenendoli e aiutandoli a rimettere insieme i pezzi.

Un aspetto altrettanto difficile è la perdita dei colleghi, che diventano amici, fratelli. Poi un giorno ti svegli e arriva la notizia che non ci sono più. Il carabiniere è un uomo che agisce per difendere e tutelare la vita degli altri, ma resta sempre un uomo, con sentimenti veri.

“Il giorno in cui crolleranno i carabinieri non ci sarà più l’Italia”: una frase forte che ha pronunciato. Cosa intende?

Lo dico con molta emozione. Il giorno in cui crolleranno i carabinieri non ci sarà più l’Italia.
Il giorno in cui il mondo cadrà, l’ultimo a cadere sarà un carabiniere, con la sua uniforme cucita addosso. La nostra è una missione. Dobbiamo agire nella legalità e ribellarci al male senza paura.
Come diceva Peppino Impastato, dobbiamo ribellarci prima che tutto questo diventi normale, prima che sia troppo tardi.

Rocco Chinnici è stato il primo a intuire la necessità di un lavoro investigativo di squadra contro la mafia. Oggi quanto è attuale?

È assolutamente attuale.
Ancora oggi si opera sulla base di quanto ideato da Rocco Chinnici, cioè il pool antimafia. Esistono la Direzione Investigativa Antimafia e la Direzione Nazionale Antimafia, organismi in cui tutte le forze di polizia collaborano per contrastare la criminalità organizzata.
Persino la Procura Europea si fonda sul progetto di mio nonno, riunendo le forze di polizia d’Europa con la tecnica della collaborazione investigativa da lui concepita.

Quali strumenti ritiene più efficaci per contrastare la criminalità organizzata nei settori produttivi e negli appalti pubblici?

Oggi le forze dell’ordine, italiane e internazionali, dispongono di strumenti di grande efficacia: banche dati condivise, tecnologie avanzate come sistemi di videosorveglianza, intercettazioni ambientali e telematiche. Questi strumenti, sempre più raffinati, sono indispensabili per combattere fenomeni criminali complessi.

Il vero nodo, però, resta la cooperazione internazionale.
Sebbene esistano strutture come Europol e Interpol, spesso le indagini più delicate si scontrano con ostacoli burocratici e con la mancanza di collaborazione di alcuni Stati, soprattutto quelli meno inclini al dialogo con la comunità internazionale.

La criminalità organizzata si muove agilmente tra traffico di armi, droga, esseri umani, truffe informatiche e operazioni con criptovalute. Non ha limiti, né regole d’ingaggio. Non chiede autorizzazioni, non aspetta risposte: agisce e basta.

Lei è un esperto di cyberterrorismo. Quanto è concreta oggi la minaccia e quali strategie adotta l’Arma?

Il cyberterrorismo è una delle minacce più attuali e insidiose del panorama globale. La sua peculiarità è l’essere invisibile e silenzioso: i danni non si manifestano subito, ma quando è ormai troppo tardi.

A differenza del terrorismo tradizionale, il cyberterrorista agisce nell’ombra, dietro uno schermo, senza armi né violenza fisica diretta. Un solo attacco informatico a un’infrastruttura strategica – come un aeroporto, com’è avvenuto recentemente – può mettere in ginocchio mezza Europa, e se portato su vasta scala, compromettere interi continenti.

La tecnologia, la più grande conquista dell’umanità, è anche la nostra più grande vulnerabilità. Chi la domina ha un potere enorme.
Ogni Stato sta cercando soluzioni proprie per fronteggiare il rischio cyber, ma manca ancora una strategia globale condivisa. L’Unione Europea, fortunatamente, si sta muovendo verso la creazione di protocolli comuni, misure difensive coordinate e una visione unitaria.

Tuttavia, a livello mondiale resta urgente definire regole, alleanze e strumenti operativi condivisi. Il cyberterrorismo è una guerra asimmetrica: chi attacca non ha regole, non rispetta la privacy, non si ferma davanti a limiti legali o etici. Le forze dell’ordine, invece, devono operare nel rispetto delle norme, spesso rallentate da burocrazia e ritardi nella cooperazione internazionale.

Le operazioni cyber si consumano in pochi minuti: tracciare un attacco dopo dieci minuti può già essere troppo tardi. Individuare il luogo da cui parte un attacco è una sfida enorme. Per questo è fondamentale snellire le procedure, rafforzare gli strumenti investigativi e costruire una rete internazionale più reattiva e veloce.

Rocco Chinnici credeva nelle nuove generazioni. È stato uno dei primi giudici a entrare nelle scuole per parlare di legalità. Concorda anche lei?

Mi chiedo sempre: chi sono io per non credere nelle nuove generazioni?
Rappresentano il motore del cambiamento, portano nuove idee, sensibilità diverse e una visione del futuro capace di rinnovare valori e istituzioni.
Credere nei giovani significa investire nella crescita culturale e sociale del Paese.

Di recente ha scritto un libro sul giudice Rocco Chinnici. Ce ne parla?

Sì, ho scritto L’Italia di Rocco Chinnici insieme a Riccardo Tessarini.
In questo libro,
I cui proventi saranno devoluti interamente alla Fondazione Rocco Chinnici (che si occupa di avvicinare i giovani alle tematiche del contrasto alla criminalità organizzata e allo spaccio di stupefacenti), racconto la vita e l’eredità del magistrato ucciso dalla mafia nel 1983, fondatore del primo pool antimafia. Ripercorro il suo impegno civile, la sua visione innovativa della giustizia e l’Italia del suo tempo, segnata da corruzione e violenza.
È un omaggio a un uomo che ha dato la vita per uno Stato più giusto.
Io continuo a camminare sui suoi passi.

Condividi il post:

Sei su Whatsapp? Ti piacciono le nostre notizie? Segui il canale di Capitalist!

Sei su Telegram? Ti piacciono le nostre notizie? Segui il canale di Capitalist!

Leggi anche